Prof. Giuseppe Craparo, Lei è autore del libro Psicoanalisi online edito da Carocci. Il lockdown ha riacceso il dibattito sul trattamento a distanza: possiamo continuare a chiamare psicoanalisi una terapia svolta mediante videochiamata?
Psicoanalisi online, Giuseppe CraparoL’idea del libro Psicoanalisi online è nata due anni fa da una chiacchierata con un collega e dal suo invito a scrivere qualcosa su questo argomento, rispetto a cui, egli sosteneva ed io ne convenivo, c’era (e c’è ancora oggi) una resistenza che portava (e porta) molti psicoanalisti a risolvere sbrigativamente la questione sentenziando che incontrare online un paziente “non è psicoanalisi”. Accettai l’idea del collega di scrivere un libro sulla psicoanalisi online, non senza riserve, non tanto per l’argomento in sé, visto che avevo una certa esperienza di lavoro clinico a distanza, ma perché ero convinto che mi sarei imbattuto in critiche o semplicemente nel disinteresse di quanti pensavano che non fosse di alcuna utilità occuparsi del rapporto fra psicoanalisi e Internet. Ci misi comunque un bel po’ ad iniziare a scrivere ma riuscii a concludere il lavoro che fu consegnato all’editore a gennaio 2020, quindi due mesi prima che scoppiasse in Italia il fermo dovuto alla drammatica diffusione del coronavirus. Al momento della consegna, chiaramente, non potevo immaginare quello che sarebbe accaduto di lì a poco e dell’interesse che ci sarebbe stato verso questo tipo di pratica in ragione soprattutto della scelta che tutti noi siamo stati costretti a fare di fronte all’interrogativo se interrompere gli incontri coi pazienti o se continuarli ma online. Dai feedback avuti in questi mesi so che sono stati molti a scegliere (o meglio, sono stati costretti a scegliere), in alcuni casi con non poco disagio e scetticismo, la seconda soluzione in ragione degli effetti che un’interruzione drastica della terapia avrebbe avuto sull’equilibrio psicofisico dei loro pazienti, a cui si aggiungeva la necessità di non lasciarli soli nell’affrontare una situazione nuova e stressante. Buona parte dei colleghi si è così trovata a fare i conti con un assetto clinico nuovo, certamente conosciuto ma mai preso seriamente in considerazione visto che, sino a quel momento, non c’era stato alcun ostacolo a incontrare i pazienti in studio.

Diciamo quindi che la situazione emergenziale, purtroppo non ancora finita, ci ha indotto a prendere in seria considerazione il ruolo del digitale e di Internet, provando a rispondere a diverse domande, alcune delle quali sono proprio quelle che hanno ispirato il mio libro.

Mi chiede se possiamo parlare di psicoanalisi online. Penso che dovremmo prima chiederci se è possibile praticare una psicoterapia in Internet. Per alcuni non è possibile, soprattutto perché mancano tutta una serie di rimandi corporei che sono propri dell’incontro clinico de visu. Come ho precisato nel libro, pur condividendo le considerazioni sulle differenze sostanziali fra i due setting (offline e online), soprattutto in virtù della mancata presenza fisica di terapeuta e paziente, sostengo che Internet non preclude alla diade la possibilità di fare esperienza di una “relazione incarnata”: ossia di una relazione in cui terapeuta e paziente comunicano reciprocamente sensazioni ed emozioni. Direi quindi che, anche sulla base dell’esperienza personale oltre che delle ricerche presenti nella letteratura scientifica, anche online possiamo svolgere una terapia, sia supportiva che espressiva. Passando al tema della psicoanalisi, riprenderei quanto sostenuto da Gabbard, ovvero che da psicoanalisti non possiamo pensare di tenerci fuori dai cambiamenti sociali e scientifici, oltre che tecnologici. Devo anche ammettere che, nonostante la ritrosia di molti nei confronti del lavoro clinico online, l’International Psychoanalytic Association riconosce la possibilità, soprattutto a coloro che si “candidano” a diventare psicoanalisti, di svolgere un’analisi online consigliandone il ricorso soprattutto in quei casi in cui c’è una oggettiva impossibilità, per lo più per ragioni geografiche e/o per assenza di analisti nei luoghi di appartenenza, a frequentare un setting analitico tradizionale: basterebbe questo per rispondere affermativamente alla sua domanda. Nel libro sviluppo comunque un discorso, supportato da dati di ricerche e da rimandi clinici, a favore della psicoanalisi online, senza però minimizzare i limiti di una pratica del genere e le differenze legate proprio alle peculiarità del setting virtuale.

Quali sono i limiti e i punti di forza di un lavoro clinico online?
Per quanto riguarda i punti di forza ritengo siano: la significativa riduzione dei costi per il paziente che non deve affrontare spese per gli spostamenti, soprattutto quando c’è una distanza significativa fra la propria residenza e lo studio dell’analista; la possibilità per il terapeuta di poter seguire clinicamente persone impossibilitate, per motivi geografici o medici, ad uscire di casa; alcuni annoverano inoltre l’opportunità per il clinico di abbassare il tariffario, ma considero questo punto legato soprattutto alle decisioni che l’analista fa tenendo conto di un insieme di variabili.

Per quanto riguarda i limiti del lavoro clinico online, le ricerche sembrano evidenziare una sua scarsa efficacia con pazienti con gravi disturbi di personalità (soprattutto appartenenti al cluster B, secondo la suddivisione proposta sino al DSM-IV-TR), con pazienti dipendenti, o con una personalità perversa, in virtù soprattutto della comune tendenza alla manipolazione delle relazioni (compresa quella terapeutica). Detto questo è chiaro che, al di là della psicopatologia diagnosticata, il terapeuta dovrebbe valutare caso per caso l’opportunità di ricorrere o meno ad un trattamento online.

A questi limiti si aggiungono quelli tecnici dovuti per esempio ad un debole segnale che può incidere negativamente sul lavoro clinico.

Quali sono le peculiarità di un setting analitico online, e le sue differenze rispetto a un setting offline?
Partirei dalla mancata presenza fisica, nel setting online, di analista e paziente in uno stesso luogo, lo studio analitico. Nel setting online mancano le condizioni per poter applicare scelte tecniche associate alla disposizione (vis à vis o sul lettino) del paziente, oltre che alla possibilità di fare esperienza sensoriale diretta l’uno dell’altro ma anche del luogo fisico condiviso: ad esempio, l’odore particolare ed unico avvertito dal paziente nello studio dell’analista, e delle risonanze inconsce che tale odore può attivare in lui. Diversamente dal setting classico inoltre, in quello online il paziente non si reca nello studio dell’analista; entrambi condividono infatti uno spazio virtuale che mette in relazione i rispettivi spazi fisici (ovvero i rispettivi luoghi dai quali entrambi si connettono). Si tratta di una caratteristica, quest’ultima, di non poco conto che inevitabilmente gioca un ruolo importante sulle dinamiche relazionali inconsce all’interno della diade analitica. In virtù di queste e di altre differenze che qui sarebbe lungo affrontare, ritengo che l’analisi online non dovrebbe cercare di replicare quanto avviene nell’incontro offline, come ad esempio pensare che basti invitare il paziente a staccare il video per simulare una seduta svolta sul lettino.

Si può sviluppare un transfert in una terapia tecnomediata?
Direi che, in alcuni casi, la stessa scelta di richiedere una terapia a “distanza”, soprattutto quando non ci sono impedimenti perché il paziente si rechi dall’analista, risponde a logiche transferali.

Dalla mia esperienza, come da quella di altri colleghi, il setting online non preclude l’entrata in scena del transfert del paziente (e del controtransfert dell’analista), anche in ragione del fatto che risulta artificioso pensare che l’inconscio di entrambi non sia sollecitato dall’ambiente online. Un paziente può ad esempio, ad un ritardo dell’analista per difficoltà di connessione, reagire transferalmente come se stesse rivivendo un sentimento di rifiuto sperimentato nella propria famiglia. Non solo. Nel libro faccio cenno alla messa in atto, sempre nell’analisi online, di esperienze di reenactment (ovvero di riattualizzazione di memorie traumatiche) e di enactment (si tratta di una condizione relazionale in cui sia l’analista che il paziente sperimentano un vissuto dissociativo; è quello che Bromberg chiama “bozzolo dissociativo”).

È possibile trattare online tutti i disturbi mentali?
Come ho già affermato in precedenza, ci sono psicopatologie che richiedono la presenza fisica di analista e paziente. Ma seppur le ricerche ci suggeriscono che alcune psicopatologie non traggono particolare giovamento dal trattamento online, è sempre opportuno, lo ripeto, valutare ogni singolo caso e senza preconcetti.

Giuseppe Craparo è psicoterapeuta, psicoanalista e professore associato di Psicologia clinica nella facoltà di Scienze dell’uomo e della società dell’Università Kore di Enna

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