Professoressa Sparvoli, Lei è autrice del libro Proust costruttore melanconico. L’irrealizzabile progetto della Recherche pubblicato per i tipi di Carocci: la melanconia fu un tratto caratteristico di Marcel Proust?
Proust costruttore melanconico. L’irrealizzabile progetto della Recherche Eleonora SparvoliIn verità non possiamo dire che la melanconia – intendendo con questo termine la patologia conclamata di cui psichiatri e psicoterapeuti si fanno carico e che in moltissimi casi conduce al suicidio o comunque al tentativo di suicidio – fu un tratto caratteristico di Proust. No, la melanconia proustiana fu piuttosto una visione dell’esistenza, una coloritura, un’inflessione dell’anima, caratterizzata da una coscienza precoce e dolorosa dell’impossibilità di essere felici: e questo a causa d’una perdita originaria irreparabile (quella della simbiosi con la madre, la cui interruzione non fu mai per Proust realmente consumata e perciò elaborata e superata), cui nessun amore successivo avrebbe potuto portare rimedio, poiché condannato a ripetere all’infinito quel primo scacco che si era impresso nel suo destino come una stimmate. La melanconia fu in Proust una forma di pessimismo, di nichilismo, e anche un’impotenza del desiderio, condannato a non trovare mai nella realtà l’oggetto con cui appagarsi.

La stesura della Recherche fu una terapia contro l’attitudine melanconica dello scrittore?
Certamente la scrittura d’una grande opera che ricostituisse l’esistenza, conferendole quell’unità e quel significato che fuori dell’arte essa non sembrava avere, fu il più consistente tentativo per combattere l’inclinazione melanconica, nella misura in cui rappresentò il progetto capace di convogliare su di sé quel desiderio insoddisfatto, sublimandolo, cioè indirizzandolo verso uno scopo che trascendeva l’esistenza. Ma questo è il punto centrale: il progetto della Recherche non servì a “guarire” l’uomo Proust dalla melanconia, bensì l’artista Proust le cui prime opere erano state in qualche modo segnate mimeticamente dalla visione melanconica che ne aveva determinato la frammentarietà e l’incompiutezza. Proust, mettendosi all’impresa dell’opus magnum rinunciò definitivamente a cercare la felicità nella vita (perché tale ricerca era votata al sicuro fallimento) e aspirò alla realizzazione nell’arte. Questo slancio verso la costruzione dell’opera costituì – in se stesso – la più forte negazione del nichilismo melanconico.

Qual è l’ideale della Recherche?
La Recherche è come attraversata internamente dalla tensione verso un modello imprescindibile – necessario perché la creazione si metta in moto – ma anche irraggiungibile: quello della cattedrale gotica, costruzione artistica emblematicamente orientata al sublime, sostenuta da un impulso amoroso originario (la fede in Dio) e in cui ogni singolo dettaglio è inserito nella struttura d’insieme al cui senso complessivo concorre e dal cui senso trae a sua volta significato, in uno scambio, in una corrispondenza ininterrotte. Ho parlato di ideale dell’opera così come in psicanalisi si parla di ideale dell’io, cioè quell’immagine di perfezione a cui l’essere umano desidera conformarsi. È come se la Recherche fosse dotata di un movimento interno che la spinge a conformarsi al paradigma estetico della cattedrale gotica, paradigma che ha la funzione di contrastare, correggere quell’inclinazione alla frammentarietà che aveva contraddistinto le opere ad essa precedenti. Proust insistette ostinatamente – anche col passare degli anni quando il progetto iniziale si accresceva, deformandosi inesorabilmente – nel presentare la sua opera come una costruzione e se stesso come un architetto, proprio volendo fugare nel pubblico ogni sospetto che la Recherche fosse la mera riproduzione – impressionista, informe – della sua stessa vita, melanconicamente dispersa fra mondanità, malattia, inguaribile pigrizia, mancanza di volontà, amori proibiti e fallimentari.

Come si manifesta l’architettura melanconica nell’opera?
Ciò che mi è parso di scoprire nella mia analisi della Recherche è che a quel movimento che ho appena descritto se ne opponga, sotterraneamente, tacitamente, implicitamente, un altro, che resiste al processo di sublimazione della vita nell’opera d’arte. Mi spiego. Ci sono alcune zone del romanzo – contrassegnate anche da un uso di categorie temporali sfasate rispetto a quelle che dominano il romanzo (parlo di alcuni luoghi in cui la narrazione è improvvisamente fatta al presente, come se si riferisse a un tempo esterno a quello dell’intreccio raccontato, quasi travalicando i confini dell’opera) – in cui sembra che Proust si sia rifiutato di far subire ai materiali tratti dalla sua esistenza quella profonda trasformazione in cui avrebbero perso la loro qualità accidentale e personale per diventare parte d’una creazione dal valore universale, in cui ogni lettore poteva riconoscere se stesso e la sua propria vita. In un passo famoso del Temps retrouvé Proust sostiene che ogni libro è un cimitero in cui sulla maggior parte delle tombe i nomi sono stati cancellati: e questo perché tante donne amate da uno scrittore offriranno i loro tratti magari a un unico personaggio femminile nel romanzo (in cui i lettori proietteranno il volto del proprio oggetto d’amore), e tanti luoghi frequentati e rimpianti diverranno un solo paesaggio letterario, in cui i lettori distingueranno il profilo del loro paesaggio prediletto. Ebbene in quelle zone che ho identificato – parti scritte quasi in controtempo rispetto al ritmo della narrazione – Proust ha inteso invece innalzare delle tombe private in cui il nome dell’essere o del frammento di vita scomparsi è scritto chiaramente, ed è un nome che ha che fare con la figura materna, con l’infanzia, con l’angoscia originaria della separazione, col fantasma d’amore che lo ha accompagnato per tutta la vita. È come se l’esistenza – dolorosa, segnata dallo scacco e dalla ferita originaria mai rimarginata – attuasse una pervicace resistenza contro la profanazione operata dall’arte (che sublimando la materia contingente e individuale di fatto la sacrifica all’universalità). È in certo modo la rivincita della melanconia, che costella la grande architettura proustiana di frammenti staccati, di dettagli disarmonici e inquietanti, di residui di realtà non assimilati, di suggestive rovine.

Style switcher RESET
Body styles
Color scheme
Background pattern