“Primo Levi. Il laboratorio della coscienza” di Giovanni Tesio

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Prof. Giovanni Tesio, Lei è autore del libro Primo Levi. Il laboratorio della coscienza edito da Interlinea: quale importanza riveste, nella storia della letteratura del Novecento, l’opera dello scrittore torinese?
Primo Levi. Il laboratorio della coscienza, Giovanni TesioL’importanza di Primo Levi e della sua opera nella letteratura del Novecento è venuta sempre di più affermandosi e consolidandosi, tanto che oggi Levi è pressoché unanimemente considerato uno scrittore che fa canone, uno di quelli che diventano imprescindibili nel panorama non solo del cosiddetto secolo breve ma del secolo oramai più nostro, che ha inaugurato il millennio in cui viviamo. La sua presenza non è più soltanto – anche se indissolubilmente – legata alla testimonianza della Shoah, ma a tutta una serie di temi e problemi che riguardano la nostra più bruciante attualità, quali sono, ad esempio, le prospettive della scienza e della tecnica o la responsabilità sempre viva del nostro agire morale nel sempre pericolante equilibrio dei rapporti tra le nazioni e le civiltà.

Quale duplice chiave di lettura offre l’intera opera leviana?
Più che duplice, direi plurima. Un’opera che nella sua trasparenza aspira alla chiarezza massima, quantunque chieda al suo lettore una necessaria collaborazione, e questo è molto più che una premessa, perché – connaturata con la cosa da dire – già ne denuncia la scrittura, lo stile. Levi ha parlato del suo lettore ideale, che sa fare lo sforzo di seguirlo anche laddove si faccia più aspra la possibilità di comprendere. Anche se, per parte sua, non ha mai rinunciato cercare a chiarezza a tutti accessibile. Ma attraverso quella chiarezza indagando il più profondo livello del mondo che ne è veicolato. E, ancora più in profondo, la responsabilità – ripeto – razionale e morale che chiama tutti quanti ad affrontare gli interrogativi fondamentali del nostro tempo. Con ciò voglio dire che l’opera di Levi non è mai semplicemente un’opera di “intrattenimento”, quantunque – almeno a tratti – non lo escluda, ma un’opera di carotaggio che a partire dall’acqua chiara della superficie annuncia una ben più complessa e persino vertiginosa profondità di esplorazione, di cui l’opera ultima, I sommersi e i salvati, è il massimo dell’espressione.

Come si sviluppa il suo percorso letterario?
Il percorso di Levi è andato da Se questo è un uomo, un libro testimoniale, in cui ha raccontato esclusivamente ciò che ha visto e vissuto, senza nessun altro ausilio di opera storica o documentale. Ma si è poi spostato verso altri argomenti e già con La tregua ha raccontato qualcosa, non dirò di più “felice” ma almeno di meno contristato (nella Tregua ci sono di fatto pagine, e non poche, in cui la tristezza dell’ora e dei momenti di un ritorno complicato fa macchia e l’ombra si alterna frequentemente alle luci o mezze luci che pure a tratti trapelano, e basterebbe pensare tanto alla pagina iniziale della liberazione per nulla gioiosa e alla pagina finale del doppio sogno in cui il lager ritorna a incidere la carne viva del reduce, che continua a esserne braccato). E se poi il filo della riflessione sulla Shoah non è mai venuto meno e si è arricchito di una assidua attività di riflessione, anche grazie all’aiuto di una più ampia bibliografia (testi di storici e testimonianze vive di una biblioteca ricca), resta che Levi ha affrontato altri argomenti, non privi di un estro di tipo umoristico e anche parodico, attraverso cui ci mostra una varietà sia psicologica sia letteraria che riesce a tratti persino sorprendente, come capita ad esempio nei racconti di Storie naturali e di Vizio di forma. E a me questa attività del Levi umorista pare particolarmente feconda e degno di essere sottolineata. Né manca poi la poesia, quantunque lui dica a chiare lettere che si tratta di una sorgiva di difficile e forse impossibile comprensione: qualcosa di innaturale che la ragione non riesce a comprendere del tutto. Come trascurare poi quella strana autobiografia che è Il Sistema Periodico? O quella curiosa epopea del lavoro che si manifesta nella Chiave a stella attraverso il confronto di ben tre mestieri come quello del montatore, del chimico e dello scrittore? E il romanzo Se non ora, quando?, che non è soltanto un compagno più articolato della Tregua, ma una storia che è anche una sottile trama di segreti e privati confronti. Per non dire del divertimento frequente che Levi prova negli interventi scritti alla spicciolata per il quotidiano “La Stampa” raccogliendoli in libri che vengono considerati laterali o collaterali, mentre si rivelano spesso assai ricchi di risvolti in cui la poliedricità del loro autore si mostra in tutta la sua infinita curiosità di conoscere e capire. Vorrei dire che l’intero percorso di Levi si muova davvero lungo le due linee che è lui stesso a segnare nel grafo della sua antologia La ricerca delle radici: la salvazione del capire e la salvazione del ridere. Bisognerebbe che questo connubio fosse più spesso sottolineato e studiato. Nel mio libro ho almeno cercato di proporre la necessità di approfondire anche questo versante dell’opera, che non giudico affatto secondario e che è ora di affermare più robustamente. Senza per questo diminuire l’importanza del testimone, che resta fondamentale, anche se anch’essa frastagliata e diversa, sottoposta ad analisi e ad autoriflessioni che devono essere tenute presenti. Ancora una volta, evitare le semplificazioni.

Quali suggestioni e quali fonti di ispirazione o casi di intertestualità si rinvengono nella produzione letteraria di Primo Levi?
L’intertestualità è un fatto che non può mancare a una letteratura seria e complessa. E Levi non fa eccezione. Anzi, in lui il lavoro da fare resta molto. Io ho affrontato – beninteso, lo hanno fatto anche altri – la presenza di Dante magari più sistematicamente che in altri saggi. Allo stesso modo ho cercato la presenza dell’altro grande autore, che in Levi agisce profondamente, ossia Manzoni. Ma poi andrebbero fatti – e sono pure stati fatti – il nome di Conrad, il nome di Pavese, il nome di Calvino, specie quest’ultimo con cui è passata una specie di fraternità sobria e discreta del resto propria a due nature timide e schive. E potrei continuare anche ricordando nomi meno citati, che Levi mi pronunciò in privato, come ad esempio il nome di Ramuz, da cui mi confessò di avere appreso la duttilità dell’indiretto libero. Insomma, la pagina di Levi non è affatto una pagina “spontanea” ed è anzi colma di letteratura, come del resto lui stesso ammise in un’intervista a Germaine Greer, quando confessò di avere ripreso in mano dopo quarant’anni Se questo è un uomo e di avere scoperto come un testo di cui aveva alimentato la leggenda dell’opera nata dietro un impulso fosse in realtà colma di letteratura. Ciò che non significa, sia ben chiaro, una diminuzione di veridicità, ma al contrario un acquisto di verità. Quanto più elevato il tasso di letteratura tanto più efficace il grado della testimonianza. Ciò che ho cercato di documentare in due antologie sulla Shoah che ho pubblicato da Interlinea, come Il laboratorio della coscienza. La prima, Nell’abisso del lager, per parlare di Shoah e poesia; la seconda, Nel buco nero di Auschwitz, per parlare di Shoah e di prosa, testimoniale, narrativa, drammaturgica, epistolare e così via.

Come ha vissuto Levi le sue radici ebraiche?
Le radici ebraiche, in una realtà come quella dell’ebraismo torinese, che era fortemente integrato, e per di più in una famiglia di religiosità assai lasca, non sono state in Levi precoci, quantunque non insussistenti. L’appartenenza, per sua stessa confessione, è scattata di fatto con le leggi razziali del ’38, che obbligano Levi, e non soltanto lui, a prendere atto di una condizione necessitante. Da quel momento le cose cambiano e Levi prende atto di appartenere a un ebraismo fino a quel momento quasi muto. Costretto prima, dopo la cattura in Val d’Aosta, dove era salito come partigiano (ma ingenuo e maldestro, come sempre ricordò di essere stato), a confessarsi ebreo, saranno poi il campo di Fossoli e l’internamento ad Auschwitz a fare il resto, alimentando al ritorno un’attenzione curiosa, assai studiosa e ricca, che porta al romanzo Se non ora, quando?, scritto dopo un’immersione nel mondo dell’ebraismo askenazita, nell’ibrida lingua yiddish, in un più stretto rapporto con la ginnastica talmudica, anche per dire al mondo – attraverso la storia di un’epica resistenza ebraica – che gli ebrei sono stati pur essi un popolo coraggioso, tutt’altro che rassegnato e inerme. Tutto questo non fa di Levi un credente, beninteso, lui sempre loico, ossia logico, e sempre dichiaratamente (ma mai arrogantemente) ateo, ma certo fanno di lui un più consapevole adepto di una diversità storicamente documentabile, che il nazismo porta a un punto estremo di lucido annientamento. Non indifferente la sollecitudine con cui discute, ad esempio, dissentendo spesso dall’ebraismo della diaspora, ossia dalle posizioni politiche assunte via via dallo stato israeliano.

Qual è l’eredità di Primo Levi?
Un’eredità a mio giudizio enorme. Intanto la costante misura, che non ammette deroghe, una razionalità che conosce gli inciampi e anche gli abissi, ma che non rinuncia a stabilire un contatto con la vita e con i suoi grovigli, a partire dalla lezione – comune tanto a Pavese quanto a Calvino – di trarre un ordine dal caos; la fiducia, insomma, che la letteratura abbia questo compito di ordine; un ordine a sua volta complesso ma non aggrovigliato. E poi la forza di intrecciare alla sofferenza e al dolore l’allegria e il gioco. Lui diceva con il Qohèlet, il tempo di saltare, il tempo del riso, il tempo degli autori che sembrerebbero così distanti da lui, come l’amatissimo Rabelais o come Folengo o come Porta o come Belli o come scrittori di grana stilisticamente ibrida e complicata, come D’Arrigo. Da un lato, insomma, la probità di un autore come Parini, di cui Levi elogia l’onestà conversevole, che – guarda caso – era anche la sua, di Levi, la sua disponibilità ad accogliere e a incontrare, che ho potuto personalmente conoscere e apprezzare. Tutti aspetti che denunciano l’inganno di ogni semplificazione. Levi non è un autore facile, non è un autore semplice, è un autore ingannevole, non per inganno premeditato, ma perché in lui le cose non sono mai così semplici come sembrano e la sua opera si presenta, sì, nel suo grado di prima leggibilità, ma poi obbliga a ben altre sonde. Se dovessi dire in sintesi quale sia la sua eredità, direi che si tratti dell’eredità di un uomo a sua volta onesto, la cui opera affronta la comune esistenza con il piglio robusto (faccenda che nei Sommersi e i salvati è tanto più palese) del grande moralista, di quelli che Giovanni Macchia chiamava “i moralisti classici”, da Machiavelli a Rousseau, da Guicciardini a Manzoni. Una schiera a cui Primo Levi può e deve – con giustizia critica – essere annesso.

Giovanni Tesio, già ordinario di Letteratura italiana presso l’Università del Piemonte Orientale “A.Avogadro”, ha pubblicato volumi di saggi e antologie (ultimo il volume uscito presso Interlinea, La luce delle parole, 2020). La sua attività poetica è sfociata nella pubblicazione di un canzoniere intitolato Vita dacant e da canté (2017), presso il Centro Studi Piemontesi, e ancora presso Interlinea tanto una raccolta di ekphrasis poetiche, Piture parolà (2018), quanto un libro di laicissime “preghiere”, che s’intitola Nosgnor (2020). A Primo Levi ha dedicato, oltre al Laboratorio della coscienza, le conversazioni Primo Levi, io che vi parlo (2016) e Primo Levi, ancora qualcosa da dire (2018).

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