“Prometeo e Leviatano” di Fabrizio Pagani

Prometeo e Leviatano, Fabrizio PaganiPrometeo e Leviatano. Lo scontro tra mercato e stato per il controllo dell’economia globale
di Fabrizio Pagani
Mondadori

Che per raccontare lo stato dell’economia mondiale si debba risalire fino al Titano che rubò il fuoco agli dèi e alla creatura biblica che Hobbes trasformò nell’emblema dello Stato moderno potrebbe sembrare, a prima vista, un vezzo erudito; eppure basta addentrarsi nelle prime pagine di Prometeo e Leviatano. Lo scontro tra mercato e Stato per il controllo dell’economia globale, il saggio di Fabrizio Pagani pubblicato da Mondadori nella collana Orizzonti, per accorgersi di quanto quella coppia di archetipi sia capace di illuminare, con la forza delle immagini antiche, i processi più intricati del nostro presente. Prometeo, che dona agli uomini il fuoco e le arti, diventa il mercato con la sua energia di impresa, concorrenza e innovazione; Leviatano, il mostro smisurato che gli uomini si costruiscono per proteggersi dal disordine, diventa il potere pubblico che batte moneta, impone sanzioni, sorveglia gli investimenti e difende i settori strategici. L’Autore stesso avverte che si tratta di una metafora, utile a dare forma narrativa a fenomeni che nessuna immagine potrebbe esaurire, ma è proprio questa misura, questa consapevolezza dei limiti dello strumento, a renderla così efficace lungo tutto il libro.

Ciò che distingue il volume dalla vasta letteratura accademica e pubblicistica sulla frammentazione dell’economia globale, che negli ultimi anni ha visto tornare sul tema pensatori come Ikenberry, Acemoğlu e Robinson, Farrell e Newman, è la prospettiva dichiarata fin dall’introduzione: quella del practitioner, di chi certe trasformazioni non le ha soltanto studiate, ma le ha viste discutere, negoziare e talvolta decidere dall’interno. Pagani ha attraversato trent’anni di storia economica in luoghi privilegiati, dall’OCSE dei primi anni Duemila, quando la globalizzazione viveva la stagione della sua massima fiducia, ai vertici del G20 nati dopo la crisi del 2008, dal ministero dell’Economia e delle Finanze fino alle istituzioni finanziarie private, e questa biografia professionale non resta sullo sfondo, ma affiora di continuo nel testo sotto forma di ricordi, osservazioni e piccoli dettagli che conferiscono all’analisi un’aria di testimonianza vissuta. Il lettore si trova così accompagnato da una voce che sa di cosa parla perché c’era: al vertice di San Pietroburgo del 2013, quando lo scontro tra Obama e Putin incrinò le speranze di una governance condivisa, oppure nelle oltre quaranta riunioni europee che, tra il 2010 e il 2015, furono assorbite quasi interamente dalla lunga agonia della crisi dell’euro.

Il racconto prende le mosse da quella breve ma intensa stagione in cui Prometeo sembrò aver vinto la sua battaglia: gli anni successivi al 1989, quando la fine della Guerra fredda venne letta come la conferma definitiva del liberalismo politico ed economico, l’epoca della «grande moderazione», della «Terza via» e del «Washington Consensus», culminata simbolicamente nell’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Con notevole equilibrio, Pagani mostra però come già dentro quel trionfo maturassero le prime crepe, dalle delocalizzazioni alle diseguaglianze, dalle proteste no-global all’erosione della classe media occidentale, e come la grande crisi finanziaria del 2007-2008, la crisi dei debiti sovrani, la Brexit, il programma «Made in China 2025», la pandemia, l’aggressione all’Ucraina e le presidenze Trump siano state le tappe successive di un medesimo processo, quello del ritorno della politica nel cuore dell’economia globale. Le crepe si fanno così frattura, e la frattura frammentazione.

Tra le pagine più riuscite di questa prima parte vi è il ritratto di Singapore, la città-Stato che l’Autore descrive come l’esempio perfetto dell’armonia tra Prometeo e Leviatano e che, proprio per la sua apertura estrema, diventa il «canarino nella miniera di carbone», secondo la metafora del primo ministro Lawrence Wong: il primo luogo ad avvertire quanto sia pericoloso un mondo in cui interdipendenza e rivalità si scontrano. Che perfino il Paese simbolo dell’integrazione globale abbia introdotto un regime di scrutinio degli investimenti esteri a tutela della sicurezza nazionale è, per Pagani, il segno più eloquente dei tempi.

Il libro entra quindi nella materia viva della frammentazione, dedicando capitoli densi ma sempre leggibili al commercio e agli investimenti, alle tecnologie e alla finanza. Si scopre così come dazi, controlli all’esportazione e screening degli investimenti abbiano ridisegnato la mappa degli scambi in una sorta di guerra commerciale permanente, come la concentrazione delle materie prime critiche in pochi Paesi esponga la transizione energetica e digitale a fragilità inattese, e come alla vecchia cortina di ferro si sia sostituita una «cortina di silicio» che separa ecosistemi tecnologici, catene di fornitura e infrastrutture dell’intelligenza artificiale. Particolarmente illuminante è il capitolo sul sistema finanziario, aperto dal motto latino pecuniae obediunt omnia e costruito attorno a un’immagine tessile di rara chiarezza: se il commercio è l’ordito della globalizzazione e gli investimenti ne sono la trama, la finanza ne è il telaio. Qui il dollaro appare non soltanto come una moneta, ma come una vera infrastruttura di potere, il cui uso politico attraverso sanzioni, pagamenti e riserve suscita reazioni, ricerca di alternative e tentativi di aggiramento che mettono in discussione, pur senza ancora abbatterlo, il celebre «privilegio esorbitante» americano.

Negli ultimi capitoli lo sguardo si posa sull’Europa e sull’Italia, e la riflessione si fa proposta. L’Unione europea, nata come grande progetto di mercato fondato su concorrenza, regole e apertura, è chiamata a combattere quella che l’Autore definisce una vera «guerra d’indipendenza» dalle proprie dipendenze critiche, completando il mercato unico, costruendo un’unione dei mercati dei capitali, dotandosi di un safe asset comune e rafforzando il ruolo internazionale dell’euro. L’Italia, a sua volta, viene descritta come una «upper middle power», troppo grande per rifugiarsi nella marginalità e troppo esposta per illudersi di poter affrontare da sola la tempesta: un Paese con conti pubblici più solidi, un sistema bancario rafforzato e imprese esportatrici competitive, ma gravato dal nodo irrisolto della bassa produttività, al quale Pagani indica quattro priorità che culminano in una formula felice, secondo cui l’interesse nazionale italiano si difende trasformandosi in agenda europea.

A rendere il saggio così gradevole, oltre che istruttivo, è la capacità dell’Autore di tenere insieme rigore e leggibilità senza mai sacrificare l’uno all’altra. Pagani padroneggia una mole impressionante di dati, dalle cifre sul commercio di Singapore al peso del debito pubblico italiano, che costa al Paese oltre 240 milioni di euro al giorno in interessi, ma li dispone sempre al servizio di un ragionamento, così che i numeri non appesantiscono la pagina e anzi la rendono più concreta, quasi tangibile. Accanto ai dati, il lettore incontra una costellazione di riferimenti che spaziano da Eschilo a Hobbes, da Fukuyama a Stiglitz e Rodrik, fino alla narrativa di Aravind Adiga e J.D. Vance evocata per dare volto umano alle fratture sociali della globalizzazione: una cultura ampia, umanistica oltre che economica, che si avverte in ogni capitolo senza mai trasformarsi in sfoggio.

Altrettanto apprezzabile è l’equilibrio del giudizio. Pagani non è un nostalgico dell’iperglobalizzazione né un apologeta del ritorno dello Stato: riconosce le ragioni di Prometeo e quelle di Leviatano, mette in luce i costi dell’una e dell’altra deriva e rifiuta tanto la fede cieca nel mercato quanto la seduzione del protezionismo. Questa postura, che è insieme quella dello studioso e quella del negoziatore abituato a cercare punti di equilibrio, si traduce in proposte concrete e talvolta sorprendenti per originalità, come l’idea di un’Agenzia delle partecipazioni europee che, assumendo temporaneamente quote di minoranza nelle imprese coinvolte in fusioni transfrontaliere, potrebbe «neutralizzare» le bandiere nazionali e trasformare uno strumento di difesa domestica in un dispositivo di integrazione sovranazionale.

Il punto d’arrivo dell’intero percorso è la nozione di «globalizzazione selettiva», che le Conclusioni sviluppano con chiarezza esemplare: un ordine economico che cerca di mantenere aperti i mercati, ma accetta limiti posti dalla politica e dalla geopolitica, articolandosi per aree geografiche, attraverso reti di accordi come il CPTPP e il possibile partenariato con l’Unione europea, e per settori, secondo la logica dello «small yard, high fence» formulata da Jake Sullivan. Con un’immagine che resta nella memoria, l’Autore suggerisce che il perimetro del cortile e l’altezza del recinto debbano poter variare «a fisarmonica» secondo le condizioni del mondo, restituendo così l’idea di un equilibrio mobile, mai definitivo, tra le due forze che danno il titolo al libro.

Prometeo e Leviatano è dunque un libro prezioso per chiunque desideri comprendere il passaggio storico che stiamo vivendo, e lo è tanto per lo specialista, che vi troverà una sintesi aggiornata e ricca di spunti di policy, quanto per il lettore curioso che, pur non frequentando abitualmente i temi della finanza internazionale, voglia capire perché un chip, una materia prima o un sistema di pagamento siano diventati, nel giro di pochi anni, questioni di sicurezza nazionale. Senza indulgere al catastrofismo né alle facili profezie, Pagani consegna al lettore una mappa ragionata delle faglie che attraversano l’economia mondiale e, insieme, una fiducia ragionevole nella possibilità che l’Europa e l’Italia sappiano trovare in esse il proprio spazio, a condizione di avere il coraggio delle riforme e della visione comune.

Il volume si congeda con una frase che ne riassume perfettamente lo spirito, ricordando che nell’eterna lotta tra Prometeo e Leviatano per il controllo dell’economia globale l’ultima parola non è ancora stata detta; ed è proprio questa apertura, questo rifiuto di chiudere la partita in una formula definitiva, a fare di questo saggio non soltanto una lucida diagnosi del presente, ma anche un invito a partecipare consapevolmente alla costruzione del futuro.

L’Autore

Fabrizio Pagani, economista e docente a SciencesPo, ha ricoperto incarichi in governi italiani e organizzazioni internazionali. Presso l’OCSE, a Parigi, è stato Direttore dell’Ufficio G7/G20. Successivamente, come consigliere economico del Presidente del Consiglio, è stato Sherpa G20. È stato quindi Capo della Segreteria tecnica del Ministro dell’Economia e delle Finanze, occupandosi di privatizzazioni, sistema bancario e investimenti. Ha poi lavorato nel settore finanziario privato presso il fondo d’investimento americano Muzinich e oggi come partner di Vitale. Si è laureato presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e ha conseguito un master all’Istituto Universitario Europeo.