Paolo Malaguti, Lei è autore del libro Prima dell’alba edito da Neri Pozza: un romanzo incentrato sulla «disfatta» di Caporetto e sulla sua memoria.
"Prima dell'alba, Paolo MalagutiEsatto, dei 18 capitoli di cui si forma il romanzo 9 sono ambientati sul fronte italiano tra il 24 ottobre e i primi giorni del novembre del 1917, quando, dopo l’offensiva austrotedesca di Caporetto, il fronte italiano collassò riassestandosi sulla linea Piave-Monte Grappa-Altopiano di Asiago. L’argomento è stato molto indagato, e anche molto raccontato nel passato, ma il motivo per cui ho provato a raccontare qualcosa a mia volta è legato alla convinzione che ancora oggi, a distanza di un secolo, la memoria della Grande Guerra in Italia no sia “completa”, e non sia ancora pienamente condivisa.

Nel libro viene efficacemente descritta la vita di trincea resa ancor più intollerabile dai massacri e dal rigore insensato della gerarchia, come nel caso del ventiquattrenne artigliere Alessandro Ruffini.
La ricostruzione della vita di trincea è frutto di una documentazione più prettamente storiografica, nata ad esempio anche grazie alla frequentazione con i musei della guerra distribuiti nelle zone in cui vivo, e da suggestioni più letterarie, tra le quali amo sempre ricordare i romanzi di Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e “La via del ritorno”, oltre a Mario Rigoni Stern, “Storia di Tonle” e “L’anno della vittoria”. Nel romanzo in particolare mi sono concentrato su alcuni aspetti particolarmente problematici, in particolare la questione della giustizia di trincea, e dei metodi particolarmente repressivi utilizzati talvolta dall’esercito italiano con la truppa (fucilazioni sommarie e decimazioni in particolare). L’esempio dell’artigliere Ruffini è emblematico in tal senso. Non era un disertore, uno sbandato o un disubbidiente. Si trovava con la sua truppa a Noventa Padovana, in attesa dei complementi (i ragazzi del ‘99) con i quali poi sarebbe tornato al fronte. Al passaggio del generale Graziani si mise sull’attenti tenendo il sigaro in bocca. Questo gli bastò per essere fucilato su due piedi e senza processo.

Il protagonista del romanzo, l’ispettore Ottaviano Malossi, si trova subito a fare i conti con un cadavere eccellente, quell’Andrea Graziani responsabile della morte del giovane Ruffini. Un caso davvero spinoso, come mai?
Gli altri 9 capitoli del romanzo oltre alla vita di trincea narrano, seguendo le forme del romanzo giallo, l’indagine effettuata dalla Procura di Firenze dopo il ritrovamento del corpo del generale Graziani nel febbraio del 1931 lungo la linea ferroviaria Firenze-Prato. L’inchiesta venne aperta al mattino e archiviata al pomeriggio: la verità ufficiale disse che Graziani era accidentalmente scivolato fuori dal treno. In verità i dati oggettivi dell’inchiesta mettono in luce altri aspetti. L’ispettore Malossi (personaggio di invenzione) si trova a dover risolvere un caso apparentemente molto facile, ma difficile da un punto di vista politico e, per così dire, diplomatico.

Chi era Andrea Graziani?
Era uno degli “eroi” della Grande Guerra. In verità era noto già da prima: aveva guadagnato la prima medaglia d’oro nel 1908, coordinando i primi soccorsi dopo il terremoto di Messina. Durante la guerra, prima di Caporetto si guadagnò fama e medaglie sul Pasubio e in Valsugana. Con Caporetto Cadorna lo scelse come ufficiale sovrintendente al movimento di sgombero dell’esercito dall’Isonzo al Piave. In pratica, Graziani doveva evitare che i soldati si sbandassero. Per questo gli venne dato un potere enorme: aveva diritto di vita e di morte su chiunque, civili e militari. Poteva fucilare senza processo chiunque secondo lui fosse responsabile di azioni pericolose per la salvezza della patria.

Nel romanzo Lei avanza un’ipotesi circa la morte di Graziani.
Senza rivelare troppo del romanzo, mi limito a percorrere un’ipotesi che era già circolata negli anni Trenta, nonostante il fascismo, ossia che la morte di Graziani fosse dovuta a una “vendetta postuma” di qualche soldato reduce della prima guerra… in verità non è l’unica ipotesi sul tappeto, è interessante anche quella del regolamento di conti interno al partito fascista… Graziani aveva un carattere duro e autoritario, e specie nel PNF del Veneto aveva molti nemici…

Nel libro Lei ricostruisce magistralmente il lessico di trincea, un italiano di popolo del tutto speciale.
In effetti la scoperta del “gergo di trincea” ha costituito una delle ragioni primarie che mi hanno spinto a scrivere il romanzo. Mi piaceva molto la sfida della ricostruzione di una patina linguistica a mio avviso estremamente espressiva, che permette, almeno spero, di entrare con maggiore realismo nelle vicende. Il gergo di trincea nasce sostanzialmente per tre ragioni: in primo luogo gli “italiani” si trovano per la prima volta a convivere nello stesso spazio al di là delle profonde e radicali differenze linguistiche regionali (possiamo dire che l’italiano popolare nasca proprio durante la Grande Guerra, non prima) e quindi sono costretti a condividere alcune parole al di là della propria provenienza; in secondo luogo il mondo della trincea per la grande maggioranza dei fanti, di estrazione contadina, è un mondo “nuovo”, formato da oggetti e realtà mai nemmeno immaginati prima. Basti solo pensare alle armi, al cibo in scatola, spesso anche alla corrente elettrica… Creare parole in grado di descrivere questo mondo di novità fu spesso una scelta obbligata, quindi ad esempio gli shrapnell austriaci diventano gli “sgrappi”, le schegge di granata sono le “sbrendole” o anche i “calabroni”, gli austriaci sono detti kakàni, o cucchi, o mangiasego… Infine la lingua di trincea nasce perché la trincea non è uno spazio comunicativo “libero”: bisogna stare molto attenti a ciò che si dice, il rischio è quello del carcere o della fucilazione, se ci si lascia andare a considerazioni troppo negative sui propri ufficiali o sul conflitto… e quindi il gergo serve anche a “nascondere” la comunicazione reale. Quindi i carabinieri diventano i “reoplani” o gli “assi di denari”, gli ufficiali sono detti taschini, o lasagne, o caramella…

In “Prima dell’alba” Lei dedica molte pagine anche alle tante famiglie costrette a lasciare le loro case dall’avanzata nemica.
Purtroppo la nostra memoria della grande guerra, dico quella “di pancia”, popolare, è ancora a distanza di un secolo, volenti o nolenti, figlia della “costruzione retorica” avvenuta sotto al fascismo. Quindi si ricorda volentieri la vittoria, l’onore, la gloria, la conquista… facciamo più fatica a guardare in faccia agli aspetti più duri e più crudi, come le già citate fucilazioni, o come il profugato. Dopo Caporetto più di un milione di civili venne sfollato dalle proprie case e dai propri paesi. I profughi vennero inviati, spesso frettolosamente e con scarsa organizzazione, in giro per l’Italia, in viaggi disperati spesso senza ritorno. A puro titolo esemplificativo, la comunità di Possagno venne spedita a Marsala, quella di Enego in Calabria… tenendo conto che nove volte su dieci le famiglie erano composte da donne, vecchi e bambini, visto che gli uomini erano al fronte, possiamo capire che livello di tragicità assunse quell’esodo di cui oggi a volte non ci ricordiamo.

Quanto vive di Lei nell’ispettore Malossi?
Malossi è un personaggio che ha alcuni aspetti in comune con l’altro protagonista del romanzo, ossia il Vecio… sono figure di italiani “non eroi”: fanno le loro scelte, ma hanno una dose di rassegnazione, o di cinismo, frutto dell’esperienza: sanno che i più potenti hanno il coltello dalla parte del manico, sanno che l’onestà non sempre paga, sanno che la Storia è scritta da chi vince e resta padrone del campo… In parte mi riconosco con Malossi, soprattutto nella sua voglia di evitare gli scontri frontali, di ricavarsi il suo angolo di tranquillità senza pestare troppi piedi. D’altra parte però spero che, almeno un po’, rispetto all’Italia di allora oggi alcune cose siano cambiate in meglio!

A cent’anni da Caporetto, qual è l’eredità della Grande Guerra?
Non è una domanda semplice. Direi che spetta a noi decidere quale sarà l’eredità della Grande Guerra… Per lungo tempo questa eredità è stata a dir poco parziale e distorta, profondamente intrisa di retorica. Credo che i tempi siano maturi per tentare, assieme, un grande riesame della prima guerra, non solo a livello storiografico (lì è già stato fatto almeno dal 1968), ma a livello di coscienza collettiva. In altre parole, il problema vero, oggi, è di ordine politico, non storico. Un esempio semplice: nel 2015 la Camera ha approvato all’unanimità (con 1 astenuto) un disegno di legge per la riabilitazione dei soldati italiani ingiustamente fucilati durante la grande guerra. Da più di due anni quel disegno di legge “dorme” in Commissione Difesa del Senato, dopo essere stato analizzato ed emendato in maniera anche radicale. Perché l’Italia non ha il coraggio di portare avanti quest’atto di giustizia e di memoria? Perché non possiamo dedicare vie e piazze ai fucilati ingiustamente, ai decimati, ai profughi di Caporetto? Perché la nostra memoria “ufficiale” deve essere ancora e soltanto quella dei “morti giusti” e quella delle Vie Cadorna e delle Piazze Diaz?