Potere alle parole. Perché usarle meglio, Vera GhenoVera Gheno, Lei è autrice del libro Potere alle parole. Perché usarle meglio edito da Einaudi: quale straordinario potere hanno le parole?
A mio avviso, hanno un potere molto maggiore di quello che tendiamo a pensare. In fondo, abbiamo bisogno delle parole per esprimere il nostro pensiero; per dare forma a noi stessi (le parole sono un costante atto di identità, che ne siamo coscienti o meno); per metterci in relazione con gli altri; per nominare le cose che ci circondano. Chiaramente, io ho un affetto particolare nei confronti delle parole, dato che ho scelto, quasi come una vocazione, di dedicare loro la mia vita professionale; ciononostante, anche al netto del mio giudizio personale, trovo che dobbiamo recuperare, collettivamente, l’idea della centralità della conoscenza linguistica, perché, alla fine di tutto, è quella che può permetterci di vivere meglio la complessità del presente. In altre parole (!), più siamo bravi a muoverci liberamente e con agio tra tutti i livelli d’uso della nostra lingua madre (e delle altre lingue che eventualmente conosciamo) a seconda della situazione in cui ci troviamo, più siamo capaci di concatenare le parole, formare frasi funzionanti e funzionali, e più saremo facilitati nell’affrontare le insidie che ci riserva la nostra vita, un po’ in tutti i campi: da quello privato a quello professionale.

Cos’è una lingua e a cosa serve?
Semplificando molto, una lingua è un codice, che usiamo per comunicare con gli altri membri della nostra comunità linguistica, che funziona in base a delle convenzioni. In sostanza, io e te possiamo comunicare perché abbiamo una sorta di accordo implicito sul significato che diamo alle parole che stiamo usando e sul modo in cui le stiamo combinando. Ed è affascinante, per me, pensare che non c’è nessun motivo specifico perché una prugna si chiami “prugna” e non “asdrubale”, e che proprio in virtù dell’accordo che c’è tra i membri della comunità italofona riusciamo a intenderci sul significato della parola “prugna”.

Cos’è e a cosa serve la norma linguistica?
La norma linguistica è un insieme di regole, che agiscono a tutti i livelli dell’analisi linguistica (lessicale, morfologico, sintattico, ecc.); queste regole, che non sono di derivazione divina, ma molto umana, perché sono una sorta di sedimentazione dell’uso reale di una lingua, vengono più o meno automaticamente accettate dalla maggior parte della comunità dei parlanti di una lingua e sono valide in un determinato momento storico e contesto socioculturale. Di questa definizione, che ricalca in parte quella di Claudio Giovanardi riportata in Treccani, vorrei mettere in evidenza il fatto che la norma venga accettata dai parlanti, non imposta agli stessi (non è una costrizione, insomma: aderire alla norma ha un suo senso, perché è la cosa che ci permette di capirci senza troppi fraintendimenti e rinegoziazioni), e che è valida in una precisa cornice spaziotemporale. Per farla breve, la norma è molto relativa, e una regola che magari ancora ai miei tempi si insegnava quasi come un dogma a scuola oggi potrebbe essere superata. Dobbiamo, un po’ tutti, fare i conti con questa mobilità della norma, che invece mette molti a disagio, tanto da far partire reazioni quasi pavloviane del tipo “a me a scuola hanno insegnato questo, e quindi non esiste che da allora la regola sia cambiata”!

Come si impongono le norme linguistiche?
Per fortuna non si impongono; casomai si insegnano. E lo si fa perché conoscere la norma è il modo più semplice per farsi intendere dagli altri e di intendere gli altri senza troppi grattacapi. Del resto, solo dalla conoscenza della norma nasce la possibilità di trasgredirla. Altrimenti non è trasgressione, ma pura e semplice ignoranza. Che, di per sé, potrebbe anche non essere un problema, se non che noi tutti giudichiamo continuamente gli altri in base agli errori che fanno. Linguisticamente parlando, scrivere “pò” invece di “po’” non sarebbe così sconvolgente; tuttavia, la comunità italofona giudica il “pò” con l’accento come un segnale di ignoranza. Insomma, non c’è davvero bisogno di imporre le regole linguistiche; le persone, normalmente, presto o tardi capiscono che ha senso conoscerle, semplicemente per non finire bollati come incolti.

Chi è il grammarnazi?
Il nazista della grammatica è una persona che ha, nei confronti della norma linguistica, un atteggiamento polarizzato e intransigente: possiede una serie di conoscenze – di solito, a dire il vero, non troppe: i pedanti non sono mai i supercolti, quanto piuttosto quelli a uno stadio intermedio della conoscenza – e le ha elevate quasi a credo religioso; nella sua testa, non esistono i “grigi”, le gradazioni intermedie. Desidererebbe un sistema normativo linguistico in cui ci sono un tot di cose giuste e un tot di cose sbagliate: tertium non datur. In realtà, quasi mai la norma linguistica è definitiva e netta; molto più spesso, è piena di eccezioni, di anomalie, di irregolarità, e anche di usi che non sono né giusti né sbagliati a priori, ma che possono esserlo a seconda del contesto. Per quanto io possa essere “precisina”, non mi definirei grammarnazi: penso che non ci possa mai essere nessuna accezione positiva nell’accostare il termine “nazista” a qualcosa, ed è in questa accezione assolutamente negativa che uso il termine.

Quali sono le fissazioni linguistiche più diffuse?
Tutte le volte che qualcuno esordisce con “non si dice…” o “è sbagliato…” dovrebbe, nella testa di tutti noi, accendersi una sorta di spia di allerta; ma per andare nel dettaglio, tra le fissazioni da grammarnazi metterei la morte del congiuntivo (se lo sapevo non venivo non solo non è sbagliato, in certi contesti, ma era una costruzione usata già dal Manzoni, giusto per fare un esempio); l’invasione degli anglismi (vera fino a un certo punto, oppure vera per alcuni contesti); la morte dell’italiano causata dai social network (non penso che i social abbiano provocato un bel niente; casomai, fanno vedere livelli di uso della lingua che prima rimanevano più nascosti). Tra le altre fissazioni si può citare il divieto di iniziare una frase con una congiunzione (E s’aprono i fiori notturni / nell’ora che penso ai miei cari…), “a me mi non si dice” (non è vero: basta non usarlo in contesti altamente formali) o le crociate contro il mentre invece (che, poverino, non ha nulla di sbagliato).

Quali caratteristiche presenta l’italiano neostandard?
Neostandard è il modo con cui i linguisti, a un certo punto – diciamo negli anni Ottanta – hanno definito l’italiano usato dai suoi parlanti in contesti informali: quello del se lo sapevo non venivo invece di se lo avessi saputo non sarei venuto, ma anche quello del lui usato in luogo di egli, o di gli usato per loro; quello nel quale non compare molto affinché, ma si usa piuttosto perché; quello in cui si usa il presente al posto del futuro (domani vado) e dal quale sono quasi scomparsi il trapassato remoto o il futuro anteriore: quella versione dell’italiano che non si può certo definire aprioristicamente sbagliata, ma che anzi, risulta il registro linguistico più corretto in tutti i contesti in cui non è richiesto un livello elevato di formalità. L’italiano neostandard è molto interessante, perché di fatto lo usiamo un po’ tutti, anche se non è l’italiano insegnato a scuola. Ovviamente questo crea un disagio cognitivo: come mai la lingua che parlo non corrisponde a quella che mi hanno insegnato? Sto forse sbagliando?

Come cambia il lessico italiano?
Il lessico di una lingua viva – non solo dell’italiano – cambia in modo da riflettere in maniera aggiornata la realtà che deve descrivere: cambia la realtà e questo fa cambiare anche la lingua, che in uno dei suoi tanti scopi ci serve per “cartellinare” ciò che ci circonda, dare i nomi alle cose. Quindi i neologismi sono perfettamente normali, anzi: sono uno dei segnali di una lingua in buono stato di salute. Un idioma che cessa di inventare parole nuove ha iniziato a morire, disallineandosi dal “mondo reale”.

Come nascono i neologismi?
In tutti i modi possibili. Posto che normalmente, quando non per motivi artistici, le parole nuove nascono da un’esigenza sentita dai parlanti di una lingua di trovare un “cartellino” per un aspetto della realtà che fino a quel momento non esisteva o era irrilevante, tanto da essere privo di un nome, i neologismi possono provenire da altre lingue – in quel caso possiamo definirli esogeni – oppure essere formati con materiale interno alla lingua – allora sono endogeni. Nel primo caso, possiamo fare una distinzione tra forestierismi di necessità (come sauna: assieme al concetto, abbiamo importato dalla Finlandia anche il suo nome) oppure di lusso (come skills, che non ha nulla di diverso da competenze, ma “fa figo”); questi ultimi sono i forestierismi particolarmente irritanti perché all’orecchio di molti suonano, anche giustamente, inutili. Per quanto riguarda invece i neologismi che si formano con materiale interno a una lingua, ricordiamo solo quelli formati tramite suffissazione, cioè la creazione di parole nuove tramite suffissi, una specialità italiana: da ombrello abbiamo ombrellone, che non è più solo un grande ombrello, ma specificamente l’ombrello da spiaggia; da telefono abbiamo telefonino, che non è più un riferimento alle sue dimensioni ridotte, ma che indica il telefono cellulare; da petalo abbiamo petaloso “pieno di petali”, aggettivo del tutto lecito nella forma (come ben chiariva, a suo tempo, la sociolinguista collaboratrice dell’Accademia della Crusca Cristina Torchia nella sua lettera al bambino Matteo, “responsabile”, nel 2016, del conio dell’aggettivo). Tutti inventiamo continuamente parole nuove; ovviamente, solo una parte esigua di queste finisce registrata nei vocabolari, dato che per far succedere questo occorre che il neologismo risponda fondamentalmente a tre criteri: che venga usato da un numero sufficientemente ampio di parlanti, per un periodo sufficientemente lungo e, possibilmente, in contesti differenti. Questo esclude i localismi, i tormentoni che durano qualche mese e anche i gergalismi impiegati solo in un contesto molto ristretto.

Parliamo dei femminili professionali: è corretto l’uso di presidenta?
L’uso dei femminili, per me, non è né corretto né scorretto: è normale. Così come dico maestra infermiera, dico pure ministra ingegnera. Io mi definisco una studiosa, una professoressa, una docente, una linguista, una madre e anche la gestrice del profilo Twitter di Zanichelli (per la sola parte linguistica: ho un collega, Pietro Bassi, che si occupa dei tweet scientifici). Perché ho fatto questa rassegna? Per far vedere come ci siano femminili formati con regole differenti: studiosa è un femminile a suffisso zero (ho cambiato la -o di studioso in -a); professoressa è un femminile ottenuto con l’aggiunta del suffisso -essa a professore (nato in un momento storico in cui si preferiva formare i femminili con i suffissi, sul quale non ha senso intervenire a posteriori); docente è uguale al maschile e al femminile, basta cambiare l’articolo (un/una), per cui le forme che qualcuno sbandiera con scherno tipo docento e docenta sono completamente inutili, una sciocchezza. Idem per linguista: è un sostantivo che finisce in -a sia al maschile che al femminile per ragioni etimologiche, non serve dire “e allora io da domani mi definisco linguisto”, e anche qui basta cambiare l’articolo. Veniamo, quindi, a presidenta: in italiano, i sostantivi che, pur con varie peripezie etimologiche, possono essere fatti derivare da antichi participi presenti (non solo docente presidente, ma insegnantegerentebadante, ecc.) sono ambigeneri, quindi per “fare il maschile” o “fare il femminile” basta cambiare l’articolo: il/la presidente. Si tende a sconsigliare l’uso di presidentessa perché una volta veniva impiegato soprattutto per indicare la moglie del presidente. La forma presidenta in italiano non esiste; il suo uso non è mai stato caldeggiato da nessuno, né da Laura Boldrini né dall’Accademia della Crusca, spesso tirate in ballo sulla questione. È una castroneria messa in giro da alcune testate giornalistiche per canzonare l’istanza dei femminili professionali, che molti giudicano irritante, e che, come tutte le bufale, è ormai ineradicabile, per quanto si tenti di divulgare l’informazione corretta: il femminile di presidente è… la presidente.

Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall’ungherese, ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca lavorando nella redazione della consulenza linguistica e gestendo l’account Twitter dell’istituzione. Attualmente collabora con la casa editrice Zanichelli. Insegna all’Università di Firenze, dove tiene da molti anni il Laboratorio di italiano scritto per Scienze Umanistiche per la Comunicazione. Precedentemente ha pubblicato: Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi) (2016), Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (2017), Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello (con Bruno Mastroianni, 2018).