Psicologia della guerra moderna, Enrico GirmeniaDott. Enrico Girmenia, Lei è autore del libro Psicologia della guerra moderna edito da Armando: quali effetti psicologici produce la guerra sul singolo individuo?
Anche la nostra epoca ha i suoi conflitti armati, spesso subdoli e a “bassa tecnologia”, ma non meno dolorosi e cruenti, soprattutto per il gran numero di vittime civili che producono. In molti Paesi la guerra ha assunto il volto del terrorismo ed è diventata un fenomeno diffuso, senza un fronte preciso, sostanziato di azioni criminose che coinvolgono pesantemente le popolazioni locali. Uno scenario del genere non può non avere effetti a lungo termine sulla salute psichica della maggioranza delle persone che abitano un pianeta sempre più piccolo e interconnesso dalle reti della globalizzazione. Al momento non sappiamo predire quale nuovo tipo di nevrosi si svilupperà in persone che sono state esposte in forma prolungata ad un continuo pericolo derivante da attentati o minacce per la propria incolumità fisica e psichica. Sappiamo, però, che intere società, come quella irachena o afgana, sono state completamente disarticolate da anni e anni di dittature e guerre e che difficilmente si riprenderanno in tempi brevi. Che la guerra possa avere dei pesanti risvolti sulla psiche dell’uomo è una antichissima osservazione, anche se una codificazione dei disturbi che possono colpire il combattente si registra solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando si costituiscono i grandi eserciti di massa. Un punto di svolta è rappresentato dalla Guerra civile americana: i medici che curano i feriti al fronte cominciano a notare un gran numero di traumatizzati psichici. Nelle precedenti guerre questo dato era stato sottovalutato o volutamente trascurato. Oggi, alla luce dell’esperienza accumulata nel corso di un secolo di conflitti armati, possiamo affermare che le nevrosi di guerra possono essere considerate come una sorta di rifugio dalla realtà traumatica. Questo meccanismo si propone in molte altre situazioni in cui la persona è schiacciata da una realtà esterna che non riesce a dominare e che esercita delle forti influenze sul suo equilibrio psicologico.

Fino ad anni recenti la letteratura medica si è interessata esclusivamente degli effetti della guerra sul combattente. Le tematiche della traumatizzazione della popolazione civile, componente sempre più coinvolta nei conflitti moderni, cominciano a trovare uno spazio adeguato solo oggi.

Cosa cambia nella guerra del diciannovesimo secolo rispetto ai conflitti bellici che hanno segnato la storia dell’uomo?
Il primo conflitto mondiale inaugurò una nuova era, quella della partecipazione delle masse agli eventi della Storia e non ebbe pari, per distruttività e perdite umane, con nessuna altra guerra del passato. Anche se le operazioni militari si svolsero prevalentemente in Europa, la conflagrazione interessò quasi tutto il pianeta e le risorse delle nazioni partecipanti furono tutte indirizzate verso lo sforzo bellico. La mobilitazione di massa raggiunse punte inedite e coinvolse milioni di uomini che furono rapidamente trasformati da operai o contadini in soldati.

L’alto numero di richiamati fu dovuto sia all’apertura contemporanea di più fronti, sia all’alto numero di perdite. Quest’ultimo fenomeno è ascrivibile all’accresciuta potenza distruttiva delle armi che la moderna tecnologia industriale forniva ai belligeranti. Da qui la necessità della coscrizione obbligatoria.

Una guerra del genere non poteva non lasciare delle profonde cicatrici sulla psiche dei soldati. L’Europa in armi sembrava aver definitivamente dimenticato di essere la patria della cultura e del progresso mondiale. Ovunque incitamento all’odio, distruzioni e paura. Anche il singolo richiamato era schiacciato da una macchina bellica che lo inquadrava e lo vincolava ad una cieca e acritica obbedienza.

L’esercito italiano, una istituzione alquanto obsoleta e non adatta ad una guerra moderna, era centrato essenzialmente sull’ampia disponibilità di uomini da impiegare in assalti di massa. Tale strategia, ormai poco efficace, comportava ingenti perdite umane che venivano facilmente rimpiazzate con la leva di massa. E l’inevitabile malcontento delle truppe era contenuto dalla ferrea disciplina che vigeva al fronte.

Nel Suo libro Lei analizza anche il concetto di «morale delle truppe»: quanto conta in una guerra il benessere psicologico dei combattenti?
La tenuta dei reparti è stata una costante fonte di preoccupazione per gli stati maggiori degli eserciti del recente passato e continua ad essere una incognita anche oggi. Abbiamo avuto modo di vedere come la guerra del Vietnam, una sorta di anticipazione dei conflitti dell’epoca moderna, abbia riservato non poche sgradite sorprese su questo delicato fronte. Non sempre i giovani soldati americani erano disponibili al sacrificio estremo, così come avevano fatto i loro padri in occasione della Seconda guerra mondiale. E le motivazioni, in questa nuova guerra, erano molto labili. L’organizzazione interna degli eserciti tiene in grande considerazione i fattori psicologici che regolano la vita del gruppo. Una volta, la paura delle sanzioni (in caso di scarso entusiasmo bellico o di diserzione) erano alla base della organizzazione militare. Progressivamente ci si è discostati da un simile modello centrato esclusivamente sulla disciplina e si è puntato più sull’entusiasmo e lo spirito di emulazione del combattente.

Quali disturbi psichici compaiono con la Prima Guerra Mondiale?
Il bilancio della prima guerra mondiale si rivelerà decisamente tragico. Gli storici calcolano che il numero complessivo dei soldati morti sia stato di circa dieci milioni. A tale incredibile cifra devono aggiungersi tutti coloro che perirono per gli effetti indiretti della guerra. Imperversarono carestie e privazioni, soprattutto nell’Est europeo. Nei primi mesi del 1918, su una popolazione stremata dalla fame e dal razionamento, si abbatté il flagello dell’epidemia di “spagnola”, una sindrome di tipo influenzale che causò un gran numero di vittime. Questa pandemia conobbe un periodo di tregua nell’estate, ma si riaffacciò temibilmente nell’autunno dello stesso anno, causando milioni di vittime. Si calcola che nel corso del primo conflitto mondiale vi siano stati circa ventuno milioni di soldati feriti e mutilati, una cifra particolarmente alta. Le malridotte economie europee erano del tutto incapaci, al termine della guerra, di assorbire un così elevato numero di invalidi. Moltissimi furono i disturbati mentali. La prima guerra mondiale, con le sue caratteristiche di guerra particolarmente cruenta, aveva lasciato un profondo strascico nell’animo dei combattenti.

Numerosi psichiatri si dovettero misurare con gli esiti derivanti dall’esposizione dei soldati a condizioni particolarmente severe. La vita di trincea e la prolungata esposizione ai bombardamenti erano alla base del disagio che molti provavano. L’organizzazione dei servizi psichiatrici era piuttosto carente. Per i casi più gravi si ricorreva abitualmente all’internamento nei manicomi. I soldati temevano molto lo psichiatra, figura incaricata di controllare e stanare tutti quelli che simulavano la malattia psichica per non andare al fronte. Le conseguenze della simulazione erano molto gravi sotto il profilo disciplinare e potevano condurre anche al plotone di esecuzione. Lo psichiatra, in generale, non godeva di buona fama. A quel tempo poteva fare interdire o rinchiudere una persona in manicomio con larga discrezionalità. Soprattutto le classi povere e gli emarginati temevano tale figura professionale, spesso considerata una delle incarnazioni dell’autorità.

Molti soldati, dopo essere stati al fronte, presentavano la necessità di cure, ma non c’erano servizi organizzati per tale tipo di assistenza. Leggendo le testimonianze dell’epoca si ha la conferma che l’esperienza della vita di trincea lasciava profonde cicatrici nell’animo del combattente.

Quali interpretazioni offrono Freud e la psicanalisi della guerra?
La prima guerra mondiale esercitò una profonda influenza sull’opera di Freud. La sua riflessione teorica e le relative implicazioni cliniche hanno risentito molto del sovvertimento portato da un conflitto così prolungato e cruento. Il tema dell’aggressività, del disagio dell’uomo moderno nella civiltà e della pulsione di morte, compaiono, non a caso, negli anni successivi alla guerra e sono il frutto della sfiducia nella capacità dell’uomo di saper vivere in pace con i propri simili. Molti altri psichiatri dell’epoca, da Janet a Jung, hanno affrontato il tema della guerra, offrendoci interpretazioni diverse. Tutti erano comunque concordi nel ritenere che chi era vissuto per lunghi anni tra i reticolati e il fuoco delle mitragliatrici non poteva non riportarne una indelebile traccia nel proprio animo. Sigmund Freud fu un testimone diretto della Prima Guerra Mondiale. Ormai troppo anziano per essere richiamato (aveva prestato regolare servizio nell’esercito austriaco come ufficiale medico di complemento nell’ormai lontano 1886), aveva visto arruolare tre dei suoi figli. L’interesse di Freud per la guerra aveva diverse ragioni. Innanzitutto dobbiamo pensare che egli era giunto, proprio in quegli anni, ad una matura elaborazione del tema dell’aggressività umana e della distruttività provocata dagli impulsi. La psicoanalisi, frutto di una precisa epoca e del clima culturale della Mitteleuropa, non era insensibile ad un tema, come quello della guerra, che si andava ormai delineando da diversi anni come ineluttabile destino dell’umanità. Cosciente dei motivi di debolezza dell’Impero asburgico, Freud vedeva nella guerra un pericolo mortale per quel mondo mitteleuropeo che tanto amava e che egli aveva sempre reputato una delle massime espressioni della civiltà e della cultura umana. C’era, nelle sue riflessioni, il presentimento della fine e l’incertezza per un futuro alquanto difficile e imprevedibile. Nelle parole del padre della psicoanalisi traspare l’idea che la guerra, oltre ad immani distruzioni, porterà allo scatenamento dei peggiori istinti nel genere umano. Secondo Freud nella psiche umana esiste una tendenza contraria alla vita (istinto di morte), una forza istintuale che fa di tutto per riportarci all’originario stato inorganico. Egli definì questa forza pulsionale con il temine “tanatos”, ritenendola in opposizione al principio dell’”eros”. Questa nuova concezione, risalente al 1920, fu elaborata in seguito all’osservazione della persistenza della condizione angosciosa nei reduci affetti da traumi psichici. Anche se la guerra era finita, i traumatizzati psichici continuavano ad esperire uno stato di angoscia identico a quello provato in battaglia. Contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, non bastava l’allontanamento dalla scena cruenta per placare i sintomi che la persona esperiva in forma così acuta. Era come se l’individuo affetto da questo tipo di disturbo non avesse voluto staccarsi da quelle scene che tanto lo avevano colpito. L’istinto di morte bilancia, con la sua tendenza a riportare la materia vivente in uno stato inorganico, la pulsione lipidica (eros), genericamente protesa verso la vitalità. La guerra aveva definitivamente messo in crisi la concezione secondo cui l’uomo persegue, attraverso il principio del piacere, solo finalità che gratificano la propria istintualità.

Cosa rappresentano Auschwitz e lo sterminio di massa per la psicologia?
La realtà concentrazionaria è stata l’”anima” del regime nazista. Quali sono state le reazioni psichiche delle vittime e dei carnefici in un simile sistema di annientamento? Era molto difficile conservare un barlume di umanità all’interno di un campo di concentramento. Tutte le proprie energie psichiche erano indirizzate verso la bruta sopravvivenza quotidiana, in una diuturna lotta che sviliva sempre di più la persona e la disumanizzava giorno dopo giorno. Prima di portare a pieno compimento la “soluzione finale”, i nazisti avevano elaborato una complessa strategia che si basava sull’annullamento della personalità dell’internato. Il prigioniero era privato di qualsiasi aspetto umano, pieno di sensi di colpa per aver adottato un riprovevole e non solidale comportamento verso i propri compagni, abbrutito da una vita priva di qualsiasi sostegno spirituale (nei Lager erano abolite tutte le cerimonie religiose ed era vietata la lettura della stessa Bibbia, testo confiscato all’ingresso nei campi). Gli internati provenivano dalle più disparate zone dell’Europa, anche se la maggior parte degli Ebrei erano stati rastrellati nei territori orientali. In queste regioni essi avevano sempre vissuto in comunità chiuse ed il loro orizzonte non era mai andato oltre il villaggio natio, stretti tra la propria casa e la sinagoga. Per tutti questi prigionieri era quanto mai difficile poter comunicare tra loro. Ed era necessario imparare al più presto il gergo del campo per non contravvenire gli ordini che venivano dati. La propria vita era sempre in bilico, esposti ai capricci dei Kapos e a condizioni di vita che facilmente conducevano alla morte per inedia o malattia. In questa sorda lotta per sopravvivere si esauriva qualsiasi briciolo di umanità e l’individuo era ridotto in una condizione che suscitava il facile disprezzo degli aguzzini. Un sistema come quello ideato dai nazisti portava le vittime ad una quasi immediata condizione di remissività. Quello che contava era sopravvivere, anche solo un giorno. La ribellione o la fuga in massa non erano nell’orizzonte mentale della maggior parte dei prigionieri.

Come si manifestava la sindrome del post Vietnam?
La guerra del Vietnam ha anticipato molti degli scenari che caratterizzano gli odierni conflitti. Nella guerra combattuta nel sud est asiatico abbiamo potuto vedere come una potenza militare, nella fattispecie quella statunitense, sia rimasta intrappolata in un conflitto che era difficile vincere con i mezzi convenzionali. Moltissime concause hanno contribuito a determinare l’insuccesso militare degli Stati Uniti, non da ultimo la mancanza di forti motivazioni interne alla stessa nazione americana. Fin dalle prime battute il conflitto ha assunto, perlomeno nell’immaginario dell’Occidente, il carattere di sfida tra un paese povero ed un gigante prepotente e ben armato. La guerra del Vietnam costerà molto caro agli Stati Uniti in termini di vite umane. Alla fine dei combattimenti si registreranno più di 58 mila caduti e circa 135 mila feriti, di cui molti con permanenti esiti invalidanti. I nord vietnamiti, molti anni dopo la cessazione delle ostilità, ammetteranno perdite per un milione di soldati e per circa 4 milioni di civili. La maggior parte di queste vittime civili è imputabile ai pesanti bombardamenti compiuti dagli americani sul nord del paese. La scarsa motivazione dei militari impegnati in Vietnam è stata imputata ad una generale crisi di quei valori che avevano sempre ispirato l’America. Le vecchie parole d’ordine patriottiche, in una società permeata dal consumismo, erano entrate definitivamente in crisi. Il mondo politico, moralmente screditato, era del tutto incapace di far penetrare in profondità i messaggi che lanciava.

I giovani contestavano alle basi l’”american way of life” ed erano attirati da uno stile di vita anticonformista e libero da convenzioni opprimenti. I valori dei padri apparivano molto distanti. L’idea di sacrificare la propria vita nella lotta alla diffusione del comunismo non aveva fatto breccia nei loro cuori. Il messaggio delle classi al potere, al contrario di quanto avvenuto durante la seconda guerra mondiale, non era riuscito a coinvolgere emotivamente la gioventù. Una gioventù che adesso rispondeva svogliatamente alla chiamata alle armi o vi si sottraeva con la renitenza e la protesta.

Anche i reduci passarono i loro guai. Sui soldati pesava, al ritorno in patria, un clima di isolamento e di ostilità da parte dei compatrioti. Si cominciò a delineare una vera e propria “sindrome del reduce” caratterizzata da uno specifico profilo psicologico e comportamentale.

Un gravissimo problema di sanità pubblica fu l’altissimo numero di soldati diventati tossicodipendenti da eroina durante il soggiorno in Vietnam. Al pari di quanto avvenuto con la tossicodipendenza, molti reduci conclusero la propria vita preda dell’alcolismo e numerosi furono i casi di suicidio.

Il 25% dei quasi quattro milioni di veterani del Vietnam ha riportato gravi disturbi psichici. Questi dati sembrano assolutamente incompleti, anche perché non contemplano il gran numero di reduci che sono caduti, con il passare degli anni, in una condizione di emarginazione e di isolamento sociale. L’osservazione dei numerosi casi di interesse psichiatrico costrinse gli operatori del settore ad una revisione del concetto di trauma psichico. Il termine “nevrosi di guerra”, che era stato eliminato nella edizione del DSM-II del 1968, fu reintrodotto qualche anno dopo come “Post Vietnam Sindrome”. Si cercò anche di valutare gli esiti del trauma in termini di sofferenza sociale e relazionale. I comportamenti fortemente aggressivi dei reduci del Vietnam sono stati inquadrati all’interno della cosiddetta “sindrome di Rambo”, una categoria nosografia creata ad hoc. Il nome deriva dall’omonimo ciclo di film che ha visto come protagonista l’attore Sylvester Stallone. Ricordiamo, per inciso, che la pellicola uscì nel 1982, in piena era reaganiana e fu un grande successo di pubblico. Il film è una esplicita, anche se superficiale, condanna dell’emarginazione in cui furono tenuti i soldati che avevano combattuto nel Vietnam. L’accusa principale è di non aver sostenuto i reduci come avrebbero meritato; e questa ingratitudine della società americana, sempre secondo il film, è l’elemento di maggior sofferenza per un ex soldato che ha rischiato la vita nelle paludi del sud est asiatico. Anche il successo della pellicola il “Cacciatore”, interpretata da Robert De Niro, può essere inquadrato in una generale revisione critica che la destra americana proponeva all’opinione pubblica sul tema della sconfitta nella guerra.

Come si è evoluto il concetto di disturbo post traumatico da stress?
Il termine “nevrosi di guerra” era stato eliminato nell’edizione del 1968 del DSM II e reintrodotto qualche anno dopo come “sindrome del Post Vietnam”. Ulteriori sviluppi erano nell’aria. Nel1980 il DSM-III° introdusse il concetto di “disturbo post traumatico da stress”, applicando questo termine non solo alle nevrosi di guerra, ma a tutta una serie eventi catalogati come traumatici. Il “Disturbo post traumatico da stress” (PTSD) si può presentare, negli operatori di emergenza oppure nelle vittime di un trauma e riguarda molto spesso militari che sono stati esposti a situazioni particolarmente cruente. Le cause che stanno a monte di tale disturbo sono alquanto eterogenee, anche se la risposta sintomatologia è sempre la stessa. Chiunque sia esposto a particolari condizioni di violenza psichica e fisica reagisce con lo sviluppo di una forte carica ansiosa e prova una forte depressione del tono dell’umore. Sotto il profilo delle reazioni fisiche la gamma dei vissuti personali è molto ampia e variabile, con comparsa dei caratteristici sintomi dell’ansia (tremore, tachicardia, dispnea), sviluppo di crisi di panico prive di una vera e propria causa scatenante, astenia, spossatezza, disturbi gastro-intestinali, disturbi del sonno e della sfera alimentare e sessuale. L’insonnia, come abbiamo precedentemente accennato, è spesso causata dalla paura che con il sonno compaiano gli incubi disturbanti. Le reazioni emozionali sono molto forti. È quasi sempre presente un forte senso di colpa legato alla propria condizione di “sopravvissuto”: esso si manifesta quando amici o parenti sono stati coinvolti nell’evento catastrofico o terroristico e non sono sopravvissuti. Le reazioni emozionali del lutto possono estendersi ai propri commilitoni o al proprio popolo di appartenenza. Coloro i quali esperiscono tale sindrome mostrano un doloroso profilo emozionale intessuto di rabbia, oscillazioni del tono dell’umore, perdita dell’autostima, depressione. Il vissuto depressivo compare soprattutto quando si è perduto qualcuno con cui si è stabilito un forte legame affettivo. Uno dei sintomi più precoci del disturbo è la tendenza all’isolamento sociale, con una riduzione dei normali interessi e la scarsa voglia di partecipare alle abituali attività. Si accentua il senso di distacco e di estraneità verso gli altri. Prevale l’indifferenza emotiva ed uno stato di generale anaffettività. I pazienti depressi avvertono una forte diminuzione delle proprie prospettive future, con una incapacità ad uscire dalle secche della malattia ed un arresto del naturale scorrere del tempo.

Come si interpreta il terrorismo da un punto di vista psicologico?
È storicamente dimostrato che la guerra è quasi sempre preceduta da un lungo lavoro preparatorio basato essenzialmente su un’educazione al sacrificio che viene dispensata soprattutto ai giovani. Lo spirito di sacrificio si lega sempre ad una particolare ideologia, patriottica, sociale o religiosa, per la quale valga la pena affrontare i rischi connessi con la guerra. La fede in una idea ritenuta assolutamente giusta sembra legittimare anche il sacrificio della propria vita. Gli esiti comportamentali dello spirito di sacrificio spesso sfociano nel desiderio di ricevere o dispensare il martirio. In alcune circostanze, questo desiderio di auto-sacrificarsi diventa uno sbocco inevitabile della propria partecipazione al conflitto. È il caso dei kamikaze fondamentalisti, a qualsiasi corrente religiosa o nazionale appartengano (esistono terroristi suicidi anche in altri contesti, come quello che ha scosso lo Sri Lanka per molti anni). E qui si può già osservare una profonda differenza tra l’odierno Occidente e altri modelli culturali presenti sulla scena mondiale: quello che sembra mancare all’odierno ricco Occidente è proprio una ideologia “per la quale valga la pena sacrificarsi. Le caratteristiche distintive del martirio rimangono universali: esso si configura, all’apparenza, come un atto gratuito che consiste nella distruzione volontaria del bene più prezioso, la vita stessa. Tale atto avviene sempre come effetto di un profondo rimaneggiamento degli equilibri psichici della persona ed è la spia di una forte tendenza narcisista o di un condizionamento sociale cui non ci si può sottrarre. La richiesta del martirio avviene, di solito, quando la società sta attraversando una fase di profonda debolezza o vulnerabilità di fronte al nemico. Il martirio in guerra si configura come un atto agli antipodi della mentalità del militare ed è considerato fuori dalla logica degli eserciti dell’Occidente. Nella cultura occidentale ci si è sempre appellati allo spirito di sacrificio e ai doveri dell’abnegazione per la patria o la comunità che si è chiamati a servire. Il militare, anche se sollecitato a imprese pericolose (e che contemplano sempre la possibilità di perdere la vita), accetta di compierle sapendo che il tutto deve sempre avvenire entro ben precisi margini di rischio che gli garantiscano almeno una via d’uscita. Nella psicologia del militare non troviamo mai presente la componente dell’autodistruzione, che, anzi, rappresenta quanto di più lontano egli possa concepire. E, a conferma di questo assunto, possiamo notare come i terroristi suicidi non provengano mai dal mondo militare.

Nel libro si tratta anche del tragico fenomeno dei bambini soldato: quali dimensioni assume nel mondo moderno tale fenomeno e quali reazioni psicologiche si manifestano nei minori in guerra?
Secondo stime degli Organismi internazionali, si calcola che vi siano attualmente circa 300.000 bambini-soldato in giro per il mondo. La maggior parte di loro ha un’età che oscilla tra i 15 ed i 18 anni, ma sono stati segnalati bambini-soldato di 10 anni, ed anche meno. Il continente più interessato dal fenomeno è l’Africa, con la presenza di circa 120.000 minori impegnati direttamente in operazioni militari. Ma il problema è ugualmente presente in Asia, in America latina e in Medio Oriente. Organizzazioni internazionali come Amnesty International e l’UNICEF hanno documentato l’utilizzo dei minori sia nei combattimenti che in altre mansioni (portatori di munizioni e vettovaglie, ecc.). Il destino delle bambine soldato è molto più triste, in quanto molte di esse vengono avviate precocemente alla prostituzione e soggette allo stupro e a violenze sessuali. Si calcola che nella sola Etiopia le ragazze costituiscano il 30 per cento delle forze armate che si oppongono al governo centrale. Le ragazze, rapite e utilizzate come “schiave del sesso”, hanno altissime probabilità di contrarre l’AIDS e altre malattie veneree. Il loro reinserimento in programmi di recupero è alquanto difficile perché le stesse famiglie tendono a respingerle per il discredito che produce la loro condizione di ex prostitute. Il bacino di reclutamento dei bambini soldato è quanto mai ampio. Basti pensare che al momento attuale viene segnalata la presenza nel mondo di circa 100 milioni di “ragazzi di strada”, minori che vivono in precarie condizioni nutrizionali e di salute e che non hanno una abitazione stabile o una famiglia che li accudisca. In paesi endemicamente in guerra, la presenza di un alto numero di profughi e rifugiati favorisce il fenomeno dei bambini-soldato. In tali situazioni di difficoltà, le stesse famiglie favoriscono il reclutamento dei propri figli in cambio di un reddito minimo che consenta la sopravvivenza. In altri casi, la precoce esposizione alle violenze facilita l’arruolamento.

Tutti i bambini soldato sono portatori delle stimmate della sofferenza psichica. Questa condizione li accompagna generalmente per il resto dell’esistenza e pregiudica, in modo sostanziale, qualsiasi programma di recupero. La prima osservazione che possiamo fare è che l’esposizione in età precoce a violenze, soprusi, uccisioni, stupri, ecc.., già di per sé costituisce una ferita difficilmente rimarginabile. Questi episodi minano le fondamenta dell’essere umano nella sua fase più delicata. Le violenze psicologiche esercitate sul minore che viene avviato alla carriera di soldato hanno una particolare finalità: preparare il bambino a diventare capace di azioni efferate, coinvolgendolo in una situazione da cui non può tornare indietro. La fuga o l’abbandono del gruppo sono opzioni molto rischiose. I rituali di ingresso assomigliano molto a quelli praticati dai gruppi mafiosi o dalla criminalità organizzata e hanno lo scopo di vincolare i giovani affiliati alla nuova compagine. Sui bambini soldato viene esercitata una forte suggestione psichica che sfocia, grazie all’annullamento della personalità, in una condizione di sudditanza assoluta ai capi. In molti casi i bambini sono costretti, al loro ingresso nel gruppo, a partecipare ad un’azione violenta che rappresenta una sorta di cerimonia di iniziazione. Un tragico rituale consiste nell’uccisione di un altro minore colpevole di tentata fuga o di disobbedienza. In altri casi la vittima designata è un familiare. Con questa strategia si intende far superare al bambino il tabù dell’omicidio, preparandolo ad essere insensibile al dolore altrui. Inoltre, la creazione di un senso di colpa per l’uccisione di un altro essere umano lo lega psicologicamente al gruppo e previene la tentazione della diserzione. Il gruppo di appartenenza rappresenta per il minore l’unica sicurezza: egli sa bene che solo dai piccoli compagni di sventura potrà ricevere sostegno e solidarietà.

Quali sono i presupposti psicologici della pace?
Potremmo definire la guerra come una gigantesca operazione di tipo paranoicale che l’umanità vive nella relazione con l’Altro, cioè con il proprio simile trasformato in nemico. Noi psichiatri sappiamo che lo spostamento delle valenze emotive in un’unica direzione, con la prevalenza delle cariche dell’odio rispetto ad altri sentimenti più positivi, corrisponde ad una pericolosa malattia psichica che va sotto il nome di paranoia. Con la paranoia si proiettano sull’Altro valenze esclusivamente negative e che comportano un netto rifiuto della sua umanità. Nel paranoico la responsabilità è sempre dell’Altro, qualsiasi cosa avvenga. Con una simile malattia le normali relazioni umane sono totalmente inficiate. La paranoia si avvicina molto all’esperienza che l’uomo prova in guerra. In guerra le ragioni stanno tutte da una parte e il male è solo nel nemico. La paranoia, perlomeno come tendenza, è sempre presente nella nostra specie e può quindi essere evocata. Quando molte persone vengono coinvolte in una azione proiettiva di tipo paranoicale, allora possiamo parlare di vero e proprio delirio collettivo. Tutti i sistemi ideologici totalitari hanno un fondo paranoideo perché situano tutto il bene da una parte e il male dall’altra. I sistemi dittatoriali possiedono ben collaudati apparati di propaganda che hanno proprio la funzione di riaccendere negli individui quelle tendenze paranoicali che fanno assumere al nemico caratteristiche demoniache. Senza questa opera di demonizzazione del nemico la maggior parte delle ideologie del Novecento non avrebbe avuto alcun seguito di massa. Trovare oggi un modello di società totalmente votata alla causa della pace è molto difficile. Per realizzare un obiettivo del genere bisogna operare delle sofferte scelte nella propria filosofia di vita e nei comportamenti quotidiani. E non è facile fare tutte queste cose. La pace è possibile se la strategia per conseguirla si lega a qualcosa che non è solo convenienza o timore della distruzione reciproca. Una pace convenzionale è sempre piena di contraddizioni. Rischia di essere la pace di nazioni, come nel caso della “civilissima” Europa, che sono pacifiche a parole, ma che primeggiano nella produzione e vendita delle armi. La pace, ci ricorda la Bibbia, è qualcosa di “sovraumano”, una condizione che non possiamo raggiungere senza l’aiuto di Dio. Questo messaggio, che anche i laici ed i non credenti sentono di poter fare proprio, sta a significare che la condizione della pace può essere raggiunta solo se l’uomo si trasforma profondamente al proprio interno. La violenza, personificata da Caino nell’atto di uccidere il fratello innocente, ricaccia l’uomo in una condizione di “animalità” istintuale e di brutalità che lo allontanano da Dio. Solo la riscoperta della profondità della propria condizione di essere “spirituale” può mettere l’uomo al riparo dalla tentazione della sopraffazione sull’Altro. Il testo biblico, perenne fonte di ispirazione, è molto chiaro in proposito: l’uomo potrà conseguire la vera pace solo esercitando la giustizia e avvicinando il proprio simile nella consapevolezza di un destino che è comune a tutti gli esseri viventi.

Enrico Girmenia, medico, psicoterapeuta, antropologo, esperto di Diritto Internazionale umanitario, membro della Croce Rossa italiana, ha compiuto varie missioni in paesi martoriati dalla guerra. Attualmente si occupa del problema migranti e dei senza fissa dimora e delle loro condizioni di salute. Ha pubblicato con la casa editrice Armando L’analisi esistenziale (2003) una indagine sulle origini delle nevrosi e del disagio psichico dell’uomo contemporaneo, Essere e apparire (2005), una approfondita analisi sulla diffusione della malattia narcisistica nel mondo moderno, L’eutanasia nazista (2016), una indagine storica sull’operazione Aktion T4 portata avanti dai medici nazisti per eliminare i disabili e i malati mentali.

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