Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Paolo MorandoDott. Paolo Morando, Lei è autore del libro Prima di Piazza Fontana. La prova generale edito da Laterza: quali attentati turbano Milano il 25 aprile 1969?
Sono due e si verificano alle 19 alla Fiera campionaria, nel padiglione della Fiat, e un’ora e mezzo dopo alla Stazione centrale, nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni. Si tratta dell’esplosione di ordigni contenuti in borse, nel secondo caso addirittura due, ed è una rivelazione: fino ad oggi si è sempre ritenuto che alla Stazione centrale la bomba fosse una sola. La prima esplosione in Fiera provoca una ventina di feriti, fortunatamente lievi: la bomba era a basso potenziale, ma poteva comunque essere una strage. La seconda non provoca feriti: i quattro impiegati che si trovavano ancora all’interno rimangono miracolosamente illesi, ma si sviluppa un vasto incendio che distrugge gli uffici. Per questi attentati fin dagli anni ‘80 sono stati condannati in via definitiva Franco Freda e Giovanni Ventura, quindi gli ordinovisti veneti, ma si tratta della stessa sentenza che li assolve per Piazza Fontana. È una vicenda che in 50 anni mai finora è stata raccontata, benché sia inestricabilmente connessa con la strage del 12 dicembre: una prova generale per i neofascisti, in vista di attentati successivi e nell’ambito dell’escalation di terrore che porterà a Piazza Fontana, ma soprattutto prova generale della macchinazione antianarchica che verrà orchestrata pochi mesi dopo da parte della polizia, in particolare nei confronti di Giuseppe Pinelli e di Pietro Valpreda.

Come si indirizzarono le indagini sui due attentati?
Il primo rapporto di polizia è datato ancora 25 aprile, quindi a non più di tre ore dai fatti, ed è firmato dal commissario Antonino Allegra, capo dell’Ufficio politico della questura di Milano. Si sta ancora procedendo ai rilievi tecnici sui luoghi delle esplosioni, ancora non vi è alcuna perizia così come non ci sono testimonianze relative agli ipotetici attentatori, ma in quel rapporto si legge che le bombe sono di mano anarchica. E già la data scelta, il 25 aprile Festa della Liberazione, avrebbe dovuto far riflettere. Non solo: si tratta di bombe sofisticate. Non ordigni a miccia come avveniva in effetti nelle azioni dimostrative degli anarchici, che però esplodevano di notte e in luoghi isolati, senza ferire nessuno, e in corrispondenza di obiettivi politici: ad esempio uffici riconducibili al governo spagnolo, quindi contro la dittatura fascista del generale Franco, oppure contro aziende statunitensi che producevano il napalm, quindi contro la guerra in Vietnam. Tra l’altro quelle azioni venivano puntualmente rivendicate con volantini in cui, veniva chiarito il significato politico dell’attentato. Qui invece abbiamo a che fare con ordigni particolarissimi che esplodono grazie a un timer, bombe non rivendicate, che esplodono in luoghi pubblici frequentati, e che dunque avrebbero potenzialmente potuto uccidere chiunque, indiscriminatamente. Eppure la polizia politica pensa da subito che si tratta di attentati anarchici. E infatti da lì le indagini non si sposteranno mai più.

Quali eventi segnarono la vicenda processuale?
A processo finiranno quattro giovani anarchici e due giovani che neppure lo erano: Paolo Braschi, Angelo Della Savia, Paolo Faccioli, Tito Pulsinelli, Giuseppe Norscia e Clara Mazzanti, i primi tre arrestati nei giorni immediatamente successivi gli attentati, gli altri tre tra agosto e novembre. All’inizio sono arrestati anche l’architetto Giovanni Corradini e la moglie Eliane Vincileoni, coppia nota a Milano, che animavano una sorta di circolo anarchico frequentato dai primi quattro giovani, che a loro volta frequentavano la coppia Norscia-Mazzanti. Corradini-Vincileoni vengono ritenuti i “capi” di questa presunta cellula terroristica, ma paradossalmente dopo sei mesi di carcere sono liberati e successivamente prosciolti in istruttoria, con il risultato che i giovani anarchici finiscono rinviati a giudizio in quanto ritenuti membri di un’organizzazione i cui capi già sono stati giudicati innocenti. In realtà l’intera operazione mirava a incastrare l’editore Giangiacomo Feltrinelli: lui e la moglie, Sibilla Melega, erano infatti grandi amici di Corradini e Vincileoni, vivevano nello stesso palazzo e si frequentavano di continuo. Tanto che la sera del 25 aprile Della Savia e Faccioli, accusati degli attentati, trascorsero la giornata con loro, cenando appunto da Feltrinelli, concludendo poi la serata tutti assieme al cinema, a vedere un western. E l’editore deporrà spontaneamente a loro discarico, ma non verrà creduto. E poiché la polizia e il giudice istruttore non riusciranno a provare che proprio Feltrinelli fosse il vero capo occulto dell’organizzazione e mandante degli attentati, si ripiegherà su un’accusa minore: la falsa testimonianza a proposito dell’alibi dei giovani anarchici per il 25 aprile. E alla sbarra finiranno appunto anche Feltrinelli e la moglie. Davanti alla Corte d’assise, tra marzo e maggio del 1971, alla fine si celebrerà un processo per 18 attentati complessivi, 12 dei quali rubricati come strage: quei giovani rischiavano insomma 12 ergastoli. Nel corso del dibattimento, però, il castello di accuse crollerà un pezzo dopo l’altro. E alla fine lo stesso pm, che era un giovane Antonino Scopelliti, anni dopo vittima della mafia, sconfesserà l’istruttoria del giudice Antonio Amati, nome importante del Tribunale di Milano chiedendo solo alcune condanne per alcuni attentati minori e la scarcerazione immediata di tutti gli imputati.

Quale verità sulle dimensioni della macchinazione anti-anarchica innescata da quegli attentati chiarirà il processo?
Elencare tutti i colpi di scena avvenuti a dibattimento sarebbe impossibile. Basterà dire che si scopriranno numerose irregolarità nelle verbalizzazioni da parte della polizia nel corso degli interrogatori dei giovani anarchici, che tra l’altro fecero delle iniziali ammissioni su episodi di second’ordine, salvo poi ritrattare tutto accusando la polizia di pesanti maltrattamenti in questura. E si trattava del commissario Luigi Calabresi e dei suoi uomini, cioè gli stessi che erano nella sua stanza qualche mese dopo la notte in cui Pinelli perse la vita precipitando dal quarto piano. Molte perizie verranno giudicate insufficienti e ripetute, quella balistica di fatto totalmente contraddetta dal pm in requisitoria: e il perito era Teonesto Cerri, lo stesso che farà brillare la bomba inesplosa il 12 dicembre alla Banca Commerciale distruggendo così prove importanti su Piazza Fontana. La vicenda più clamorosa riguarda però la cosiddetta “supertestimone”, Rosemma Zublena, una professoressa ultraquarantenne che aveva frequentato questi giovani: tutto fa pensare che si trattasse nel migliore dei casi di un’infiltrata della polizia, se non addirittura quello che nelle spy-stories si definisce più propriamente “agente provocatore”. La sentenza di rinvio a giudizio giunta al termine dell’istruttoria è totalmente incardinata sulle deposizioni di questa testimone: è attraverso di lei che si costruisce l’accusa di 18 attentati commessi in tutta Italia. Ebbene, a processo, e solo per merito degli avvocati difensori degli imputati, si scoprirà carte alla mano che si trattava di una mitomane, con precedenti processuali per calunnia continuata. E questa era la principale confidente del commissario Calabresi. Secondo documenti mai protocollati dell’Ufficio Affari Riservati rinvenuti solo nel 1996, il famigerato “archivio Russomanno” ritrovato in un capannone semiabbandonato lungo la circonvallazione Appia, si può ritenere che la Zublena fosse anche un’informatrice proprio degli Affari Riservati, cioè del servizio di intelligence del Ministero dell’Interno.

Quale importanza riveste la vicenda del 25 aprile 1969 per comprendere i misteri di Piazza Fontana?
Questa vicenda è esiziale, nella costruzione della trappola contro gli anarchici. Il rapporto di Allegra citato all’inizio mette in collegamento gli attentati del 25 aprile con bombe inesplose l’anno precedente alla Rinascente di Milano: due episodi misteriosissimi, il primo dei quali annunciato da un volantino anarchico. Sulla base di documentazione inedita, il mio libro avanza due possibili ipotesi: che quegli attentati alla Rinascente costituiscano “la prova generale della prova generale”. Mai i giornali ne parlarono: i particolari sugli ordigni, pure quelli con un timer fino a quel momento mai riscontrato, erano a conoscenza solo della polizia politica e degli Affari Riservati. E guarda caso, le bombe del 25 aprile e quelle successive di agosto sui treni, per le quali Freda e Ventura sono stati condannati definitivamente, erano congegnate allo stesso modo. Si potrebbe addirittura pensare che quelle bombe siano state collocate ad arte non dai neofascisti di Ordine Nuovo, e già questo suggerirebbe che l’operazione Piazza Fontana è iniziata molto prima di quanto finora si è sempre pensato, ma addirittura dallo stesso Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno.

Paolo Morando, giornalista, vive e lavora a Trento dove è vicecaporedattore del quotidiano Trentino. Per Editori Laterza è autore di Dancing Days. 1978-1979: i due anni che hanno cambiato l’Italia (2009) e ’80. L’inizio della Barbarie (2016).

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