“Prometeo incatenato” di Eschilo

Prométeo incatenato (Promethéus desmòtes) è una tragedia greca attribuita a Eschilo, sebbene forse portata a termine (o addirittura scritta) da altri dopo la sua morte nel 456 a. C. Nessuno nell’antichità dubitò che fosse di Eschilo, ma per molti aspetti lo stile pare diverso da quello delle altre sue sei tragedie pervenuteci. È l’unica per la quale non abbiamo informazione didascalica circa la rappresentazione, la data e la trilogia di cui faceva parte.

Può darsi che fosse la seconda opera di una trilogia, seguita dal Prometeo liberato, di cui ci rimangono pochi frammenti, e preceduta dal Prometeo portatore del fuoco, di cui ci resta solo un verso: ma l’ordine delle tragedie, e perfino l’esistenza di una simile trilogia, sono molto dubbi.

Il Titano Prometeo, che nel passato ha aiutato Zeus a imporre il suo dominio su Crono e gli altri Titani, ha suscitato la collera di Zeus diventando il campione del genere umano e dando agli uomini il fuoco e le arti. Nella scena di apertura della tragedia il dio Efesto, per ordine di Zeus, insieme a Crato (il Potere) e Bia (la Violenza), inchioda a malincuore Prometeo (forse rappresentato da una enorme figura silenziosa dietro la quale parla l’attore) a un’alta rupe nel Caucaso, perché sopporti tormenti per tutto il tempo che piacerà a Zeus.

Il coro delle Oceanidi, le figlie del Titano Oceano, viene a dolersi con lui e a confortarlo. Interviene anche lo stesso Oceano, dichiarandosi disposto a intercedere presso Zeus se Prometeo sarà più moderato nel suo atteggiamento. Questi respinge sdegnosamente le sue offerte e rammenta allora al coro tutti i benefici da lui apportati all’umanità. Giunge un’altra vittima della tirannia di Zeus, Io, una mortale che Zeus ha amato e che Era, fuori di sé per la gelosia, ha in parte resa simile a una vacca. Essa è condannata a lunghi vagabondaggi, perseguitata da un tafano e ossessionata da Argo dagli innumerevoli occhi.

Prometeo le parla delle sue sofferenze, del suo discendente Eracle che alla fine lo libererà e del fatale matrimonio che un giorno Zeus farà, a meno che Prometeo non lo metta in guardia. Dopo l’uscita di Io entra Ermes, inviato da Zeus per chiedere a Prometeo che riveli il suo segreto; benché Ermes preannunci a Prometeo tormenti sempre più grandi, Prometeo rifiuta orgogliosamente e viene precipitato nell’abisso con le Oceanidi, che decidono di condividere la sua sorte.

Se in una tragedia successiva aveva luogo una riconciliazione tra Zeus e Prometeo, è impossibile dire come l’autore la ideasse. Dai frammenti del Prometeo liberato sembra che la tragedia si aprisse con Prometeo restituito alla luce dopo 30.000 anni e che il coro fosse composto da Titani.

Come dio che soffre, come creatore dell’umanità e anche come campione degli oppressi e libero pensatore, Prometeo ha esercitato forte attrazione su popoli di religioni e opinioni politiche diverse.

tratto da Dizionario delle letterature classiche, diretto da Margaret C. Howatson, edizione italiana a cura di Maurizio Bettini, traduzione di Lucia Beltrami, Einaudi editore

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