“Problemi di biografia dantesca” di Giuseppe Indizio

Dott. Giuseppe Indizio, Lei è autore del libro Problemi di biografia dantesca, edito da libreriauniversitaria.it: su quali basi metodologiche si rende, a Suo avviso, necessaria una nuova biografia di Dante, nonostante la sovrabbondante bibliografia che su Dante si è accumulata nei secoli e che negli ultimi anni rischia di diventare ingovernabile?
Problemi di biografia dantesca, Giuseppe IndizioLa situazione è in effetti paradossale: di Dante si scrive a getto continuo, per le più varie ragioni e con i più vari fini (accademici, divulgativi, di autopromozione, ecc.). Situazione diventata parossistica nel recente anno centenario. E il paradosso è questo: si scrive molto, troppo, ma della sua vita si sa pochissimo, dico non solo il grande pubblico, ma insegnanti, accademici e specialisti, fatte le debite eccezioni, non navigano in buone acque. A mio avviso, una nuova biografia di Dante sarebbe utile nella misura in cui mettesse a disposizione in modo chiaro e ordinato le fonti che abbiamo. Dichiarare tutto, senza dare nulla per scontato, dando la possibilità a chi legge di farsi un’idea propria. Giocare ad armi pari col lettore credo sia necessario, viceversa Dante resterà un oggetto sconosciuto, venerato, temuto, fortunatamente anche molto amato, in Italia e all’estero. Ma, quanto alla sua vita, decisamente uno sconosciuto. A facilitare quest’obiettivo vorrei contribuire anch’io. È un po’ un rischio ma dopotutto Dante è indiscutibilmente il massimo poeta italiano, vedremo.

Cosa rivela l’analisi approfondita della profezia di Cacciaguida?
La profezia di Cacciaguida è importantissima per il biografo. Tratta della vita di Dante, in altre parole è Dante che parla di sé stesso attraverso lo schermo di quel suo lontano trisavolo. Sono notizie cui dovremmo dare la massima attendibilità ma Dante è un autore di estrema raffinatezza, conosce da maestro i segreti dell’allusione, a volte dell’illusione. Riesce con naturalezza a riscrivere la storia e, quando gli occorre, a manipolarla, per porre sé stesso sotto la giusta luce. Ma sa farlo con incomparabile maestria, è quasi impossibile coglierlo in fallo e smascherarlo. Premesso che questa della manipolazione sia un’arte largamente praticata dagli autori di ieri e di oggi, bisogna riconoscere che Dante non arriva mai a mentire, non propaganda fake news. Cacciaguida dice che il suo lontano discendente andrà in rotta di collisione non solo con gli avversari politici dichiarati (i Neri fiorentini) ma anche con i compagni di partito (i Bianchi, esiliati e condannati dai Neri in molti casi alla pena di morte: Dante stesso fu condannato in contumacia prima al rogo poi alla decapitazione). Cacciaguida riconosce l’ospitalità data a Dante da un signore veronese, Bartolomeo della Scala (il ‘gran Lombardo’), un riconoscimento dovuto a un breve soggiorno concesso al poeta nei primi tempi dell’esilio: ma su questo soggiorno gli scritti contemporanei di Dante in realtà tacciono. C’è il forte sospetto che il poeta, mentre scrive la profezia di Cacciaguida (molti anni dopo i fatti), stia esaltando Bartolomeo non per il breve soggiorno di cui ho detto, ma per introdurne degnamente suo fratello minore, il più grande scaligero di sempre: Cangrande. La soluzione del mistero, almeno in tal caso, è ovvia: mentre scrive Dante sta godendo della munifica ospitalità proprio di Cangrande. Ecco perché la prima fugace sosta veronese, quasi irrilevante al tempo e anzi foriera di critiche verso gli Scaligeri e i Veronesi, viene ora celebrata come ‘primo rifugio e primo ostello’: Dante detta quei versi per compiacere il suo attuale ospite e mecenate, appunto Cangrande. Si potrebbe discutere sull’etica di questi versi ma con Dante è difficile discutere, i suoi sono versi coinvolgenti, toccanti, commoventi, di estrema bellezza. Le nostre discussioni passano, i suoi versi, fortunatamente, restano.

In quale contesto storico e cronologico è possibile situare i soggiorni veronesi di Dante?
Sui soggiorni veronesi si sono versati i proverbiali fiumi di inchiostro. Di recente si è addirittura propagandata l’idea (del tutto infondata) che l’esilio di Dante si sia svolto quasi interamente a Verona. Ma non ci si è limitati a questo (pur madornale) errore: di recente si è anche preteso d’aver scovato una lettera inedita di Dante, ovviamente veronese. Nulla di vero in queste illazioni, le riferisco solo per dare un’idea di dove si possa arrivare nel tentativo di portare Dante dove più piace, un po’ come accadeva nell’Ottocento, in piena frenesia dantesca. Per quel che ne sappiamo, con tutte le cautele del caso, Dante fu a Verona due volte, nei primi anni dell’esilio per un breve periodo, presso Bartolomeo; dopodiché per circa un quadriennio, una dozzina d’anni dopo, presso Cangrande. Nel primo caso, Dante si trovava in un tour diplomatico a nome degli (ancora per poco) compagni di partito, i Bianchi fiorentini, per chiedere aiuti militari che sostenessero lo sforzo del suo partito di rientrare a Firenze con le armi. Nel secondo soggiorno, lasciati i Bianchi (che forse lo avevano accusato di intelligenza col nemico), richiesta invano l’amnistia ai Neri, naufragata l’illusione che l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo riportasse pace e concordia tra le fazioni, inseguito da una nuova condanna dei Neri, Dante è in grandi ambasce. Non erano molti i luoghi in cui potesse stare indisturbato: Firenze era un Comune ricco e potente, molto ramificato e con un eccellente servizio di spie, ragion per cui Dante durante l’esilio non dà quasi mai notizie di sé, per la disperazione dei suoi biografi. Verona era in quel momento la massima potenza ghibellina nel Nord-est della penisola, qui Dante, raggiunto anche dai figli, poteva sentirsi al sicuro.

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In che modo i documenti privatistici contribuiscono a gettare luce sulla fortuna dantesca nel primo ventennio dopo la morte del poeta?
Qui si tocca un tema ad alta conflittualità tra i dantologi. Diciamo anzi che mi trovo in schiacciante isolamento. La raccolta dei frammenti della fortuna dantesca (ovvero documenti pubblici e privati, cronache, manoscritti recanti gli antichi canzonieri, la corrispondenza e i testi letterari) denuncia chiaramente che, vivente, Dante fu un poeta relativamente noto ma, per un lungo tratto, molto al di sotto di quella fama che lo inonderà solo anni dopo la sua morte. Siamo tutti nati dopo il Risorgimento e risentiamo di quella monumentale operazione di costruzione del mito di Dante-padre della patria (un ruolo peraltro ampiamente meritato da Dante). Sentirci dire che Dante non era un autore di successo ai suoi tempi viene ritenuto un reato di lesa maestà. Si dimentica non solo la lunga lista di condanne che Dante si portò addosso fino all’ultimo giorno, ma si dimentica anche una lunga serie di passi dove è Dante stesso a lamentarsi della sua fama ancora di là da venire. Non tutti sanno che 8 anni dopo la sua scomparsa, avvenuta a Ravenna, una delle sue opere c.d. ‘minori’, la Monarchia, fu condannata pubblicamente al rogo a Bologna per volere del legato pontificio, il cardinale Bertrando del Poggetto. Bertrando accarezzava l’idea di dissotterrare le ossa del poeta e fargli fare la stessa fine: un orrore che fortunatamente non si perpetrò. La Monarchia finì all’indice dei libri proibiti a metà del Cinquecento e ci rimase fino a non molto tempo fa (1881). La stessa Commedia era ritenuto un testo scabroso, toccava temi di stretta pertinenza teologica, monopolio della Chiesa e dei suoi ministri: nel 1335 (e siamo ormai a 15 anni dalla morte di Dante) la montante diffusione del poema all’interno dell’Ordine domenicano fu contrastata con un divieto generalizzato di leggere la Commedia, vincolante per tutti i Domenicani del centro Italia. Naturalmente nulla, ma proprio nulla, poteva fermare la prodigiosa parabola editoriale della Commedia, tuttavia Dante, quello realmente esistito, non ebbe vita facile, non gli fu conceduta neppure una laurea honoris causa, cosa che si fece per il poeta e storiografo padovano Albertino Mussato, oggi (ingiustamente) quasi sconosciuto al di fuori dell’accademia. Per la fama di Dante, va ricordato, molto fece un altro grandissimo delle nostre lettere, Giovanni Boccaccio. Noto soprattutto per il Decameron, non tutti sanno che Boccaccio può considerarsi anche uno dei massimi dantisti di sempre.

L’epistola XIII, nota anche come ‘epistola a Cangrande’, è da circa due secoli al centro di controversie e dispute attributive: qual è lo status quaestionis riguardo alla paternità del testo?
La risposta è tecnicamente impossibile. Gli studiosi muovono da criteri filologici diversi, sicché non possono che giungere a risultati diversi. Di recente, avendole provate tutte, alcuni studiosi hanno fatto appello al machine learning, ovvero all’informatica forense. In altre parole, non è prevedibile se e quando si giungerà a un’attribuzione dell’epistola a Cangrande tra gli specialisti. Ma non voglio eludere la domanda. A mio parere, l’epistola è di Dante per una ragione molto semplice: tutta l’antica tradizione, ovvero le copie più antiche (tra Cinque e Seicento) e tutti coloro che conobbero il testo nel Trecento o non ne citano l’autore o affermano che l’autore fu Dante. Ipotesi di non danteità del testo iniziano a circolare solo negli ultimi due secoli, forse meno. Naturalmente, ciò non vuol dire che il testo come noi lo abbiamo sia autentico e, men che meno, che sia tutto autentico. Solo che, in mancanza di criteri filologici condivisi, l’unico metodo che ci rimane, quello storico-documentale, ci suggerisce di attribuire l’epistola a Dante. Aggiungo che anche i riferimenti autobiografici presenti nella lettera sono in apparenza esatti, dunque chi scriveva sapeva cosa scriveva.

Quali questioni rimangono aperte negli studi danteschi?
Credo che tutta la biografia di Dante (il solo argomento su cui mi sento di dare un parere) sia letteralmente costellata di questioni aperte. Si parte dal primo giorno di vita, lo dico senza ironia, si dibatte già sul battesimo di Dante. Ma non mi farei scoraggiare più di tanto. Sappiamo, è vero, che i documenti sono pochi; di Dante non abbiamo né un autografo e neppure una firma. La questione in realtà è una sola: quali criteri, quale metodo vogliamo condividere per accettare o rigettare un’ipotesi sulla vita di Dante? Io ne ho proposto uno, ovvero coniugare il più ampio novero di informazioni disponibili, collegandole nel modo più semplice ed economico possibile. Dunque, se un’ipotesi poggia su maggiori informazioni e le collega in modo più semplice e diretto, allora quell’ipotesi è preferibile, fino a che una nuova congettura non mostri requisiti migliori. In questo modo siamo sicuri di stabilire quale fu la vera vita di Dante? Ovviamente no, tuttavia l’alternativa, emettere ipotesi a getto continuo, in base a criteri non condivisi, non ci ha portato lontano. E sono passati ormai 700 anni. Posso solo auspicare che vi sia una svolta, prima o poi, in questi studi. Preferibilmente prima del prossimo centenario.

Giuseppe Indizio (Ivrea, 1972), dirigente assicurativo, si occupa di studi danteschi per passione. Dal 2000 ha pubblicato numerosi contributi sulla vita e la cronologia delle opere di Dante, raccolti in volume (Problemi di biografia dantesca, 2014). In seguito, ha proseguito le sue ricerche e le partecipazioni a convegni, incluse, nell’anno centenario (2021), celebrazioni e collaborazioni con testate giornalistiche e produzioni cinematografiche. Per il 2022 l’autore ha in piano anche una biografia su Dante, punto di arrivo di trent’anni di studi.

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