Pseudo-Paolo. Lettera di san Paolo apostolo a san Pietro, Davide BrulloDavide Brullo, Lei è autore del libro Pseudo-Paolo. Lettera di san Paolo apostolo a san Pietro edito da Melville. Il libro si apre con il finto ritrovamento della lettera dello Pseudo-Paolo: una trovata, questa, di antica memoria, manzoniana ma anche rimaneggiata da Umberto Eco. Perché questa necessità?
Nel caso specifico la ‘trovata’ non è tanto il ritrovamento della lettera in sé, quanto la struttura complessiva del libro. Il romanzo – che tale resta: è una finzione – è un saggio, con una introduzione, una analisi del ritrovamento della lettera, il testo della lettera rigorosamente annotato e commentato, le emersioni della lettera (citazioni, lacerti, frammenti) in alcuni testi di grandi autori vissuti nel secolo scorso, una ricca bibliografia. La cornice di riferimento è tratta dalle edizioni critiche dei testi biblici: in effetti, ho pensato di far tradurre la mia lettera in greco antico e in latino, cosa che farò in una prossima edizione, e di renderla pubblica presso un editore religioso, in una collana di testi biblici. Sarebbe stato un eccesso di presunzione.

Nel libro si fondono più generi letterari, dal romanzo al saggio teologico, al pastiche letterario, all’insegna di un equivoco di fondo: realtà o finzione? Con quale intento nel lettore?
Credo nel ‘bel gesto’ più che nei gesti fatti a fin di bene: i primi si ammirano, anche per la loro ingenua assurdità; i secondi portano al totalitarismo. Riguardo al bene non sappiamo nulla, il bello è opinabile ma almeno non provoca stermini di massa. Ogni etica, d’altronde, si basa sull’estetica, altrimenti è il braccio armato della politica. Terminata la ramanzina: non c’è altra realtà che la finzione. Ci si ama veramente finché si crede alla finzione della propria unicità, che dà splendore di destino al caso. Così, io non mi figuro un lettore che distingua il vero dal falso, districando i dubbi in ubbie morali, ma un lettore vivente, attivo, che usi il libro come un pretesto per le proprie fantasie. Lo scrittore scrive per annientare se stesso e dare vita alle meraviglie altrui. Quanto al resto, uso la domanda per dire una cosa che mi sta a cuore. La scrittura è una tecnica. Come fare tavoli o scolpire un tozzo di marmo. A volte è necessario scolpire una Pietà, altre un lupo; a volte si costruisce un Golgota in legno altre un comodino. Insomma, lo scrittore è in grado, mantenendo una letterale personalità, di scrivere, letterariamente, tutto. Così, nel mio libro, c’è la nota accademica e il commento biblico, ma anche il racconto piamente narrativo, la biografia fittizia, la silloge di poesie e la scrittura confessionale. Tutto è autentico, cioè a servizio di ciò che mi prefiggo, fingendo – cioè: scartavetrando il vero.

La polemica interna al testo sembra scagliarsi feroce contro la Chiesa, «misericordiosa prigione da cui i cristiani devono liberarsi»: il suo è un libro eretico?
Non mi interessa la polemica anticlericale e trovo irritanti i libri a tesi, intrisi di ideologia. Penso che la letteratura debba portare alle conseguenze estreme i suoi intendimenti formali, per questo è per sua natura ‘eretica’. Prende una posizione – senza alcuna posa – perché lì la conduce una specifica esigenza formale. Ne è trascinata, inesorabilmente, e lo scrittore deve obbedirle. Non c’è morale o moralismo, nel libro: eventualmente, un particolare nitore etico, una proposta, una profezia.

Il libro si costruisce intorno al suicidio e alla riflessione su di esso: dantescamente, un atto estremo di libertà?
Il libro è dedicato a tre suicidi, che hanno formato la mia vita, in modo diverso. In quanto gesto di atroce individualità, che spiazza e scolora la memoria in calvario, non c’è equivalenza tra i suicidi, né perdono a priori. Il suicida è un asse bianco piantato nel cuore della vita: porta a un contrabbando sentimentale, a retrodatare l’idea di vita e di morte, la morte ti si approssima come una fatale, fatata, seducente possibilità. Il suicida non va temuto né compatito, non va giustificato né assolto – va assunto, semmai. Del Dio cristiano fattosi Gesù, Jorge Luis Borges, che amava i paradossi, diceva che era il supremo suicida. Una deviazione fantastica, ovviamente: deve esserci, nel teatro divino, la liturgia della cena e l’incomprensione, la preghiera nella notte e l’orecchio mozzato, il calice e le lacrime, il processo, il dubbio, la richiesta, la grazia e l’abbandono. Suicida indubbiamente è Giuda, che è il Gesù ambiguo, quello che tratta con tutti e pattuisce il giusto prezzo, il fedele in armi, il disorientato. Cara mi pare la leggenda che vuole la Croce tratta dall’albero su cui si impiccò Giuda.

Nei Suoi libri sembra mancare un’agnizione finale, in cui incontrare realmente Davide Brullo: fin dove può spingersi il confine tra letteratura e vita?
L’autore è ovunque e in nessun luogo mai. Per esperienza dolorosa – prima lo avrei affermato con un tocco di compiacimento, ora lo dico elettrificato nel male – la scrittura porta il fuoco e la spada, rompe le catene, scatena, divide i figli dai padri e i mariti dalle mogli. Mi hanno detto che sarei demoniaco perché scombino volutamente i segni – non so difendermi, ma dico che l’innocenza si scorge dopo aver disintegrato ogni resistenza, come un filo d’acqua tra amori ossificati. Per questo, che paradosso, per alcuni l’autore è dappertutto, in ogni singola frase, per altri è nascosto dietro svariati veli narrativi. In effetti, la parola è un pericolo, per fortuna: la vita esiste se qualcuno la dice, per questo, senza letteratura, non c’è vita, non c’è l’uomo.

Parliamo di attualità: i dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga. Quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Il problema, credo, non è nelle cifre ma nei fatti verbali. Se il 40% degli italiani legge cose che sarebbe bene non leggere, preferisco il restante 60%. La letteratura è aperta a tutti ma è per pochi: è sempre stato così. La scrittura è penalizzata dal fatto che tutti pensano di saperla praticare. Di fronte a un quadro di Raffaello o un disegno di Picasso e lo sgorbio di un pittore della domenica, nessuno ha problemi a riconoscere dove sta il genio. In letteratura non è così: una poesia di Wystan H. Auden o di Ezra Pound non primeggia, davanti a un pubblico da stadio, rispetto a un peto verboso di Rupi Kaur che ‘arriva subito’. La divulgazione letteraria ha bisogno di un principesco mecenate o di piani quinquennali della cultura pubblica: libri gratis agli studenti, domeniche in cui le librerie regalano i libri agli avventori, avventurieri della letteratura. E rifondare i progetti scolastici: più Dostoevskij e meno Manzoni (un vero genio per una lettura adulta), più Cormac McCarthy e Saul Bellow, Joseph Conrad e Dylan Thomas degli inutili sofismi intorno a Tasso e ad Ariosto. E soprattutto, cattedre di poesia nelle Università e editoriali scritti da poeti sulle prime pagine dei quotidiani e nei tiggì della sera.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
La ragione per cui i libri non si vendono e se vendono, vendono quasi sempre le cretinate, è dovuta al fatto che il libro – evviva – è ancora un oggetto contundente e pericoloso. Leggere amplifica la nostra umanità, la nostra coscienza, il nostro sano cinismo; leggere non ci fa avere paura di nulla perché scopriamo che la nostra anima, indomita, ha statura millenaria e struttura geologica. Un uomo che legge conosce l’animo umano, non si fa rimbambire dai proclami elettorali, è eretto nella propria capacità critica e di giudizio. Non reagisce, ascolta; non urla, contempla; non prende decisioni affrettate, compatisce e perdona. Per questo un popolo di avidi lettori fa paura: chi voterebbero costoro?, come farebbero ad accettare le meschine idiozie che ci propinano ogni giorno?, come potrebbero non costringere i politici a parlare di etica ed estetica piuttosto che di economia, certi che un uomo non vale quanto il suo stipendio o la sua sfiga o fortuna sul campo di lavoro? I lettori fanno paura ai potentati. Quanto all’educare, chi siamo noi per educare? Direi che bisogna imbracciare una disciplina. Agli studenti che frequentano i miei corsi un po’ eccentrici dico di leggere una poesia di Emily Dickinson o di Eugenio Montale o di Boris Pasternak o di Mario Luzi (concordo con loro per evitare carciofi lirici) appena alzati, la mattina. Il linguaggio buono è una colazione perfetta, la poesia vivifica, fa brillare gli occhi, rende lucida la mente e rapaci le labbra. Non è importante ‘capire’ la poesia, ma assumerla, sarà lei, tra ossa, sangue, nervi, a fare il suo viaggio, a interpellare il destino.