Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Eloisa BettiProf.ssa Eloisa Betti, Lei è autrice del libro Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana edito da Carocci: la precarietà del lavoro è un problema solo contemporaneo?
La precarietà del lavoro è un fenomeno che ha caratterizzato l’intera storia del capitalismo industriale e post-industriale, ma secondo alcuni le sue origini possono essere addirittura rintracciate tra i poveri con occupazioni saltuarie dall’antica Grecia o i lavoratori non liberi delle Americhe spagnole.

Precari e precarie sfata il mito del lavoro precario come problema contemporaneo, ricostruendo l’esistenza di forme di precarietà lavorativa persino nel trentennio glorioso, ritenuto il periodo per eccellenza della stabilità lavorativa. Quest’ultima non arriverà mai a coinvolgere tutta la forza lavoro; giovani, donne, migranti non saranno mai inclusi a pieno titolo nel sistema di stabilità fordista. Proprio la prospettiva di genere ha consentito di cogliere forme di lavoro precario ricorrenti e pervasive presenti soprattutto nel lavoro femminile, ma anche forme di discriminazione, come le dimissioni in bianco, che aggravano la precarietà nel passato quanto nel presente.

La prospettiva storica chiarisce che la precarietà ha rappresentato la norma del sistema capitalista sia nei paesi del Nord del mondo che del Sud, mentre la stabilità rappresenta un’eccezione conosciuta dai paesi occidentali nel terzo quarto del Ventesimo secolo.

Quando compaiono le prime forme di precarietà?
Non c’è una risposta univoca, perché la ricerca storica sulla precarietà del lavoro è ancora agli albori. Il recente convegno organizzato dalla Società italiana di Storia del Lavoro Storicizzare la “precarietà”: lavori e altre risorse nelle strategie della sussistenza (Bologna, 16 novembre 2018) ha evidenziato la molteplicità di approcci possibili e l’utilità di spaziare tra età moderna e contemporanea, aspetto precedentemente emerso anche nel numero monografico Flessibili/Precarie della rivista della Società italiana delle storiche Genesis (1/2008).

L’Italia, come del resto altri paesi, ha conosciuto diverse ondate di precarizzazione tra il XIX e il XXI secolo, influenzate dalle crisi economiche, dall’agency degli attori sociali, dal ruolo di partiti e istituzioni politiche, dalla legislazione sul lavoro e dalla teoria economica, dall’azione del movimento operaio organizzato e dei movimenti sociali.

Precari e precarie evidenzia, tuttavia, che la “scoperta della precarietà” si situa in un periodo specifico che coincide con la seconda metà del Novecento, quando la stabilità lavorativa assurge a valore sia nel dibattito politico-sindacale che nella legislazione sul lavoro.

Quale dibattito e quali azioni politico-legislative hanno affrontato il tema nel corso della storia repubblicana?
Il problema della precarietà lavorativa emerse già nella riflessione sulla programmazione economica, a partire dall’importante elaborazione dell’economista Paolo Sylos Labini che fu il primo a definire i “precari” e a fornirne una stima nei primi anni Sessanta. All’indomani del boom economico, la denuncia della precarietà e la ricerca della stabilità furono argomenti di dibattito all’interno di organizzazioni sindacali, partiti politici, associazioni femminili. La pionieristica riflessione sulla precarietà lavorativa femminile coinvolse sindacaliste come Donatella Turtura e persino sindacalisti come Agostino Novella e Luciano Lama. Dall’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana all’approvazione dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, l’azione parlamentare e quella legislativa ebbero un ruolo determinante nel dar corpo alle teorie che vedevano nella piena e stabile occupazione un valore non solo per la società ma per l’intero sistema economico-produttivo. La regolamentazione dei “rapporti particolari di lavoro” (contratto a termine, lavoro in appalto, lavoro a domicilio) e la limitazione del potere di licenziare, vietando i licenziamenti discriminatori (per matrimonio e discriminazione politico-sindacale) posero le basi per la riduzione della precarietà lavorativa.

Anche nell’ultimo trentennio, il ruolo dei governi e del parlamento nel dibattito sulla flessibilità prima e sulla precarietà poi appare tutt’altro che secondario. Il volume evidenzia l’allineamento delle politiche del lavoro italiane a quelle europee, nonché la pervasività del problema e della percezione della precarietà nella Seconda Repubblica e in particolare nel nuovo Millennio. La ricostruzione delle proposte di legge non approvate fa emergere una maggiore differenziazione nella classe politica e la consapevolezza, almeno in una parte di essa, della necessità di porre rimedio al problema della precarietà. I tentativi di riforma proposti per contrastare la precarietà negli anni del secondo Governo Prodi restituiscono al Parlamento un ruolo più attivo di quanto si sia sedimentato nell’immaginario collettivo.

Quali dinamiche hanno seguito i processi di precarizzazione degli ultimi sessant’anni?
Il volume indaga l’Italia Repubblicana, partendo dall’ipotesi che gli ultimi sessant’anni siano stati caratterizzati da due diverse ondate di precarietà: la prima ha interessato il ventennio iniziale della Repubblica, mentre la seconda, originatasi a partire dalla crisi degli anni Settanta, si è dispiegata compiutamente nell’ultimo trentennio. La scelta di focalizzare l’attenzione sull’Italia Repubblicana risponde a due interrogativi: in primis indagare l’alternarsi delle fasi di stabilizzazione e precarizzazione con un’attenzione al ruolo degli attori politici e sociali nel determinare queste stesse fasi, sia in periodi di crisi che di crescita. In secondo luogo, si vuole comprendere la specificità del periodo considerato che vide già nella Prima Repubblica la nascita di un vero e proprio dibattito sulla precarietà, tanto scientifico che politico-sindacale, e nella Seconda il diffondersi di una inedita percezione sociale del fenomeno e nuove forme di soggettività.

Come si sono evolute la percezione e le lotte di precari e precarie?
Negli anni Cinquanta e Sessanta, precari e precari hanno scarsa consapevolezza della loro condizione, identificandosi spesso come sfruttati e discriminati. Non esistendo una chiara concezione e percezione collettiva della stabilità, il concetto stesso di precarietà emerge raramente nelle denunce e rivendicazioni. Un’inedita soggettività, sconosciuta al periodo precedente e propriamente precaria, emerge invece con prepotenza negli anni Settanta, tanto nelle rivendicazioni dei precari dell’istruzione e della ricerca sia in quelle dei movimenti, in primis il movimento del Settantasette e in alcune frange del movimento femminista. Un vero e proprio movimento, non solo italiano ma transnazionale, vide la luce negli anni Duemila, generando nuove forme di resistenza e attivismo nonché una vera e propria riappropriazione della condizione di precarietà. Una nuova soggettività precaria, fortemente connotata dal punto di vista di genere e generazionale ha posto le basi per lo sviluppo di rappresentazioni artistico-culturali inedite e un rinnovato dibattito pubblico sui precari, divenuti una vera e propria emergenza sociale a metà anni Duemila.

Quali nuove forme di precarietà si sono affiancate a quelle storiche?
La precarietà nel decennio della crisi globale è assurta a norma del mercato del lavoro, combinandosi a fattori espulsivi come la disoccupazione di massa e determinando una nuova ondata emigratoria di imponenti proporzioni. Le nuove frontiere della precarietà si sviluppano al crocevia tra inedite forme di sfruttamento, l’esplodere della disoccupazione di massa e la diffusione di forme di lavoro gratuito ricostruite dagli scienziati sociali. Se le nuove tecnologie hanno prodotto alcune forme inedite di lavoro precario, analogamente agli anni Cinquanta sono presenti contratti a termine di breve durata, lavoro in appalto, numerose discriminazioni nei confronti delle lavoratrici madri, in primis le dimissioni in bianco. La precarietà è ancora fonte di maggior sfruttamento, ricattabilità e discriminazione.

Qual è la condizione odierna del precariato?
La precarietà lavorativa odierna interessa un aggregato vastissimo di persone indipendentemente dallo strato sociale e dal livello d’istruzione, fino a comprendere potenzialmente la globalità della popolazione. La diffusione della precarietà del lavoro negli anni Duemila sembra strettamente collegata alla nuova fase della globalizzazione e alla recente ristrutturazione del capitalismo globale a seguito della crisi economica degli ultimi anni. La “globalizzazione della precarietà” appare il necessario contraltare dei nuovi processi di globalizzazione che negli ultimi decenni hanno interessato il sistema capitalistico. La crescita generalizzata dell’insicurezza lavorativa rappresenta una delle caratteristiche distintive dell’evoluzione del mercato del lavoro globale degli ultimi decenni, nel quale i tre quarti della forza lavoro sono impiegati con contratti a termine e di breve durata o attraverso forme di lavoro informale o prive di ogni regolamentazione. Sia nei Paesi del centro, come l’Italia, che della periferia, le condizioni dei lavoratori appaiono sempre più inter-dipendenti ed esposte a forti rischi di precarizzazione derivanti da richieste incessanti di flessibilità, processi che nel loro complesso fanno della precarietà un fenomeno potenzialmente reticolare in cui la gerarchia tradizionale centro/periferia ha perso di significato. I lavoratori di tutti i Paesi sembrano coinvolti in processi di precarizzazione convergenti per via di quella ri-mercificazione del lavoro descritta da Luciano Gallino e che vede nel paradigma della flessibilità uno dei suoi capisaldi.

Quale futuro, a Suo avviso, per il precariato?
Difficile fare previsioni. Sicuramente ripercorrere la storia della precarietà può offrire spunti di riflessione per rileggere l’ambivalente e mutevole rapporto tra cittadini e governanti nell’Italia Repubblicana. La complessità del problema e le sue ricadute sulla vita degli italiani, non più solo giovani e donne, e dei molti/e che hanno scelto l’Italia come luogo dove stabilirsi, spinge a ripercorrere criticamente e con uno sguardo di più lungo periodo la strada percorsa ma anche quelle che non sono state seguite. Il precariato, forse non una classe esplosiva come alcuni l’hanno definito, ma una condizione che coinvolge una gamma sempre più ampia di lavoratrici e lavoratori, mina nel profondo la stessa riproduzione sociale, non garantendo né un’esistenza dignitosa e autonoma né la possibilità di auto-determinarsi nella sfera privata.

Eloisa Betti, docente a contratto in Storia del lavoro presso l’Università di Bologna, è stata Visiting Fellow presso la School of Advanced Study dell’Università di Londra ed EURIAS Fellow presso l’Institute for Human Science di Vienna. È co-coordinatrice del Gruppo europeo “Feminist Labour History” (ELHN) e del Gruppo italiano “Genere e lavoro” (SISLAV), responsabile scientifico della Rete Archivi Udi Emilia-Romagna e dell’Archivio Udi di Bologna. Alla storicizzazione della precarietà su scala globale ha inoltre dedicato: Historicizing Precarious Work: Forty Years of Research in the Social Sciences and Humanities, “International Review of Social History”, 2018.