Prima di quel giorno a Pompei... Tecniche costruttive, vulnerabilità sismica, riparazioni e rinforzi al tempo dell’eruzione del 79 d.C., Nicola RuggieriProf. Nicola Ruggieri, Lei è autore del libro Prima di quel giorno a Pompei… Tecniche costruttive, vulnerabilità sismica, riparazioni e rinforzi al tempo dell’eruzione del 79 d.C. edito da Aracne: quali sono le origini e lo sviluppo storico della città di Pompei?
Prescindendo dalle radici mitologiche che vogliono Pompei fondata da Ercole di ritorno dalla Spagna dove aveva sconfitto il terribile gigante Gerione, la storia, con diverse incertezze, ha origine nell’età del bronzo con la frequentazione del sito da parte di individui appartenenti al popolo degli Opici. Nell’VIII secolo a.C. gruppi di Osci costituirono insediamenti stabili sul pianoro che caratterizza l’antica città vesuviana. Questa fase, di durata breve, trova attestazione in un’area coincidente approssimativamente con le Regiones VII e VIII (la suddivisione della città in regiones – quartieri – e insulae – isolati – è stata voluta e realizzata nel 1858 da Giuseppe Fiorelli) caratterizzata da anomalie nel tessuto urbanistico rispetto al resto della città e definita Altstadt da Von Gerkan nella prima metà del Novecento.

Il VII secolo a.C. vide la realizzazione della prima cinta muraria in “pappamonte”, un tufo locale, a cui seguì una seconda fase che, pur mantenendo la stessa lunghezza del circuito di difesa, si caratterizza per l’impiego dei più durabili blocchi di travertino (cd calcare del Sarno) per l’esecuzione della cortina muraria. Intorno alla prima metà del V secolo a.C., tribù dei Sanniti provenienti dai monti dell’Irpinia e del Sannio invasero la pianura dell’attuale Campania, conquistando e costituendo una lega di città vesuviane e costiere con capitale Nuceria (attuale Nocera). Una situazione che non poteva passare inosservata a Roma fino a condurre ad un’aperta ostilità, conclusa solo con la pace del 340 a.C., da cui scaturì la piena egemonia romana sull’intera Campania. Una tale condizione comportò l’entrata di Pompei come alleata nella politica della res publica romana, il quadro tuttavia non era stabile. Infatti, nel 90 a.C. una nuova ribellione della città vesuviana insieme ad altre popolazioni italiche incrinò le relazioni politiche con Roma. Pompei pagò a caro prezzo la rivolta subendo l’assedio ad opera dell’esercito di Lucius Cornelius Silla che si concluse con la capitolazione e la variazione dello status della città da municipium in colonia con il nome di Cornelia Veneria Pompeianorum.

Le cronache (Tacito e Seneca) testimoniano di un rovinoso terremoto accaduto – secondo la letteratura più recente sull’argomento – nel 62 d.C., con conseguenze rilevanti in termini di danni sull’edificato. Iniziò così una sequenza sismica che si concluse con l’eruzione del complesso Somma-Vesuvio avvenuta il 79 d.C. che ha seppellito Pompei e gli altri centri vesuviani, consegnando alla comunità scientifica un’enorme mole di dati sulla civiltà romana, incluso aspetti appartenenti alla sismologia e all’ingegneria sismica.

Quali erano i materiali e le tecniche costruttive del I secolo d.C.?
Nel volume vengono elencati e descritti i materiali e le tecniche costruttive presenti nell’edificato di Pompei analizzandone, in particolare, la probabile risposta ai terremoti e ai carichi gravitazionali.

La ricchezza di formazioni sedimentarie del territorio campano comporta una varietà di litotipi utili per realizzare costruzioni, in particolari calcari e tufi. Una condizione da cui è scaturita una particolare eterogeneità sia relativamente ai materiali che all’organizzazione dell’apparecchio murario, diversità, in generale, legata all’epoca di realizzazione dell’edificio. È attestato, infatti, un impiego preponderante dell’opera quadrata in età arcaica e sannitica, costituita da regolari conci di roccia sedimentaria o magmatica, mentre, in epoca più recente e fino all’eruzione del 79 d.C., l’opera muraria a cui i Pompeiani ricorrevano è eseguita con un nucleo di calcestruzzo racchiuso tra due paramenti, variabili dall’opera reticolata mista, incerta o in laterizio; proprio quest’ultimo materiale risulta invalso nelle riparazioni e nuove costruzioni dell’ultima fase edilizia di Pompei.

Quali accorgimenti tecnici e tecnologici furono adottati a seguito dei danni causati dai terremoti del I secolo d.C.?
L’empirismo legato all’osservazione del comportamento degli edifici a seguito delle sollecitazioni derivanti dalle diverse scosse sismiche che si avvicendarono nella seconda metà del I secolo e, soprattutto, consolidate regole dell’arte del costruire, furono gli elementi fondanti di riparazioni, rinforzi e ricostruzioni a Pompei.

Durante la sequenza sismica di I secolo, il dissesto che i Pompeiani poterono sperimentare in maniera diffusa fu la rotazione e il ribaltamento dei pannelli murari. Una tipologia di danno a cui si tentò di dare risposta migliorando il collegamento tra le pareti; quest’ultime, infatti, fino al momento del terremoto del 62 d.C. risultavano generalmente giustapposte, prive di vincolo. Inoltre, diversi risultano le realizzazioni di contrafforti finalizzati a contrastare la tendenza alla rotazione della parete muraria soggetta alle sollecitazione imposte dal terremoto. Ascrivibili nelle soluzioni di rinforzo sono gli interventi attuati nella Palestra Grande e nella Casa dei Leoni dove, a seguito del collasso del porticato, si tentò di irrigidire il vincolo alla base della colonna e migliorarne la risposta ad azioni orizzontali con differenti accorgimenti costruttivi.

Quali danni provocò sulle costruzioni l’eruzione pliniana del 79 d.C.?
La dinamica che caratterizzò l’eruzione del Vesuvio comprese nelle prime fasi il deposito di cenere e lapilli che ricoprì l’abitato di Pompei fino, con differenze nelle varie Regiones, approssimativamente al primo livello. Una condizione che preservò, in generale, il piano terra degli edifici dalla furia distruttiva dei flussi piroclastici. Quest’ultimi, venti ad elevata temperatura con particelle solide e velocità di almeno 300 km/h, investirono con pressioni rilevanti le porzioni superiori dei manufatti, provocando notevoli deformazioni o il collasso della parte di edificato superiore ad un’altezza di 2.5 mt. Tra tali effetti sono da annoverare le tracce numerose, tuttora presenti in alcuni edifici, di ribaltamenti e fuori-piombo; peculiare è il dissesto occorso alla cinta muraria con crollo parziale della parte sommitale e la traslazione di circa 10 cm degli attuali ultimi ricorsi di muratura nel tratto posto ad ovest della Torre di Mercurio.

Nicola Ruggieri è docente al master di II livello in Miglioramento sismico, restauro e consolidamento del costruito storico e monumentale presso l’Università degli Studi di Ferrara. Dal 2015 al 2018 è stato membro della Segreteria tecnica di progettazione della Soprintendenza di Pompei e dal 2018 è funzionario architetto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. È autore di numerosi libri, tra i quali L’ingegneria antisismica nel Regno di Napoli (Aracne, 2015).