“Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni” di Paolo Agnoli e Francesco Piccolo

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Dott. Paolo Agnoli, Lei è autore con Francesco Piccolo del libro Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni edito da Armando: cosa afferma la concezione soggettivista della probabilità?
Probabilità e scelte razionali. Una introduzione alla scienza delle decisioni, Paolo Agnoli, Francesco PiccoloLe nostre vite sono regolate dall’incertezza, dalle considerazioni che entrano in gioco nella quotidianità alle questioni professionali. Le scelte razionali si basano così su considerazioni sulle probabilità degli eventi e sul loro impatto su di noi.

Ma cosa dobbiamo intendere con ‘probabilità’? Non di certo il semplice calcolo dei ‘casi favorevoli e casi possibili’, secondo una ‘definizione’ attribuita a Laplace, mentre in verità quest’ultimo ci teneva a precisare che tale formula di valutazione può essere usata solo se i casi sono ugualmente probabili. Va bene quindi per dadi e monete, ma è sicuramente inadeguata per la stragrande maggioranza dei casi della vita. E nemmeno possiamo usare la frequenza relativa con la quale eventi analoghi si sono verificati nel passato. Certo, indubbiamente molte valutazioni di probabilità hanno una base statistica, ovvero sono basate su serie storiche. Ma si richiedono eventi analoghi e un grande numero di prove (e si deve avere piena fiducia sul fatto che il futuro scorra in modo uniforme dal passato!).

Certamente tali regole di valutazione non possono in ogni caso definire il concetto stesso, per il quale non rimane altro che fare ricorso a quello naturale, intuitivo, di ‘grado di credenza che un evento si verifichi’. Inevitabilmente così, le valutazioni di probabilità dipendono dalle informazioni in nostro possesso.

Ogni volta che parliamo genericamente di ‘probabilità di un evento’ deve sempre essere sottinteso che si sta parlando di probabilità relativa a un certo stato di conoscenza. Questo è il senso della cosiddetta ‘probabilità soggettiva’. Il rifiuto iniziale che alcuni potrebbero manifestare nasce dal confondere quello che è soggettivo con quello che è arbitrario. Quindi, riassumendo, probabilità soggettiva sta ad indicare che la sua valutazione dipende dallo stato di informazione del soggetto che la esegue.

Quali applicazioni trova, nel campo della scienza delle decisioni, la statistica bayesiana?
Pur partendo da probabilità soggettive, il teorema di Bayes (che nel libro è ovviamente introdotto anche nei suoi semplicissimi dettagli matematici) ci fornisce una regola rigorosa di aggiornamento delle nostre credenze, ovvero un algoritmo di aggiornamento ‘oggettivo’ che può condurci a risultati altamente ‘intersoggettivi’, quando condividiamo una sufficiente quantità di dati.

Il teorema acquista così un ruolo cardine in un corretto approccio inferenziale, e ormai è applicato in molti campi dell’indagine scientifica e delle realizzazioni applicative. Perché, è vero che la probabilità dipende dal soggetto che la valuta e che diversi soggetti possono avere diverse conoscenze ‘a priori’, ma le formule basate su tale teorema permettono di riaggiornare i valori di probabilità a mano a mano che si acquisiscono nuovi dati. Il cosiddetto approccio bayesiano è ora applicabile con successo grazie anche, e soprattutto, ai moderni metodi e strumenti di calcolo che permettono finalmente di affrontare problemi pratici fino a 20-30 anni fa proibitivi. Questo è il motivo per cui metodi basati sulla probabilità soggettiva e su un teorema che nel 2013 ha compiuto 250 anni sono ormai, negli ultimi decenni, in deciso sviluppo. La metodologia bayesiana diventa in generale uno strumento naturale a supporto delle prese di decisione, nella scienza e in contesti strategici e industriali: in diagnostica di ogni sorta, in sistemi esperti e nel campo vastissimo dell’uso dell’intelligenza artificiale. Con lo scopo primario di aiutarci ad agire razionalmente.

Io e Francesco Piccolo abbiamo, nel libro, fatto anche tesoro delle nostre esperienze personali di studio e soprattutto professionale che ci portarono a fondare nel 2009 ‘Pangea Formazione’, azienda riconosciuta come istituto di ricerca dal MIUR e che progetta algoritmi e modelli probabilistici a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico (l’azienda è stata venduta alla corporate americana di consulenza strategica ‘Bain & Company’ nel dicembre 2020).

Come si sviluppa il processo di scelta razionale?
Decidere razionalmente significa, almeno in prima approssimazione, dare giudizi e a fare scelte che siano congruenti in situazioni analoghe, valutino correttamente le probabilità degli eventi possibili e tendano a massimizzare le nostre utilità, intese in rapporto alle nostre preferenze e certamente non solo di natura monetaria. Ebbene, più di trent’anni ormai di ricerche sperimentali e indagini sul campo documentano che le violazioni della razionalità sono numerose e che gli esseri umani compiono degli errori sistematici di ragionamento. Questi errori, come tali, esercitano un peso considerevole sul comportamento dell’uomo, in particolare in ambito economico ma anche manageriale e perfino scientifico.

Quale rilevanza assume il concetto di utilità nella teoria delle decisioni?
Fu il fisico von Neumann, in un lungo articolo che al momento della pubblicazione (1928) non ricevette molta attenzione, a costruire un modello preciso della razionalità economica individuale. Più tardi (1944), in collaborazione con l’economista Morgenstern, il modello verrà completato e darà il via ad un intero settore di studi, ancora in pieno sviluppo, testimoniato dal Nobel per l’economia assegnato a Nash, Harsanyi e Reinhard Selten nel 1994 proprio per tale tipo di ricerche. Tecnicamente, si dice che un individuo capace di ordinare gerarchicamente le alternative a disposizione, si comporta razionalmente se, vincolato a scegliere, sceglie l’alternativa la cui utilità attesa è maggiore, cioè se massimizza l’utilità attesa.

Il principio utilitarista può essere ovviamente discusso razionalmente e entra talvolta in conflitto con altri principi o anche nostre intuizioni morali. Ne segue che in talune specifiche circostanze può essere messo legittimamente da parte, a fronte ovviamente di coscienziose e persuasive argomentazioni. Affermare che, per esempio, se compiamo una certa azione verranno salvate 5 persone e non solo una, non è a mio avviso sempre sufficiente a giustificare il nostro gesto! Un esempio. Una persona (diciamo Paolo) è alla guida di un autobus con 20 passeggeri e si trova improvvisamente di fronte a un altissimo dirupo. Se continua dritto perirà insieme a tutti i 20 passeggeri. È troppo tardi per azionare i freni efficacemente, e Paolo può solo girare a destra o a sinistra: nel primo caso incontrerà sul suo cammino 5 passanti, nel secondo uno solo (persone in ogni caso a lui sconosciute). Queste persone (5 in un caso, una sola nell’altro) saranno sicuramente uccise, e la cosa che può fare Paolo è scegliere la direzione verso cui girare. Paolo decide di girare a sinistra, motivando la sua scelta con il fatto di “aver cercato di procurare il male minore”. Il fatto che la scelta sia motivata dalla volontà di salvare 5 vite al costo di sacrificarne una rende, in questo caso e per quanto mi riguarda, la decisione di girare a sinistra piuttosto convincente.

Pensiamo solo per un attimo però al caso, se uno di noi fosse al posto di Paolo, che la persona isolata da sacrificare non sia per noi uno sconosciuto, ma sia una persona conosciuta e verso la quale nutriamo stima o affetto, al limite nostro figlio! Per quanto mi riguarda non c’è dubbio che mi adopererei per salvare la vita di mio figlio, e ciò perchè la mia preoccupazione per il suo benessere è semplicemente maggiore della mia preoccupazione per il benessere degli altri, non perché riconosca un qualche obbligo morale astratto nei suoi confronti. Nell’assicurare la sua sopravvivenza sto agendo in base a una scelta soggettiva e personale. Sto agendo immoralmente?

Cosa hanno rivelato le ricerche di Kahneman e Tversky sulla razionalità nei processi decisionali reali?
A partire dagli anni Settanta, in una serie di esperimenti sugli aspetti procedurali del giudizio e della decisione (divenuti davvero molto famosi nel loro campo), Kahneman e Tversky, esplorando la psicologia delle scelte e delle credenze intuitive e indagando i principi che governano la creazione, la percezione e la valutazione delle alternative nei processi decisionali, hanno documentato diversi casi in cui i soggetti violano sistematicamente i principi della razionalità, soprattutto, ma non solo, in ambito economico. Seguendo un approccio sperimentale i due studiosi hanno perseguito l’obiettivo di esplorare il mondo che, potremmo dire, sta alla base delle scelte, ossia il mondo delle preferenze. Più che stabili e rivelate, le preferenze sono costruite dagli individui, e non sono rari i casi in cui, per esempio, diverse rappresentazioni di un equivalente problema di scelta generano un rovesciamento di preferenze. Alla base di queste ricerche vi è l’idea che i giudizi intuitivi occupano una posizione certo con una corrispondenza con la nostra storia evolutiva intermedia fra le operazioni automatiche della percezione e le operazioni deliberate del ragionamento. Come nel libro si mostra in qualche dettaglio, queste violazioni della razionalità non possono essere facilmente spiegate con una mancanza di attenzione e non possono interessarci solo marginalmente in quanto semplici abbagli della ragione. Kahneman e Tversky hanno quindi suggerito che in molti casi sia le persone comuni sia gli esperti, anziché servirsi di regole razionalmente valide, elaborano giudizi e prendono decisioni grazie a strategie cognitive più semplici, dette euristiche (dal greco eurisko, ovvero scopro, trovo), scorciatoie che eliminano o riducono le necessità di attribuire probabilità ed assegnare valori numerici. Le euristiche a volte funzionano, certo, e ci risparmiamo ragionamenti e calcoli complessi: ma altre volte no!

Quali applicazioni ha la teoria delle decisioni?
Decidere in condizioni di incertezza accade davvero molto frequentemente, è un processo che spesso richiede tempi stretti e velocità di analisi, e a ben vedere avviene anche quando i nostri comportamenti ci appaiono ripetitivi. Ogni mattina per esempio molti di noi prendono la macchina per andare in ufficio. Anche se lo facciamo senza pensare tutte le volte alle eventuali alternative, questa è, almeno implicita mente, una scelta tra diverse possibilità (macchina, autobus, taxi, camminata, metropolitana, etc.): si tratta inoltre di una decisione in condizioni di incertezza. Vorremmo arrivare in ufficio in orario, viaggiando bene e non spendendo molto. Ma siamo incerti circa il traffico che ci sarà. Andando a piedi saremmo praticamente certi di arrivare in tempo, spenderemmo poco ma dovremmo alzarci molto tempo prima, e così via. Venire al mondo del resto si presenta presto come selezione tra possibilità, come scelta. Alcune prime forme di decisione derivano, per esempio, dal fatto che non possiamo avere tutto, né tutto insieme. Il bambino può certo pensare di mangiare insieme il dolce e la cioccolata. Per evitare di star male è però bene che mangi un po’ dell’uno o dell’altra. Giungendo nel mondo, l’uomo si trova innanzi a crocevia, a dilemmi, a opzioni. E pensare diventa sempre più sinonimo di decidere cosa credere, cosa fare e con quali risorse. Alla nascita certo c’è chi sceglie per noi, ma crescendo l’uomo diviene tanto più maturo quanto più si rende responsabile delle sue decisioni. Virtualmente tutte le valutazioni della vita reale (personale, professionale o sociale) richiedono infatti decisioni delle quali assumersi le responsabilità. Saper decidere diventa così sinonimo di saggezza, e la saggezza uno strumento efficace per essere felici.

Quali implicazioni morali ha la teoria delle decisioni?
Nella sua accezione più ampia l’etica si occupa di come l’uomo dovrebbe vivere: qualsiasi discussione intorno a ciò che è giusto e sbagliato e alle decisioni che ne conseguono rientra in questo concetto.

Ciò non basta, evidentemente, a raggiungere l’unanimità su una definizione più specifica da applicare ai casi concreti (ve ne sono così molte), e tanto meno a raggiungere unanimità su giudizi particolari riguardanti singole vicende storiche.

Il concetto specifico di etica che personalmente ritengo più convincente non lega il valore morale a determinate caratteristiche delle azioni, né a un tratto più o meno indelebile presente nelle coscienze di coloro che decidono e valutano; ma piuttosto alle ragioni che le persone responsabilmente coinvolte sentono di poter approvare. Un’etica basata sugli argomenti e non quindi su ‘pronunciamenti’ morali.

Questo approccio è sicuramente diverso per esempio da quello che si rifà a un concetto specifico di etica il quale lega il grado di moralità a una proprietà intrinseca degli atti stessi, valutata alla luce di un metro oggettivo, ma lascia spazio a un’etica che collega il grado di moralità ai motivi che i soggetti interessati in quel momento e in quel contesto – storico innanzi tutto, ma anche politico, geografico, sociale, informativo e culturale – possono o meno approvare e coscienziosamente provare a giustificare nel prendere le loro decisioni.

Vi è, nell’adottare questo concetto di etica, la motivata e forte convinzione che le questioni morali si pongono sempre realmente solo per i singoli e concreti esseri umani, i quali sono direttamente coinvolti in situazioni del tutto particolari e sono costretti, comunque, a fare delle scelte. Esistono solo e sempre casi specifici nei quali gli individui reali si trovano a dover decidere personalmente su ciò che è bene o giusto fare in base alle informazioni in loro possesso in quel momento e alla situazione specifica nella quale si trovano.

Il sapere morale (se non la condotta morale, visto che sappiamo tutti che avere cognizione morale è cosa ben diversa dal comportarsi moralmente!) sarebbe invece qualcosa che esiste di per sé, indipendentemente dalla storia e dalla cultura degli uomini?

Le morali basate su principi ‘oggettivi’ (“non ricorrere mai all’uso della forza”, senza se e senza ma, “non uccidere mai un altro essere umano”, senza se e senza ma, “non farsi mai coinvolgere in una guerra”, senza se e senza ma, “non violare mai i diritti umani”, senza se e senza ma ecc.) certo ci offrono modelli che ci liberano da molti e dolorosi dubbi. Spesso quando qualcuno propone un’argomentazione morale che fa appello ai ‘principi’, o ai ‘valori’ assoluti, costui ha una forza retorica molto forte. Si ha l’impressione che sia stata presentata una prova decisiva, un po’ come calare un poker sul tavolo da gioco. Personalmente ho l’impressione invece che tali morali non tengano bene in conto tutte le difficoltà delle nostre situazioni specifiche.

Credo così che sia proprio mettendo da parte principi assoluti e non negoziabili e partendo da intuizioni discutibili e credenze negoziabili, istaurando quindi un confronto non ideologico sui valori, che si possano raggiungere risultati concreti e condivisi in ambito etico.

In questo il corretto ‘decision making’, ovvero l’opportuno utilizzo della teoria delle decisioni in ambito manageriale e strategico, può essere di grande aiuto. La storia in ogni caso credo sconsigli l’avventatezza di farsi garanti di un certo principio per l’eternità, quando il futuro può confutarlo, e quando la sua affermazione dipende dalla sua possibilità di avere successo per un certo periodo. Possibilità che non si può modificare con l’espediente di conferirle solennemente la qualifica di ‘principio oggettivo’.

I principi e i valori sono importantissimi, relativamente al contesto. In più possono essere universali (che sentiamo cioè tutti come giusti), ma sono parametri generali che l’esperienza e la ragione in seguito possono modificare, a differenza di quello che si postula per un principio assoluto.

Paolo Agnoli è dottore, con lode, in fisica e in filosofia, È stato vincitore del premio “Enrico Persico”, bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico. È stato cofondatore di una azienda (Pangea Formazione, riconosciuta come istituto di ricerca dal MIUR e composta in larga maggioranza da fisici e matematici) che progetta algoritmi e modelli probabilistici a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico. Pangea Formazione è stata venduta alla corporate americana di consulenza strategica Bain&Company nel dicembre 2020.

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