Presunto colpevole. Gli ultimi giorni di Craxi, Marcello SorgiDott. Marcello Sorgi, Lei è autore del libro Presunto colpevole. Gli ultimi giorni di Craxi pubblicato da Einaudi: a distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, quale giudizio è possibile dare su Bettino Craxi?
Se parliamo di un giudizio politico, Craxi è stato sicuramente un innovatore. Era un uomo che aveva un progetto, diversamente dal suo principale alleato, che era la DC, e dal suo principale avversario, che era il PCI.
Voleva una grande riforma costituzionale, adottare per l’Italia la costituzione francese, con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Voleva la trasformazione delle regole economiche per dare maggiore velocità alla crescita. Era un progetto raccolto in quella famosa frase della conferenza di Rimini, “Dare attenzione ai bisogni ma anche ai meriti”. Ed era a favore di una delegificazione, cioè, per dirla con lui, evitare che il Parlamento discutesse di “prosciutti e lamellibranchi”, non si occupasse cioè di questioni minute; le leggi dovevano riguardare le grandi questioni del Paese. Era un progetto in parte condivisibile, in parte no, ma ostacolarlo ha sicuramente rallentato l’Italia. Se si fosse realizzata anche solo una metà di quel progetto, l’Italia avrebbe fatto un bel passo avanti. Quanto a Dc e Pci, la Democrazia Cristiana puntava, con De Mita, al modello della costituzione tedesca, il cancellierato, ma era il progetto di De Mita, non era condiviso da una larga parte del partito. E soprattutto, Andreotti era più d’accordo con Craxi, perché le prime elezioni dirette del Presidente della Repubblica avrebbero visto come candidati proprio lui è il leader socialista, e secondo me avrebbe vinto Andreotti. Questo lo sapeva anche Craxi, ma soprattutto Andreotti in quel modo si sarebbe potuto fare eleggere presidente, con l’elezione parlamentare non ci riuscì mai.

Quali vicende accompagnarono l’esilio tunisino di Bettino Craxi?
Craxi a un certo punto decise di andarsene, poco prima che gli arrivassero le prime due condanne definitive; credo che decisiva fu la vicenda delle monetine, quando fu aspettato all’uscita dall’albergo, insultato, ricoperto di monetine e cominciò a temere per la sua incolumità. A quel punto cominciò a prolungare i suoi soggiorni ad Hammamet, finché non tornò più.

Chi furono i protagonisti della trattativa per far rientrare in Italia da Hammamet Craxi?
Sicuramente la famiglia, poi il Governo: nel libro, D’Alema racconta tutto quello che cercò di fare per convincere la magistratura a far rientrare Craxi senza l’arresto, come lui chiedeva. D’altra parte si trattava di un malato molto grave: aveva un diabete scompensato, una cardiopatia che durava da più di vent’anni e a tutto questo si era aggiunto un cancro che richiedeva una rapida asportazione del rene, in un’operazione che si poteva fare solo in un centro specializzato perché anestetizzare un malato di cuore è sempre una cosa molto rischiosa, c’è bisogno di un apparato di rianimazione moderno, cosa che a Tunisi non c’era. Per questo i familiari chiedevano di farlo rientrare e lui chiedeva di rientrare senza l’arresto, visto che le condizioni di salute non avrebbero consentito la permanenza in carcere. Ci lavorò la famiglia, ci lavorò il Governo, al Quirinale fu esaminata l’ipotesi di dargli la grazia: impossibile perché lui aveva delle condanne definitive, cioè passate in giudicato in Cassazione, ma aveva anche dei processi in corso e quindi l’unica vera possibilità sarebbe stata quella di una decisione dei magistrati di sospendere i mandati di cattura, cioè l’esecuzione delle sentenze. Questa decisione i magistrati la respinsero. Il procuratore di Milano Borrelli disse: “Per noi è un latitante”.

Bisogna forse ricordare che le condanne di Craxi poi subirono una sanzione da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dopo la morte di Craxi. La Corte ha ordinato alla magistratura italiana di risarcire i familiari, sia pure con un risarcimento simbolico, perché ha riconosciuto che le condanne furono irrogate in processi che non avevano rispetto dei diritti dell’imputato. Non si trattò quindi di un giusto processo, come si dice tecnicamente.

Nel Suo libro, Lei traccia un parallelo tra la morte di Craxi e quella di Aldo Moro, entrambi vittime di una ragion di Stato ipocrita e iniqua. E fu proprio Craxi a contrapporsi alla cosiddetta “linea della fermezza” durante il sequestro del presidente democristiano.
Premetto che si tratta ovviamente di due vicende diverse perché la morte di Moro nella prigione delle Br e la morte di Craxi in esilio in Tunisia sono evidentemente differenti. Quello che è paragonabile invece – e il paragone è molto interessante perché ci si ritrova la stessa confusione, la stessa incertezza, lo stesso agire sottobanco – è la trattativa, cioè la trattativa nascosta ma in realtà praticata per liberare Moro dalla prigione dalle Br e la trattativa invece scoperta ma purtroppo per Craxi fallita per riportarlo in Italia senza l’arresto.

Negli archivi della Fondazione Craxi io ho trovato un documento dei servizi segreti – che pubblico nel libro – che rivela che c’erano sei terroristi che si era pensato di liberare, non uno solo, come si è sempre saputo. Si è sempre conosciuto il nome della brigatista Paola Besuschio che aveva avuto una condanna esemplare perché aveva sparato a un poliziotto e anziché essere condannata per lesioni gravi era stata condannata per tentato omicidio con varie aggravanti. Allora si era parlato di uno solo, si scopre che erano sei. Se un documento di quel genere dei servizi è finito negli archivi della Fondazione Craxi – i servizi in genere li coordina la Presidenza del Consiglio, agiscono in collaborazione con il Ministero dell’Interno – allora vuol dire che la Presidenza del Consiglio, dove allora c’era Andreotti, e il Ministero dell’Interno, dove c’era Cossiga che si dimise dopo la morte di Moro, che erano ufficialmente schierate contro la trattativa, in realtà stavano predisponendo il campo per trattare con le Br. Io penso che se le Br non avessero avuto la fretta di ammazzare Moro, quella trattativa sarebbe partita.

Cosa ha significato per l’Italia la morte in esilio di Craxi?
Inizialmente ha significato liberarsi di un capro espiatorio. Sulla corruzione del Partito socialista non ci sono dubbi, ma non era il solo. Tutti i partiti si alimentavano con un sistema illecito di finanziamenti, tant’è vero che quando Craxi andò in Parlamento e sfidò ad alzarsi in piedi uno dei deputati, anche uno solo dei deputati, per dire che non aveva percepito finanziamenti illeciti, non si alzò nessuno. Lui condivideva queste colpe con l’intero sistema politico, come poi si scoprì, ma dovette pagare la pena peggiore. Alla fine pagò con la vita e questa, a guardarla vent’anni dopo, è stata una inutile crudeltà.

In che modo è possibile, a Suo avviso, riconciliarsi con questa triste pagina di storia?
Una sollecitazione in questo senso è venuta dieci anni fa, nel decennale della scomparsa di Craxi, dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Napolitano indirizzò alla moglie una lettera pubblica nella quale diceva che pretendere di archiviare Craxi come un ladro e basta era stata un’inutile forzatura e invece andava riconosciuto che Craxi era stato un grande leader, che aveva guidato il Governo per 4 anni, che aveva rappresentato con onore il Paese all’estero e che aveva proposto delle riforme importanti e utili per il progresso del Paese. Questo scrisse Napolitano e la lettera fu resa pubblica già nel decennale. Diciamo che rimase un appello inascoltato. Adesso mi sembra che questo atteggiamento sia cambiato, complice l’anniversario rotondo, il ventennale, complice questo bel film di Amelio che è nei cinema e che sta avendo un successo di pubblico enorme, a riprova che c’è molta curiosità sulla vicenda Craxi e se tanta gente va per informarsi, probabilmente il ripensamento è cominciato. Quindi cosa si può fare? Più o meno quello che si può fare lo ha indicato il presidente della Repubblica dieci anni fa: si può cercare di colmare il ritardo.