“Populismo vs Sinistra. Il M5S da Beppe Grillo a Giuseppe Conte: una prospettiva comparata” di Enrico Padoan

Dott. Enrico Padoan, Lei è autore del libro Populismo vs Sinistra. Il M5S da Beppe Grillo a Giuseppe Conte: una prospettiva comparata edito da Mimesis: quale categorizzazione propone il Suo studio del Movimento 5 Stelle?
Populismo vs Sinistra. Il M5S da Beppe Grillo a Giuseppe Conte: una prospettiva comparata, Enrico PadoanA mio avviso il M5S è parte della famiglia dei “populismi anti-neoliberali” che si sono affermati in Europa del Sud in reazione alle misure di austerità a seguito della Grande Recessione scoppiata nel 2008. Podemos, Syriza e lo stesso Movimento 5 Stelle, ma anche il caso della France Insoumise, compongono questa famiglia. Si è trattato di un’ondata di populismi molto diversi dai c.d. “populismi di destra”, e che invece può essere accostata ad una parte consistente di quei progetti politici redistributivi che si affermarono in America Latina grossomodo dalla fine dello scorso millennio in poi.

In questi populismi anti-neoliberali è rintracciabile, implicitamente o esplicitamente, una certa centralità del concetto di “sovranità”, che si vuole restituire al “popolo”. Non si tratta quindi di una “sovranità” intesa come “controllo dei flussi migratori” – tipica dei c.d. “sovranismi” contemporanei – per lo meno non in via principale. Si tratta invece di un richiamo alla “sovranità del popolo” in opposizione a nemici dello stesso, siano essi interni od esterni allo Stato-nazione. Risulta qui utile richiamare la diade responsabilità-responsività elaborata dallo studioso irlandese Peter Mair: alla retorica della “responsabilità” (intesa come comportamenti “responsabili” da tenere di fronte ai mercati, alle istituzioni sovranazionali…) utilizzata dai partiti “mainstream”, i populismi anti-neoliberali contrappongono una retorica della “responsività”, ossia un’attenzione alle domande di inclusione sociale e politica dei “popoli” – da perseguire attraverso lo Stato.

La famiglia dei populismi anti-neoliberali è comunque eterogenea al proprio interno. A differenza di partiti politici che hanno rappresentato lo sbocco politico (nel caso di Podemos in Spagna), o addirittura un vero e proprio “braccio politico”, di movimenti sociali anti-austerità (è questo il caso del MAS boliviano), oppure di partiti politici già esistenti che hanno saputo incanalare e rappresentare movimenti sociali di lotta più o meno autonomi (come accaduto in Grecia, o in Argentina), il M5S è invece, in via principale, il frutto dell’azione di un outsider politico che ha plasmato un partito politico del tutto nuovo. Un partito dai caratteri plebiscitari, e che si è posto come implicito o esplicito megafono di istanze sociali e politiche, locali e nazionali, affermatesi durante la grande crisi, al tempo stesso alimentando un profondo antagonismo nei confronti delle strutture di rappresentanza politiche e sociali esistenti. Un antagonismo che, come direbbe Andrew Arato, “ha compensato la vaghezza” (e l’eclettismo) della proposta ideologica pentastellata.

Per queste ragioni, se guardiamo alla genesi del M5S, è possibile rintracciare interessanti parallelismi con quanto accaduto in Venezuela 25 anni fa, o in Ecuador 15 anni orsono. Ovviamente si tratta di esperienze che presentano anche notevoli differenze, e che diedero luogo ad evoluzioni successive molto divergenti. Ciò che la caratterizzazione di “populismi leaderistici” intende catturare è però, in via principale, la genesi di questi fenomeni, nonché comuni tratti organizzativi, retorici, sociologici (mi riferisco, qui, a specifiche composizione di classe dei rispettivi elettorati).

Come scrivo nel primo capitolo, il M5S è quindi un caso unico, ma non un’eccezione. Non è un’eccezione perché anche in diversi altri paesi sono emerse forze politiche con la stessa, diciamo, “funzione storica”, ossia opporsi allo status quo neoliberale attraverso proposte politiche vòlte a “non lasciare nessuno indietro”, come lo stesso M5S ama ripetere. Non siamo di fronte quindi all’ennesima “eccezione italiana” che tanto spesso si vuole sottolineare, celebrare o esecrare, a seconda dei punti di vista. Al tempo stesso, il M5S è anche un caso unico, in virtù della sua visione politica incentrata sul singolo individuo che si sublima in una “volontà generale” (Rousseau, appunto), al di fuori (ed in opposizione) a strutture sociali e politiche di rappresentanza diverse dallo stesso Movimento 5 Stelle. Si tratta di una visione politica che ha fondato e legittimato una struttura organizzativa unica nel suo genere, e che nel medio termine ha palesato diverse debolezze e controindicazioni, a tutt’oggi irrisolte.

Perché si può affermare che i “populismi” europei siano nati, in buona parte, a causa dei fallimenti delle sinistre tradizionali?
Innanzitutto va detto che i “populismi” europei su cui mi soffermo sono, appunto, quelli c.d “anti-neoliberali”. Parlare di “fallimento delle sinistre tradizionali” può risultare appropriato in alcuni casi, fuorviante in altri. Ciò che intendo sottolineare è che, in diversi paesi, le sinistre tradizionali hanno “fallito” nell’obiettivo di posizionarsi quali referenti politici dei settori sociali più colpiti dalla crisi e delle misure di austerità, nonché degli attori sociali mobilitatisi contro queste ultime. Non sempre le forze di sinistra o centrosinistra hanno avuto quest’obiettivo. Per rimanere al caso italiano, sarebbe improprio affermare che questo sia stato l’obiettivo del Partito Democratico, esito di un lungo processo di trasformazione in termini di ideologia e di elettorato di riferimento, mentre sicuramente lo era per le forze afferenti alla c.d. sinistra radicale. Rimane il fatto che, per la rinuncia di alcune forze politiche a presidiare quello spazio sociale e politico, e per l’incapacità di altre forze politiche a rappresentare quello spazio, si crearono le condizioni per l’affermazione di nuovi progetti politici. I casi dell’Uruguay, o del Portogallo, paesi in cui forze di sinistra più o meno radicale poterono credibilmente vantare un lungo periodo di opposizione, un certo grado di radicamento territoriale, ed una certa capacità di dialogo o di presidio nei confronti dei movimenti anti-austerità, insegnano al tempo stesso che l’apparizione di “populismi anti-neoliberali” non era un esito necessario né l’unico possibile.

Di quale utilità è, per comprendere quanto avvenuto nei quattro grandi Paesi dell’Europa mediterranea (Portogallo, Grecia, Spagna ed Italia), l’analisi dei populismi anti-neoliberali in America Latina?
Vi sono diversi spunti analitici utili che emergono da questo tipo di comparazione. In America Latina abbiamo visto, negli anni ottanta ed ancor più chiaramente negli anni novanta, un processo di convergenza ideologica fra partiti conservatori e partiti eredi delle esperienze populiste negli anni Quaranta e Cinquanta (c.d. populismi “classici”) e caratterizzati da forti legami con i principali movimenti sindacali. I populismi del XXI secolo in Venezuela, Argentina, Ecuador, Bolivia, sorsero – con l’eccezione argentina – al di fuori di, e in contrapposizione a, sistemi di partito incapaci di offrire alternative reali. E tutti questi nuovi populismi avevano, come basi di riferimento, settori e soggetti sociali e politici nuovi ed esclusi da, o privi di rappresentanza nel, sistema politico. In nessun caso i movimenti sindacali organizzati hanno avuto la stessa centralità di cui godettero nei populismi “classici”.

È utile pensare, come del resto si è sempre fatto in America Latina – a differenza che in Europa – al “populismo” come a un progetto politico volto ad “incorporare” settori e soggetti esclusi dal sistema esistente. In questo senso, il populismo non è un’”ideologia”, bensì un vero e proprio processo politico da studiare in base a determinate condizioni storiche provocate da quei sistemi politici che gli stessi populismi si propongono di trasformare. È importante, cioè, cogliere la “funzione storica” di specifici populismi. Il populismo latinoamericano degli anni quaranta incarnava il compito di consolidare e garantire peso politico ai movimenti sindacali. I populismi latinoamericani a cavallo del nuovo millennio si indirizzarono invece, primariamente, al sottoproletariato urbano, ai piccoli contadini. Nell’uno e nell’altro caso, con la parziale eccezione del chavismo, non ci si è incamminati verso società socialiste: piuttosto si assegnò allo stato un forte ruolo di intervento per consolidare un capitalismo orientato al mercato interno (nei populismi “classici”) o per rafforzare la domanda interna attraverso interventi redistributivi.

Così come in America Latina, anche nell’Europa del Sud post-2008 sono emersi i limiti di rappresentanza sociale e politica di sistemi politici dominati da partiti che abbracciavano una comune impostazione ideologica di fondo, per lo meno in ambito economico. Ed anche in Europa del Sud si affermarono nuovi movimenti sociali che animarono le proteste anti-austerità e che ben poco avevano a che vedere con le strutture di rappresentanza del mondo del lavoro, le quali rimanevano relativamente integrate nei sistemi esistenti ed al tempo stesso poco capaci di rappresentare settori sociali crescenti (ed esclusi).

La prima parte del volume mette precisamente l’accento su questa serie di similitudini fra i due contesti. Soprattutto, si mette in luce come particolari combinazioni di fattori (diverse caratteristiche delle proteste anti-austerità; diverse capacità di adattamento al contesto post-crisi da parte di attori politici esistenti) permettano di notare, nella primissima fase di crescita di questi populismi, interessanti paralleli fra singoli paesi analizzati: fra Uruguay e Portogallo; fra Grecia ed Argentina; e, pur con diversi incisi, fra Bolivia e Spagna, o fra Venezuela ed Ecuador, da un lato, e Italia dall’altro. Detto altrimenti, seguendo lo schema proposto nel volume, ogni caso specifico mediterraneo ha avuto una sorta di “precedente” in America Latina.

Come si è svolta la parabola dei movimenti politici “populisti” in America Latina negli ultimi due decenni?
Ovviamente esistono specificità nazionali da tenere in considerazione. I populismi argentino e – soprattutto – boliviano hanno in buona parte proceduto a garantire l’accesso alle istituzioni a nuovi attori sociali. Hanno ottenuto questo risultato attraverso la creazione di un sistema politico che si può definire “corporativo-clientelare”: corporativo, perché fondato sulla negoziazione fra attori sociali, e fra questi e lo Stato; clientelare, perché il consenso è stato rinnovato anche attraverso distribuzioni particolari – per mezzo di intermediari politici – di risorse pubbliche a favore di cittadini e piccole organizzazioni di carattere locale/territoriale. Maggiore il livello di organizzazione e di autonomia raggiunti dai movimenti sociali nell’epoca delle grandi proteste anti-neoliberali, maggiore l’accento sarà caduto sulla componente “corporativa”, come nel caso boliviano. Viceversa, a prevalere sarà stata la componente “clientelare”, come nel caso argentino. Nel caso venezuelano, ove i “movimenti sociali” anti-austerità furono molto deboli dal punto di vista organizzativo, fu lo stesso governo chavista a fomentare forme di organizzazione popolare, gestendole poi attraverso ciò che Goldfrank ha appunto definito “clientelismo partecipativo”.

L’uso di termini come “corporativismo” e “clientelismo” potrebbe apparire, specie ad un lettore italiano, in qualche modo dispregiativo. In realtà si tratta di meccanismi di riproduzione del consenso piuttosto tipici in società frammentate, altamente diseguali, e con ridotta capacità della macchina statale. Trattasi di meccanismi che hanno comunque condotto ad un relativo empowerment dei settori popolari, e che hanno sostenuto processi di inclusione politica e sociale di enorme portata storica – pur con diverse contraddizioni, ed affidandosi ad un modello economico di stampo estrattivista anziché trasformare in profondità il sistema economico esistente.

In ogni caso, questi stessi meccanismi hanno condotto ad una graduale “ossificazione” dei populismi al potere, nonché un progressivo consolidamento di un fronte di opposizione composto non solo dalle destre, ma anche da quegli attori sociali relativamente esclusi dalla distribuzione di risorse. Sia in Bolivia sia in Argentina abbiamo assistito ad una fase di crisi dei populismi al potere, sostituiti – temporaneamente, e per lo meno nel caso boliviano con mezzi decisamente poco democratici – da coalizioni “restauratrici” che però hanno dovuto nuovamente lasciare il governo ai loro predecessori.

Quali sono le cause che hanno portato diversi tipi di “populismo anti-neoliberale” al loro successo elettorale?
Esistono diverse cause, che possono essere sussunte in due categorie: potremmo chiamarle “domanda” ed “offerta”. È aumentata la “domanda di populismo”, in primis. La Grande Recessione ha colpito alcuni settori più di altri, alcune fasce sociali più di altre, alcune generazioni più di altre. Si è assistito inoltre ad un aumento generalizzato della sfiducia verso le istituzioni e i partiti; una sfiducia comunque più intensa fra coloro maggiormente colpiti dalla crisi, o che hanno perso fiducia in quelle promesse disattese di crescita e sviluppo. Molti cittadini, soprattutto, in una prima fase, piuttosto giovani, non si sono visti rappresentati da partiti che proponevano ricette simili e che avevano perso gran parte del radicamento in società, sia diretto, sia indiretto – penso, di nuovo, ma non solo, ai sindacati. Persino le vecchie formule clientelistiche hanno cominciato a fare acqua, a causa dei tagli alle risorse pubbliche, e sono diventate un boomerang, in termini di legittimità, per chi ne faceva largo uso – i casi del Venezuela negli anni Novanta, ma anche della Grecia, in cui il partito socialista è stato spazzato via dalla scena politica, sono emblematici in tal senso.

Ciò ha portato ad una domanda di cambiamento: e qui entra in gioco l’”offerta di populismo”. Come mai ci si è rivolti ad attori nuovi, dai contenuti ma soprattutto dai toni radicali, piuttosto che ad attori radicali già esistenti? Il punto è che i populismi hanno fatto leva su un discorso che definirei “pluriclassista”, piuttosto che “interclassista”: hanno provato a cementare un discorso vòlto a costruire un “popolo” composto da settori tendenzialmente sprovvisti delle protezioni welfaristiche esistenti. Hanno inoltre portato avanti, come detto, un discorso incentrato sulla “sovranità”, sul recupero del diritto a decidere: un discorso partecipativo e mobilitante che ha motivato molti elettori e che soprattutto ha chiaramente indicato un nemico, o una serie di nemici, in modo efficace; un discorso inoltre sufficientemente vago da poter ammiccare ad una pluralità di domande. Infine, da un punto di vista organizzativo, questi populismi hanno adottato strutture al tempo stesso estremamente accentrate al vertice, ma decentrate alla base: e queste strutture di base hanno saputo appropriarsi di numerose istanze di tipo particolaristico che non trovavano soddisfazione.

Quali prospettive, a Suo avviso, per il futuro del partito oggi guidato da Giuseppe Conte?
Il Movimento 5 Stelle sta pagando tutte quelle caratteristiche che un tempo rappresentavano punti di forza e che si sono trasformati in punti di debolezza. Ciò vale sicuramente per la retorica anti-establishment, o per l’alterità sbandierata per anni e caduta in disgrazia una volta deciso di intraprendere la strada delle alleanze, prima al governo e poi a livello locale. Penso però che porre esclusiva attenzione su questi aspetti, pur reali, sia relativamente superficiale. Personalmente credo che la principale debolezza del partito vada ricercata nell’aspetto organizzativo.

Si è spesso sostenuto, sui giornali ma anche in riviste e volumi specializzati, che la struttura organizzativa, fondata sul principio della “democrazia diretta”, e al tempo stesso – e conseguentemente – sul progressivo depotenziamento delle strutture territoriali (i MeetUp) fosse vòlta a garantire un appoggio plebiscitario al fondatore-leader. Ciò in effetti è stato senz’altro vero, specie negli anni in cui il M5S rimase all’opposizione. In realtà però c’è stata almeno un’altra conseguenza, in parte non voluta: il M5S, privo di una reale base sul territorio, si è trasformato in poco più di un gruppo parlamentare, che è diventato il vero, unico contrappeso al potere dei fondatori. Casaleggio è stato liquidato; Grillo ha potuto mantenere un ruolo di primissimo piano, in parte anche perché ha sempre deciso di intervenire solo in determinati momenti anziché esporsi quotidianamente, come accade invece per gli “eletti” – cioè coloro che ricoprono cariche pubbliche. Rimane il fatto che questi “eletti” hanno ovviamente ottenuto visibilità, posizioni, potere. Sono aspetti, giova ribadirlo, piuttosto ovvi, ma che hanno gradualmente allontanato il M5S da quelle descrizioni che ne facevano una sorta di “Grande Fratello” teleguidato da Genova o Milano. Nel volume indico diversi passaggi che hanno causato, o ratificato, questo parziale passaggio di potere: il tutto all’interno di un partito fondato su disciplina ed unanimismo (di facciata) legittimati da forme di “democrazia diretta” chiaramente plebiscitarie ed, in ultima istanza, meramente ratificatorie.

Così come l’”elite parlamentare” è sfuggita di mano ai fondatori, anche la figura di Giuseppe Conte è finita per sfuggire di mano a quell’”elite parlamentare” che contribuì a consolidarne la figura. Il discorso e lo stesso personaggio di Giuseppe Conte, come scrivo nel libro, non è necessariamente in contrasto con il discorso storico del M5S, e ne è in parte una naturale evoluzione – con alcuni interessanti aspetti di discontinuità, in primis una certa auspicata apertura nei confronti dell’associazionismo e del mondo degli interessi organizzati. Ciò che rappresenta una chiara rottura è invece il fatto che si tratta di una figura con un capitale politico proprio, per cui significativamente più forte se confrontato agli altri “capi politici” che lo hanno preceduto. Se Grillo ha optato per la scelta di consegnargli il suo ruolo attuale, significa che il fondatore ha percepito che tale scelta rappresentasse una sorta di extrema ratio per ravvivare le sorti di un partito in grave crisi di identità.

Il compito di Conte è comunque molto complicato, perché si trova a dover mettere le mani su un partito con una base ridotta numericamente, molto settaria, e con una dirigenza di partito cresciuta politicamente nel “M5S 1.0” nonché frammentata in un coacervo di fazioni (chiamarle “correnti” sarebbe eccessivo e quindi fuorviante) e tuttora con notevole potere, formale ed informale, all’interno dell’organizzazione. D’altra parte, personalmente ritengo che per Conte questa era l’unica possibilità per mantenere protagonismo politico – costruire un nuovo partito sarebbe stato ancor più difficile: si sarebbe scontrato con lo stesso M5S, e sarebbe stato costretto ad un lavoro organizzativo ancor più gravoso.

A mio modesto parere, la chiave del successo (o meno) della “rifondazione di Conte” starà nella capacità di rilanciare la presenza del M5S sul territorio, e quindi nella capacità di attrarre (molti) nuovi militanti che permettano di ridurre certo settarismo (una sorta di “splendido isolamento” rispetto al mondo del pluralismo associativo) ed al tempo stesso si sentano legati alla sua figura ed a questo “M5S di Conte”. Sempre a mio modesto parere, trattasi di un’impresa proibitiva.

Esistono altre considerazioni da fare, relative ad esempio a ciò che potrebbe comportare una possibile nuova legge elettorale proporzionale – che potrebbe garantire al M5S maggiore libertà di manovra, per lo meno a livello nazionale, e salvaguardarne un’identità “altra”, soprattutto rispetto al centrosinistra. Ritengo però che, anche ai tempi della “politica social”, o “del Web”, la chiave vada comunque ricercata nella capacità (o meno) di organizzazione e di radicamento. Come anche l’esperienza di Podemos in parte insegna, questi passaggi possono essere bypassati nel breve termine, magari anche nel medio, ma nel lungo periodo certe scelte si pagano.

Enrico Padoan ha conseguito il Dottorato di ricerca presso la Pontificia Università Cattolica del Cile nel 2018 ed è assegnista di ricerca in Scienze politiche presso la Scuola Normale Superiore di Firenze. Tra le sue pubblicazioni: Anti-Neoliberal Populisms in Comparative Perspective (2020) e, con Anita Perricone, Cile in rivolta (2020). Suoi lavori sono apparsi in diverse riviste scientifiche nazionali e internazionali: “Politics”, “The International Spectator”, “Revista Española de Sociología”, “Revista Iberoamericana”, “Partecipazione e Conflitto”, “Quaderni di Scienza Politica”.

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