Putin e il mondo che verrà. Storia e politica della Russia nel nuovo contesto internazionale, Fabio BettaninProf. Fabio Bettanin, Lei è autore del libro Putin e il mondo che verrà. Storia e politica della Russia nel nuovo contesto internazionale edito da Viella: la Russia sarà protagonista del XXI secolo come lo è stata del XX?
È paradossale che la metafora della “nuova guerra fredda” abbia preso tanto campo nel dibattito di politica internazionale nel momento in cui i più sono convinti che il mondo bipolare della Guerra fredda è scomparso, e se si formerà di nuovo un G2, il secondo polo sarà rappresentato dalla Cina. Senza avventurarsi in scenari futuribili, si può dire che tutti i documenti di politica estera dei maggiori Stati escludono la possibilità di una guerra su larga scala, e che in queste condizioni il deterrente atomico di cui dispone nei confronti degli USA non garantisce alla Russia lo status di superpotenza. Basti dire che la firma dello START III, nel 2010, che riconosce la parità strategica fra USA e Russia non è servita a aprire una fase di distensione, come era invece accaduto per il SALT nel 1972. La posta in gioco è altrove, nel confronto economico, culturale, geopolitico. Non ideologico. Le critiche sempre più accese che il Cremlino rivolge ai paesi occidentali riguardano non i valori fondanti, dal mercato alle istituzioni rappresentative, ai quali Putin e con lui tutto il gruppo dirigente russo dichiarano di aderire, quanto piuttosto l’uso di doppi standard nella loro applicazione, a cominciare dalla ripetuta violazione della altrui sovranità statale, di tradizioni radicate, che hanno generato, nella interpretazione del Cremlino, il crescente disordine mondiale. Nel mio libro sottolineo a più riprese che la Russia si è resa protagonista degli stessi comportamenti, e quindi è parte del male, non lo strumento della sua soluzione. Ma credo che Putin sia sincero nell’esprimere la visione di un hobbesiano mondo multipolare, imperniato su grandi potenze divise da interessi divergenti ma costrette a cooperare per evitare conseguenze devastanti, non solo sul piano militare. Il passaggio decisivo è giunto con la crisi finanziaria mondiale del 2008, che ha colpito più di ogni altro paese dell’allora G8 la Russia, integrata nell’economia occidentale soprattutto come fornitore di energia. Da allora, mettersi al riparo dalle politiche dei paesi occidentali è per Putin imperativo assoluto, divenuto con il tempo quasi una ossessione.

Quali sono gli orientamenti della geopolitica di Putin?
Sono ovviamente quelli dettati dalla geografia di un paese che si estende in due continenti: una condizione che presenta vantaggi, e anche insidie. I rapporti economici con l’Europa, consolidatisi già al tempo della Guerra fredda, hanno tenuto a galla la Russia nei difficili anni Novanta, evitando la crescita nel paese di sentimenti di rivincita per il crollo dell’Unione sovietica ispirati dalla tanto temuta, in Occidente, “sindrome di Weimar”. Questo ha consentito ai governi della nuova Russia di guardare con relativa tranquillità all’espansione della NATO, e persino con favore a quello della UE, e a tollerare, pur denunciandole, le violazioni dei diritti dei russi etnici divenuti cittadini degli Stati baltici. A partire dai primi anni Duemila la proposta di una “grande Europa”, da Lisbona a Vladivostok, ha improntato il discorso politico russo. Nelle sue vaghe formulazioni, un progetto prevedeva che alla Russia fosse affidata la supervisione della sicurezza e delle relazioni economiche nello spazio a oriente dei confini della UE. In questi termini esso non era accettabile dai paesi della Unione europea, che tuttavia si sono guardati dal formulare una proposta alternativa, convinti come erano che l’espansione potesse avvenire solo in accordo ai principi della condizionalità e che questo avrebbe relegato in secondo piano i problemi della sicurezza. La svolta giunse anche in questo caso fra il 2008 e il 2009. La proposta di includere nella NATO Ucraina e Georgia, respinta in conseguenza dell’opposizione europea al vertice di Bucarest del marzo 2008; l’attacco della Georgia ai peacekeepers russi di stanza in Ossezia, del successivo agosto, seguito dalla “guerra dei 5 giorni” e dal riconoscimento russo dell’indipendenza di Abchazia e Ossezia; il lancio nel 2009 della Eastern Partnership da parte dell’EU, furono percepiti a Mosca come atti ostili e nella capitali europee come indici del ritorno della Russia a una attitudine di grande potenza: in entrambi i casi, non senza ragione. Da allora, c’è stato spazio solo per rapporti bilaterali.

Dal 2010 la “svolta verso l’Asia” è punto fermo di tutti i documenti di politica estera russa. La crescente enfasi retorica non è stata sinora accompagnata da incisive iniziative politiche. I rapporti economici con gli stati asiatici, e in particolare con la Cina, non sono decollati, e riflettono lo stato insoddisfacente di quelli con i paesi europei: la Russia resta fornitrice di materie prime, gli investimenti esteri ristagnano. Molto dipende dalla pigra politica seguita nello sviluppo dell’estremo oriente della Siberia, poco popolato e privo di infrastrutture, e da mai rimossi retaggi da superpotenza, che inducono il Cremlino a limitare l’impegno in organizzazioni dove svolge un ruolo secondario, come l’APEC e l’ASEAN. Solo nel caso della Shangai Cooperation Organization, formata nel 2001, l’azione russa è stata più incisiva. Ma anche in questo caso sono emersi i limiti di una geopolitica concepita in modo autonomo dagli altri fattori della politica internazionale: i rapporti economici dei 5 stati dell’Asia centrale che ne fanno parte sono ora orientati verso la Cina e l’avvio del progetto per una nuova Via della Seta terrestre rischia di confinare la Russia a gendarme impegnato nella lotta all’integralismo islamico. Non è un ruolo del tutto secondario, dati i pericoli reali di destabilizzazione, ma non era a questo che la Russia ambiva al momento del crollo dell’URSS, 27 anni fa.

Qual è lo status internazionale della Russia di Putin?
Ritengo si possa affermare che dopo il 1991 la Russia di El’cin si è illusa di poter fungere da comprimario degli USA nella governance globale. Il rapido tramonto di questa illusione ha determinato un vuoto solo in parte colmato dall’integrazione in posizione marginale nelle istituzioni europee e nella NATO, dalla rapida eliminazione delle controversie con la Cina, dal mantenimento di buoni rapporti con l’India. Putin è stato eletto presidente in un momento di isolamento internazionale, connesso all’intervento degli USA nel Kosovo, del quale la Russia non era stata avvertita, e alla condanna occidentale della seconda guerra cecena. Contro gli orientamenti di parte dell’élite e dell’opinione pubblica, Putin ha cercato di ricucire i rapporti con l’Occidente, e con gli USA in particolare, e dopo l’11 settembre ha offerto (poco ricambiato) la sua collaborazione al presidente Bush nella lotta al terrorismo islamico globale. Man mano che la sua posizione personale e quella internazionale del suo paese si consolidavano, non ha nascosto di considerarsi una sorta di De Gaulle russo, impegnato nel restituire al suo paese l’unità interna e lo status internazionale di grande potenza. In accordo alla teoria realistica delle relazioni internazionali, questo status diviene effettivo solo se le altre grandi potenze lo riconoscono come tale. Stanco per il ritardo di un atto che considerava dovuto, Putin alla conferenza per la sicurezza di Monaco del 2007 pronunciò una dura requisitoria nei confronti dei paesi che si ostinavano a non voler trattare la Russia alla pari. Da allora si è cominciato a parlare di “nuova guerra fredda”, svelando una sostanziale ambiguità della posizione dei paesi occidentali. Da un lato, la Russia viene descritta come una potenza con nostalgie imperiali, desiderosa di tornare al mondo bipolare, capace di sostenere le sue ambizioni globali con gli strumenti della cyber war: un Altro ostile e persino più insidioso della vecchia URSS. Dall’altro, non si perde occasione di sottolineare la sua condizione di “colosso dai piedi di argilla”: un petrostate pervaso dalla corruzione, minaccioso sul piano militare ma fragile su quello sociale, confinato a un ruolo regionale dai limiti dell’economia e del soft power. Legittime o sbagliate che siano, le sanzioni adottate dopo l’annessione della Crimea, esse hanno la funzione, politica più che economica, di sottolineare la condizione subordinata della Russia. Questa irrisolta contraddizione ha condannato all’inconcludenza il reset di Obama e i timidi tentativi della UE per il rilancio della cooperazione. L’attribuzione a Putin di impraticabili piani di ricostituzione dell’Unione sovietica e di un blocco di stati clienti ha come risultato di nascondere il nodo irrisolvibile della sua politica: anche nel tanto invocato mondo multipolare la Russia non potrebbe aspirare a essere trattata alla pari. Ha conservato la parità nucleare, anche grazie all’impegno USA per evitare la proliferazione nucleare. Le riforme attuate dopo il 2008 hanno restituito efficienza alle forze armate, ma è dubbio che esse siano in grado di intervenire o sostenere alleati contemporaneamente in più aree lontane dai confini, come invece è accaduto nel corso della Guerra fredda. I punti di forza della sua economia e il suo soft power non possono essere ignorati, ma sono limitati a alcuni settori (vendita di armi, lingua e cultura, immigrazione dai paesi limitrofi) e a contesti geografici con presenza di cittadini russofoni. Nonostante la crescente ossessione per le ingerenze nella vita politica dei paesi occidentali, la Russia non ha veri e propri alleati, solo partiti, movimenti personalità con i quali il Cremlino condivide l’avversione ai meccanismi della globalizzazione. Poco per fondare la fantomatica Internazionale autoritaria di cui molti commentatori amano parlare.

Cosa ha significato dal punto di vista geopolitico l’intervento della Russia nello scenario siriano?
Per rispondere alla questione credo si debba tenere conto del come e quando. A differenza del colpo di mano in Crimea, Putin ha annunciato il suo intervento in Siria con grande solennità all’assemblea dell’ONU, presentandolo come una iniziativa connessa alla lotta contro il terrorismo mondiali e imposta da un «non più tollerabile stato di affari nel mondo». Si era nel settembre 2015, e pochi mesi prima erano stati firmati gli accordi di Minsk 2 per la soluzione del conflitto in Ucraina. È indubbio che Putin intendesse distogliere l’attenzione dalle sue azioni in Crimea e nel Donbass, inaccettabili per la comunità internazionale, e soprattutto dall’essere riuscito a conservare il controllo della base navale di Sebastopoli, essenziale per la sicurezza russa, solo “perdendo” l’Ucraina. Non era tuttavia questo lo scopo principale dell’intervento. Le guerre in Cecenia e la situazione nell’incontrollabile Dagestan avevano mostrato che l’estremismo islamico era riuscito a penetrare entro i confini della Russia. Al momento dell’inizio dei bombardamenti dell’aviazione russa a sostegno delle forze di Sadat, la guerra civile in Siria aveva causato già centinaia di migliaia di vittime e milioni di profughi, con effetti potenzialmente destabilizzanti anche in Europa. Di fronte all’inerzia occidentale, l’intervento è stato anche l’occasione per ribadire che senza la Russia non si risolve alcun grande problema internazionale. I metodi spietati usati dimostrano l’importanza che l’obiettivo rivestiva per Putin. L’aver annunciato per ben 3 volte un ritiro mai avvenuto conferma che la missione è lungi dall’essere compiuta. Per ora, il processo di pace procede su binari formalmente interdipendenti (Ginevra, Astana, Soči), di fatto autonomi, e con attori internazionali e interni che perseguono progetti non facilmente conciliabili. La Russia ha ottenuto risultati non sottovalutabili: è rientrata da protagonista in un’area dalla quale era stata esclusa dagli accordi di Camp David, tratta e dialoga con stati una volta nemici. Ma non è detto che possa essere protagonista della pace e della ricostruzione come lo è stata della guerra: giustificano i dubbi in merito il limitato potenziale economico e una presenza nell’area storicamente limitata ai contatti con le èlite politiche, non con le popolazioni. La Russia si inoltra nel XXI secolo portandosi dietro un problema vecchio di secoli: lo scarto fra il ruolo internazionale rivendicato e le risorse per attuarlo, oggi persino maggiore che nel 1991.

Quali sfide attendono la Russia del prossimo futuro?
Una prima risposta giunge dal programma nuovo governo Medvedev, focalizzato sui problemi interni e sulla promessa di un rapido miglioramento degli indici economici e sociali. È dubbio tuttavia che Putin 4.0 voglia avviarsi sul cammino di riforme promesse e mai perseguite, perché i loro effetti emergerebbero solo nel lungo periodo. Né zar né gensek del Pcus, Putin non ha mai preteso di fare la Storia, solo di gestire i problemi che essa crea. In tempi di demonizzazione della sua figura, questo suo innato conservatorismo non è una buona notizia per il mondo, perché il ruolo della Russia resta cruciale nel mantenimento degli equilibri internazionali. Ma questa è una lezione che spesso, negli ultimi tre secoli, le élites politiche occidentali hanno preferito ignorare.