Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica, Gianpiero PirettoProf. Gianpiero Piretto, Lei è autore del libro Quando c’era l’URSS. 70 anni di storia culturale sovietica edito da Raffaello Cortina: quale bilancio culturale si può trarre dell’esperienza sovietica in Russia?
Mi concentro sulla situazione a noi contemporanea, quando a più di venticinque anni dal crollo politico del sistema sovietico la “cultura dell’URSS” fa ancora parlare di sé. Da parte di alcuni, in nuovi ferventi fedeli ortodossi ad esempio, viene esecrata come responsabile soltanto delle demonizzazioni nei confronti della religione e delle vessazioni politiche. Da altri, i pochi “comunisti” rimasti devoti alla vecchia linea, è citata come modello esemplare insuperato e insuperabile. Ma queste sono posizione estreme. Il fenomeno detto nostalgia per l’URSS ha dilagato dalla fine degli anni Novanta in poi, riportando a galla film, canzoni, testi culturali delle più varie nature, inizialmente rivisitati sulla base di approcci puramente emotivi e non criticamente indagati. Ciò ha fatto sì che si scrivesse una pseudo storia costruita sulla base di emozioni private ed esperienze personali, non sostenuta e avallata da indagini scientificamente attendibili. Oggi molti atteggiamenti che erano stato sovietici ritornano, in maniera anche preoccupante, nelle scelte politiche: la predisposizione del popolo a riconoscersi in un leader autorevole e autoritario (di matrice russo-antica oltre che sovietica), il bisogno di uno stato forte e prestigioso, anche a scapito di un riscontro personale sul fronte dei diritti civili. Recentemente sono sorte anche in Russia istituzioni che si dedicano allo studio sistematico e approfondito della cultura sovietica: musei, università, gallerie d’arte, purtroppo non sempre sostenute, anzi, dai responsabili governativi. Dal cinema al design, dalla moda alla propaganda, si riconosce all’URSS la responsabilità di avere forgiato una cultura, sicuramente inficiata dalle molte note asperità di percorso e limitazioni ideologiche, ma non per questo meno degna di essere ricordata e studiata. Degno di menzione è anche l’aspetto decostruttivo ma non distruttivo nei confronti della cultura sovietica: il dilagare di manifesti di propaganda rivisitati e sarcasticamente attualizzati, i gadget ispirati ai simboli del socialismo (magliette, magneti ecc.), l’uso indiscriminato di icone politiche (Lenin, Stalin, Marx) declinate secondo il più bieco gusto turistico. Quella che, non solo in Russia, è diventata “souvenirizzazione della storia”. Nel mio libro ho cercato di dimostrare che, sia da parte dei responsabili istituzionali nelle più svariate epoche, che da parte della popolazione, il discorso culturale non è mai venuto meno e che, a dispetto di un accreditato luogo comune, la cultura sovietica non è mai stata né monocorde né banale e che le sfaccettature che l’hanno caratterizzata la rendono affascinante e variegata, anche per sue costanti contraddizioni.

Quali eventi storici, imprese, campagne promozionali e dissuasorie hanno subito i cittadini del paese dei soviet?
Sono troppi per poterli citare tutti. Anche nelle 600 pagine del libro ho dovuto operare una selezione che ha visto la forzata esclusione di molti eventi, campagne e operazioni culturali. Mi limito a citarne alcune tra le più interessanti. I primi interventi bolscevichi si sono concentrati sul problema di costruire un nuovo pubblico di cittadini non contaminati dai mali della Russia zarista: servitù della gleba, borghesia, religione. La cosiddetta cultura proletaria sarebbe dovuta nascere dal contributo diretto dei neonati proletari, ex operai e contadini, nella loro totalità analfabeti e privi di qualsivoglia strumento culturale e coscienza di classe. Ciò costituì un grande freno all’entusiasmo rivoluzionario che proponeva e imponeva rifiuto della fede religiosa da intendersi come superstizione, adesione a gusti estetici inusitati e incomprensibili per i nuovi fruitori, rifiuto totale della tradizione che per quelle persone aveva costituito nei secoli l’unico appiglio e ragione di vita. Le campagne contro le feste clericali si unirono a quelle che combattevano l’alcolismo, riconoscendo tra le due realtà una diretta dipendenza. Le resistenze al nuovo sconosciuto e inquietante furono parecchie. Dopo le violente operazioni staliniane di collettivizzazione delle terre e industrializzazione massiccia del Paese, lo stesso Stalin lanciò una campagna di culturalizzazione che implicava anche buone maniere e galateo e, in parte, contraddiceva i più puri princìpi del “vecchio” bolscevismo: ricomparivano abiti eleganti, case confortevoli, beni di consumo pregiati per chi meritasse di goderne. Nasceva la nuova élite staliniana, tornavano privilegi e differenze di classe. Quando Chruščëv nel 1957 denunciò i crimini del suo predecessore, il Paese dovette affrontare un ennesimo momento di confusione e spaesamento. Certezze e investimenti emotivo-ideologici crollavano sotto le accuse di un nuovo leader che sconfessava colui che per la quasi totalità della popolazione era tato un idolo, un semi dio. Passare da una posizione all’altra non fu affatto facile e, ancora una volta, le resistenze non mancarono. Analogo atteggiamento si ripeté a metà degli anni Ottanta con la perestrojka voluta da Michail Gorbačëv. Ancora una volta, dall’alto, si contraddicevano princìpi e dettami che erano sembrati essere immutabili e degni della massima fiducia, La storia russa, non soltanto quella sovietica, ha conosciuto una continua sequenza di blitz di questo tipo, in cui il passato veniva rinnegato e si incitava la popolazione a ripartire da zero.

Qual era la percezione dei fatti nella quotidianità della gente comune?
Per chi viveva realmente e metaforicamente “lontano da Mosca”, cioè nelle immense periferie dell’impero, le notizie e gli aggiornamenti giungevano in ritardo e assecondavano l’atavico atteggiamento dei russi e non farsi toccare dalla storia e a delegare a chi di dovere il compito di rappresentarli. Chi, invece, viveva nel centro di quel mondo fu protagonista, soprattutto negli anni staliniani, di un peculiare fenomeno che vide una realtà virtuale, sapientemente creata grazie alla cultura visuale (cinema, cartellonistica, slogan, copertine di riviste e giornali, immagini iconiche) sovrapporsi a quella effettuale. Nel 1934 fu proclamato il metodo detto Realismo Socialista che prevedeva che ogni forma d’arte rappresentasse la vita non così come era nella sua banalità quotidiana, ma anticipando l’età dell’oro che, grazie al regime, da lì a poco si sarebbe instaurata nel Paese. Film, quadri, romanzi raccontavano dunque una situazione inesistente ma vagheggiata e gradita che, poco per volta, prese il sopravvento su quella reale. La convinzione di vivere in un paese che fosse il più felice del mondo si consolidò, a dispetto del terrore dilagante e delle epurazioni. Ho fatto ricorso al temine Stalinland per definire lo stato di parco a tema in cui il leader trasformò la nazione, almeno fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Felicità di stato, proclama dall’altro, gioia di vivere artificiosa ma anelata e accettata in nome della grandiosità del Paese e del privilegio di farne parte. Il culto della personalità di Stalin, ovviamente, fu parte determinante dell’operazione.

Come si manifestavano la propaganda e la retorica nella cartellonistica, nei media, nell’architettura e nelle arti?
Si parlava di opera d’arte totale, intendendo come tale il Paese stesso e la posizione di cittadini al contempo creatori e fruitori del capolavoro. Ogni forma di cultura doveva confluire verso quello scopo e i concetti culturali e le varie campagne trovavano riscontro nella cartellonistica per essere successivamente riprese dalla musica, poi dalla pittura, dall’architettura e così via. Una sorta di martellamento continuo, strategicamente concepito, in modo che convincesse e coinvolgesse. Addirittura il terrore fu veicolato attraverso questi sistemi: necessità di liberare il paese da residui di passato capitalista borghese che ostacolavano la costruzione della felicità nazionale: sabotatori, traditori, spie. Una frase di Stalin, ciclicamente, diventava protagonista di nuovi investimenti e dai posti di lavoro, ai parchi, alle scuole, il concetto veniva ripreso e trasmesso attraverso ogni possibile forma di comunicazione. A riprova del fatto che il popolo sovietico unito procedeva all’unisono verso il radioso avvenire.

Come si svilupparono le sottoculture giovanili negli anni Cinquanta e Sessanta?
Dopo la guerra e, soprattutto, dopo la morte e la denuncia di Stalin, come reazione allo spaesamento a cui ho fatto accenno in precedenza, si manifestarono i primi germi di rivolta giovanile, proprio da parte di quelle generazioni che meno avevano subito l’incantamento pericoloso del padre dei popoli. L’insofferenza per il conformismo, il grigiore di una vita in divisa, di adeguamento a modelli precostituiti e illusori, portò un gruppo (alquanto ridotto in verità) di giovani a uscire dagli schemi e ispirarsi a ciò che essi credevano fosse il tanto famigerato quanto attraente occidente. Abiti sovietici modellati e artefatti in modo da assomigliare a esotici outfit d’oltre cortina iniziarono a circolare addosso a ragazze e ragazzi, ribattezzati sarcasticamente, stiljagi (devoti allo stile), attaccati dalla società perbenista e benpensante ma responsabili di un primo passo verso la disomologazione e l’autonomia di comportamento e pensiero. Negli anni Sessanta il fenomeno cambiò strada, si fece meno ingenuo e coinvolse un numero superiore di adepti. Meno orpelli vistosi, ma luoghi di ritrovo alternativi, musica non raccomandata come colonna sonora (jazz e poi rock), e una curiosa forma di protesta, molto lontana da quelle che i coetanei occidentali andavano sperimentando: il “non essere al posto”, il “non farsi trovare”. In altre parole, un atteggiamento di indifferenza verso l’ufficialità sovietica che non era né dissenso né aperta contestazione, ma semplicemente distacco e superiorità. A-sovietismo, più che anti-sovietismo. E arte, musica, cinema raccolsero il segnale e cambiarono rotta.

Cosa significò la dissoluzione dell’URSS a livello culturale?
Costituì l’ennesimo blitz della storia russa. Crollo di certezze, di protezionismo sociale, di ideologia, di fede e di speranze. Irritazione e rabbia feroce in chi aveva creduto, combattuto, in chi aveva perso la vita per le cause. Ma anche, per altri, fine delle vessazioni, delle censure, illusione di libertà e democrazia. Complessi momenti che meritano un’attenzione specifica e approfondita. Mi limito, in questa sede, a segnalare la nascita di una classe sociale detta dei “nuovi russi”, nuovi ricchi che avrebbero fatto tesoro del disastro economico successivo al crollo del sistema per arricchirsi oltre ogni misura e, in parallelo, alla trasformazione di quella che era stata l’intelligencija sovietica in una schiera di umiliati e offesi. Privati dei propri privilegi, di uno status sociale autorevole, impoveriti da un giorno all’altro. Sul fronte culturale è importante anche segnalare come la sparizione pressoché improvvida dei un ideale nemico a cui imputare tutti i guai personali lasciò molti intellettuali in balia della propria sprovvedutezza e li costrinse a pesanti esami di coscienza, L’abitudine a parlarsi in linguaggio esopico e identificare nello Stato la responsabilità di ogni male li ridusse a un imbarazzato e improduttivo silenzio. Col passare degli anni la liberalizzazione avrebbe dato i suoi frutti: aperture mentali, aperture di archivi storici, contatti con l’occidente. Ma pare che la Russia di oggi stia ripensando a queste categorie e preferisca tornare verso controlli più serrati di non brillante memoria.