Processo a Colombo. Scoperta o sterminio?, Antonio MusarraDott. Antonio Musarra, Lei è autore del libro Processo a Colombo. Scoperta o sterminio? edito da La Vela. In America è in atto una vera e propria “crociata” decisa a cancellare ogni tributo all’illustre genovese: come nasce questo fenomeno?
È interessante il fatto che lei abbia utilizzato il termine “crociata” per definire il moto di sdegno –  molto politically correct – che sta attraversando le Americhe in relazione al navigatore. Colombo, alla crociata pensava davvero. Pare volesse finalizzare parte dei proventi ricavati dalla “scoperta” al recupero di Gerusalemme. Ma, a parte tutto, quel che sta accadendo, in particolar modo negli Stati Uniti, ha dell’incredibile. Qualche avvisaglia s’era avuta negli anni Cinquanta; ma è soprattutto a seguito della grande stagione di studi inaugurata in concomitanza col quinto centenario della “scoperta”, nel 1992, che la figura del navigatore, spogliata – e per fortuna – dei tratti “eroici” di cui era ammantata, ha cominciato a subire un moto di revisione che ne ha completamente ribaltato i connotati. Ma, forse, con eccessivo entusiasmo. Oggi, alla “scoperta” si è, ormai, sostituita la “conquista”. Facendo, però, di tutta l’erba un fascio. Al di là dei molti meriti che la suddetta lettura anti-eroica possiede, l’errore è stato quello d’accomunare il nostro ai conquistadores, facendone il prototipo di quelle masnade più o meno incontrollate che, effettivamente, perpetrarono stragi e massacri. Tutto ciò ne ha favorito la condanna, sviluppatasi in molti modi: nella deturpazione delle statue, nel loro abbattimento, nell’abolizione del Columbus Day – la festa degli italiani; ovvero, la festa del contributo italiano alla crescita della nazione americana –, in quella che si configura, oggi, come una vera e propria damnatio memoriae. In realtà, Colombo c’entra poco; quel che gli statunitensi vorrebbero eliminare è un passato-recente a dir poco controverso. Non è colpa di Colombo se gli indiani, costretti nelle riserve, sono, oggi, ai minimi termini.

Quali colpe ebbe realmente Colombo?
Intendiamoci. Colombo non fu certo un santo. La sua colpa principale fu – per così dire – quella d’esser vissuto in un’epoca in cui la schiavitù, benché bollata da qualche intellettuale come contraria al volere divino e alla legge di natura, era praticata su vasta scala. Il nostro, dunque, fu, soprattutto, uno schiavista; o, quantomeno, lo diventò. Gli possiamo imputare, inoltre, d’aver reagito con la forza per piegare gli indios; ma non, certo, d’averli sistematicamente sterminati. Oltre a ciò fu un pessimo amministratore. Gli atti del processo da lui subito nel 1500 svelano particolari a dir poco imbarazzanti sulla sua incapacità di mantenere l’ordine in Hispaniola. Con ciò non possiamo, certo, definirlo un genocida. È tale passaggio, a mio avviso illogico, a costituire il centro del mio libro. Colombo è assurto, oggi, a simbolo della violenza colonizzatrice dell’uomo bianco. Il disinteresse per la vicenda storica non fa che nascondere, però, tutta l’incapacità statunitense di fare i conti con il proprio, di passato. Non è Colombo che interessa. Chi abbatte le statue intende abbattere un sistema che ha creato enormi sperequazioni. Solo che sbaglia obiettivo.

Chi era davvero Cristoforo Colombo?
A questa domanda non è facile rispondere. I secoli passano e la nostra capacità di guardare indietro si affievolisce. Non a caso, del nostro è stato detto tutto e il contrario di tutto: Colombo catalano, Colombo ebreo, Colombo figlio segreto di Innocenzo VIII, Colombo nato in Nord America, Colombo Gran Maestro del redivivo (o mai sopito) Ordine templare, misteriosamente sopravvissuto allo scioglimento del 1312 (e non v’è da stupirsi se qualcuno seguiti a sostenere che i Templari abbiano scoperto l’America duecento anni prima, vista l’incredibile somiglianza tra l’idolo barbuto chiamato Baphomet e l’atzeco, e altrettanto barbuto, Quetzacoatl…; per non parlare delle pannocchie di Rosslyn….). Perfino numerosi particolari della sua biografia – il luogo e la data di nascita (ma, fidatevi: era genovese!), la professione: (sua e della famiglia), il credo religioso, la cultura, le aspirazioni, l’eredità – seguitano a essere dibattuti. Per non parlare della disputa – sterile – tra coloro che vedono in lui un uomo già in qualche maniera “moderno” e chi, invece, ne sottolinea con forza l’ancoraggio al Medioevo. Oggi, queste discussioni hanno lasciato il passo ad altro. E per fortuna! Ma su una cosa possiamo essere certi. Colombo non era che un uomo del suo tempo. Un tempo denso di contraddizioni e proprio per questo affascinante.

Nel libro Lei dà spazio alla voce diretta delle fonti: cosa rivelano?
Nel mio pamphlet ho messo a disposizione dei lettori diverse letture – per così dire – “incriminanti”, così che ciascuno possa farsi un’idea del personaggio. È, questa, un’operazione di «public history»? Può darsi. Senza dubbio, di sensibilizzazione. Volevo spingere il lettore a confrontarsi con alcune testi fondamentali. Non si tratta di un’antologia: molti e più valenti studiosi ne hanno fornite, e di ottime. Piuttosto, ho voluto fornire una sorta di itinerario – guidato dalla necessità di comprendere cosa sia accaduto, effettivamente, a partire da quel fatidico 1492 nel cosiddetto Nuovo Mondo –, volto a delineare, per quanto possibile, le responsabilità di Colombo e dei suoi epigoni. Si va dalla narrazione, contenuta nel celebre Giornale di bordo, del primo incontro con gli indios, a temi quali l’ossessione del navigatore per l’oro e la resa in schiavitù, per finire con le violenze dei conquistadores, narrate – non senza qualche esagerazione – da Bartolomé del Las Casas. La lettura diretta di alcune testimonianze mi ha spesso lasciato interdetto – nel bene e nel male –, così come credo che lascerà interdetto il lettore. E questo non può ch’essere un bene.

È corretto giudicare le scelte dell’Ammiraglio e della gente del suo tempo alla luce del pensiero moderno, bollandole come ‘razziste’ e ‘genocide’?
No, affatto. Ma non tanto perché non sia possibile applicare al passato etichette di sorta (pena, però, lo scadere in inevitabili anacronismi). Piuttosto perché “processare” la storia è sempre sbagliato. E perfino pericoloso. Non è compito dello storico il giudicare. Semmai, lo è il cercare di comprendere. Processo a Colombo invita a riflettere su questo. Dobbiamo capire, innanzitutto, che la società in cui il navigatore visse è diversa dalla nostra. Dobbiamo capire – ma questo vale come regola generale – che il modus vivendi attuale non è, certo, l’unico possibile. Compreso questo, il resto viene da sé. In questo senso, il titolo che ho voluto dare al mio pamphlet è, piuttosto, pregnante: non si tratta d’un “processo” al navigatore ma d’un’analisi dei motivi che sottostanno al bislacco tentativo di “processare” il nostro.

Quale giudizio storico obiettivo è possibile dare di Cristoforo Colombo?
Diffido da ogni elucubrazione di questo tipo. Credo, anzi, che sia impossibile fornire giudizi realmente obiettivi. Pena, un’inevitabile reductio della complessità, ch’è – non mi stancherò mai di ripeterlo – la vera cifra della Storia. Del resto, ogni studioso si pone di fronte al passato con un bagaglio personale, con domande che derivano dal proprio vissuto. E tale soggettività non è eliminabile. Il “caso Colombo” è, da questo punto di vista, piuttosto esemplare. L’enorme varietà di letture che hanno riguardato il nostro deriva da due fattori: dalla soggettività dei singoli studiosi, mossi da interessi diversi; dalla complessità del personaggio – ma, si potrebbe dire, di ogni essere umano –, per cui possiamo sì supporre una coerenza di comportamento, ma senza tralasciare la possibilità dell’irrazionale, dell’imponderabile. Come potremmo, dunque, giudicarne l’operato? Possiamo affermare – questo sì – che il nostro possedeva una personalità complessa, e che compito dello studioso fedele è quello di penetrarne i meandri – magari, «con salmodiante umiltà» – così da evidenziarne luci e ombre, razionalità e contraddizioni. Allo stesso modo, potremmo tracciare una biografia ragionevolmente coerente del personaggio, dedicando, magari, ampio spazio alle posizioni dei singoli studiosi in merito alle fonti. Ma il risultato sarà sempre e comunque soggettivo. Attenzione: questo non vuol dire rinunciare alla conoscenza del passato. Tutt’altro! Piuttosto, significa diffidare da chi pensa d’avere la verità in tasca, consapevoli che tendere alla verità voglia dire, tutt’al più, aggiungere qualche tassello. Ben contenti di farlo.