Processo a Socrate, Mauro BonazziProf. Mauro Bonazzi, Lei è autore del libro Processo a Socrate edito da Laterza: perché nel 399 a.C. la città di Atene condanna a morte uno dei suoi figli più autorevoli?
Perché Atene abbia deciso di processare Socrate è un mistero che non riusciremo mai a svelare completamente. Nato intorno al 470, nel 399 a.C. Socrate era ormai anziano: perché attaccarlo proprio in quel momento per qualcosa che aveva fatto per tutta la vita? Di solito si risponde appellandosi a ragioni politiche che non potevano essere affermate esplicitamente. Atene era appena uscita da una guerra (persa miseramente contro Sparta) e, ancora peggio, da una guerra civile. Per evitare nuove violenze i democratici, appena tornati al potere, avevano proclamato una sorta di amnistia, vietando di ‘rievocare i mali trascorsi’. Di Socrate erano note le frequentazioni aristocratiche e le critiche al regime democratico. Anche se non si poteva affermarlo espressamente il vero motivo del processo sarebbe stato dunque politico e le accuse – introdurre nuove divinità e corrompere i giovani – delle mere coperture. Questa è l’ipotesi più diffusa. Per quanto ragionevole, però, essa non regge al confronto con i pochi dati di cui disponiamo: Socrate non può essere annoverato tra quegli intellettuali che operarono attivamente per l’abbattimento della democrazia, pagandone per questo le conseguenze, ma fu sempre un cittadino rispettoso delle leggi – anche in momenti drammatici – come tutti dovettero riconoscere il giorno del processo.

Secondo la mia ricostruzione si dovrebbero invece prendere in considerazione più seriamente le due accuse. Non rispettare le divinità della città e corrompere i giovani implicano questioni delicate che potevano effettivamente aprire la strada a situazioni pericolose, soprattutto in un momento di instabilità quale fu quello di quegli anni. Insomma: le posizioni politiche di Socrate di certo non giovarono alla sua causa, e non possiamo neanche escludere inimicizie o odi personali con alcuni dei personaggi implicati nella vicenda. Ma la causa principale fu proprio quello che Socrate aveva insegnato ad Atene. Socrate non si stancò mai di mettere in discussione i principi e i valori su cui si fondava Atene. Ed è questo, in fondo che rende il processo così interessante. Fino a che punto può una comunità accettare che i suoi valori vengano messi in discussione?

Cosa è successo davvero nei mesi in cui si è svolta la vicenda giudiziaria di Socrate?
Come ho già velocemente accennato, quelli furono anni terribili nella vita di Atene, con guerre perse, colpi di stati, liste di proscrizioni, esili e un numero ingente di morti. Indubbiamente questo clima esagitato non contribuì alla sua causa. Ma è interessante osservare che per il suo processo tutte le procedure e le regole furono rispettate. Almeno dal punto di vista formale, e non era scontato (basta pensare al celebre processo delle Arginuse, sei anni prima, in cui ne erano successe di tutti i colori), Socrate è stato processato in modo corretto. Perché allora fu condannato? La risposta è probabilmente in quello che successe durante il processo: ne parleremo dopo…

Che cosa ha detto veramente Socrate?
Socrate, come noto, non scrisse mai nulla. Per ricostruire il suo pensiero dobbiamo così ricorrere alla testimonianza di chi lo ascoltò. Ma è proprio qui che incominciano i problemi: i diversi autori che ne scrissero ci presentano sempre immagini diverse, e difficilmente compatibili le une con le altre! Così al Socrate di Senofonte, una persona così perbene da rendere incomprensibile perché mai avrebbe dovuto essere processato, possiamo contrapporre quello di Aristofane, un sofista e l’unico responsabile della corruzione che sta affondando la città. E in mezzo abbiamo il Socrate, paradossale e affascinantissimo di Platone, un maestro che non sa – ma come si fa a insegnare se non si sa? Ricostruire il pensiero originale di questo grandissimo filosofo è insomma davvero difficile.

Ciò detto, qualcosa possiamo dire.

Se fino a quel momento la filosofia si era occupata prevalentemente di problemi cosmologici e scientifici (che cos’è l’universo? quando e come è stato creato?), con lui – e con i sofisti – si assiste a una decisa virata in direzione del mondo dell’uomo: che cosa posso conoscere? cosa è bene e cosa è male nella città? è possibile trovare un accordo con le altre persone o solo la forza può produrre l’ordine? Ecco alcuni dei problemi che più lo impegnarono.

Un secondo punto caratterizzante è il metodo, almeno secondo Platone. A differenza degli altri pensatori o poeti, che si presentavano in possesso di un sapere assoluto (vuoi per grazia divina, i poeti, o per meriti loro propri, i sofisti) Socrate afferma decisamente di non sapere: è la celebre professione d’ignoranza, ed è l’inizio della sua filosofia. Perché è solo ammettendo di non sapere, riconoscendo insomma che le cose non sono come si pensa, che si può iniziare a cercare davvero. E siccome non Socrate non sa, è costretto a confrontarsi con gli altri: nasce qui l’esigenza del dialogo come unico strumento legittimo per fare filosofia.

Naturalmente, data questa posizione di partenza, la sua indagine sarà soprattutto negativa: interrogando gli altri, mostrerà che i presunti esperti credono di sapere, ma in realtà non sanno; sono ancora più ignoranti di lui che almeno riconosce di non sapere. E sono anche pericolosi perché la loro ignoranza riguarda problemi fondamentali della vita umana – cosa è bene o male? cosa è la giustizia? e la felicità? – e rischia di condurre a vite sbagliate.

Più difficile da stabilire è invece se il suo pensiero contemplasse anche una dimensione positiva, costruttiva. Se lui non sa, e neppure gli altri sanno, come si fa a cercare e trovare? Questo è il problema più spinoso. Sulle questioni etiche, però, quelle che più gli stavano a cuore, penso gli si possa comunque attribuire una posizione minimale, molto interessante. Socrate non sa esattamente cosa sia la giustizia: sa però quando sta facendo qualcosa di ingiusto o di cattivo. Penso sia una soluzione su cui tutti dovrebbero riflettere. Nessuno di noi, temo, ha la risposta che risolve tutti i problemi. Ma quando commettiamo qualcosa di sbagliato, lo sappiamo. È la voce della coscienza che si fa sentire, e che ci parla per la prima volta nella storia proprio grazie a Socrate.

In cosa consisteva l’accusa di empietà?
È una delle parti meno chiare del processo, ma non per caso. Ad Atene la nozione di ‘empietà’ non era regolata o formalmente definita: era un concetto aperto che poteva essere sfruttato nei modi più diversi, come fecero appunto i suoi accusatori. Dal punto di visto religioso Socrate può essere descritto come una specie di riformatore, impegnato nel difficile compito di ridefinire ‘il divino’, contro una tradizione secolare. I greci erano abituati agli dei di Omero, affascinanti quanto si vuole ma che difficilmente potrebbero essere considerati un buon modello da seguire. Socrate sviluppa invece un’immagine nuova degli dei, che ha conseguenze rivoluzionarie. Gli dei sono esseri positivi, buoni, che non hanno bisogno di nulla, onniscienti. Ma se è così bisogna riconoscere che le descrizioni tradizionali sono false e, ancora peggio, che le pratiche religiose correnti sono sbagliate. Noi dobbiamo cercare di imitare gli dei comportandoci bene come loro e non chiedergli di farci favori in cambio di preghiere e sacrifici! Sembrano idee ragionevoli e probabilmente lo sono. Ma erano anche tesi che andavano contro le pratiche del tempo, seminando sconcerto tra i cittadini ateniesi.

Come si articolò la difesa di Socrate?
È la parte più incredibile della vicenda, in cui tutti i problemi convergono. In precedenza ho osservato che il processo si svolse in modo formalmente corretto: a Socrate fu dunque permesso di far valere le sue ragioni. Di più, nella prima votazione – il processo si articolava in due parti: prima valutare se fosse colpevole, e poi, eventualmente, stabilire la pena – molti cittadini votarono in suo favore, tanto che per poco non fu assolto: Voltaire, per questo, osservò che ad Atene c’erano 220 filosofi! Ma se le cose andarono diversamente dipende prima di tutto dal modo in cui Socrate ha scelto di difendersi (su questo le testimonianze di Senofonte e Platone convergono). È come se, avendo deciso che tanto sarebbe stato condannato, Socrate abbia voluto non entrare nel merito delle accuse ma rivendicare piuttosto le ragioni della sua vita. Socrate è l’unico ateniese che ha avuto il coraggio di vivere e morire coerentemente alle sue idee di giustizia. Il risultato fu un grandioso rovesciamento dei ruoli: sul banco degli imputati, nel discorso difensivo di Socrate, non è lui ma Atene, la città colpevole di non rispettare la giustizia, e per questo la causa della corruzione dei suoi abitanti. L’effetto è potentissimo: in fondo, sulla lunga distanza dei secoli, ha vinto lui.

Ma cosa sarebbe successo se al processo Socrate avesse tenuto un atteggiamento diverso? La storia non si fa con i se, certo; ma il problema non è di poco conto. In fondo si tratta dell’eterna questione del rapporto tra intellettuali e popolo: davvero il popolo non è in grado di capire la complessità della realtà e dei problemi? Una domanda molto attuale, viene da osservare…

Come morì Socrate?
Con grandissima serenità, se crediamo a Platone, che nel Fedone offre una descrizione commovente degli ultimi minuti di vita del suo maestro. A ciò contribuiva il modo, vale a dire per assunzione della cicuta, che è stato giustamente assimilato ad una specie di suicidio assistito. Altre volte i colpevoli venivano crocifissi o buttati in un dirupo. Nel suo caso, la città che lo aveva (ingiustamente, in ultima istanza) condannato volle tributargli un’ultima manifestazione di rispetto.

Fino a che punto una comunità – ieri come oggi – può tollerare che i principi e i valori su cui si fonda siano messi radicalmente in discussione?
È questo il problema che il processo di Socrate ci ha lasciato in eredità. Ogni comunità, ieri come oggi, tende a richiudersi su stessa, nella convinzione di essere nel giusto. Il compito del filosofo, secondo Socrate, è allora quello di cercare di arginare questa deriva, tenendo aperto il campo delle possibilità, invitando a riflettere su quello che facciamo e siamo. Non è un compito facile, quando lo si fa onestamente, perché manca di una parte positiva. Socrate non è il pifferaio magico che si propone come guida per gli altri, ma un tafano che cerca di impedire che i suoi concittadini si rinchiudano in se stessi e nei propri pregiudizi. Il suo obiettivo è insomma quello di stimolarli a pensare e non dirgli cosa devono pensare. Che si tratti di una funzione fondamentale credo sia difficile da negare. Ma questa dimensione aperta rischia spesso di essere fraintesa, e da qui nascono tutti i problemi.

Le ragioni della filosofia e quelle della città sono realmente incompatibili?
Dipende da cosa s’intende per ‘città’ e per ‘filosofia’. Nel caso di Socrate la filosofia è l’esercizio della propria ragione e la ricerca della verità (e della giustizia). Se per città intendiamo forme di governo non democratiche è evidente che filosofia e città non sono compatibili. Se per città intendiamo il nostro mondo democratico e liberale, allora si potrebbe dire che la filosofia svolge un ruolo fondamentale, ricordando che la ricerca della verità (e della giustizia) è molto più difficile di quanto non si creda e richiede uno sforzo condiviso. Ultimamente, tanto la democrazia quanto la filosofia non sembrano di godere di grande stima. Ma è possibile costruire un mondo veramente umano senza verità e giustizia?

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link