Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra, Alessandro Dal LagoProf. Alessandro Dal Lago, Lei è autore del libro Populismo digitale. La crisi, la rete e la nuova destra edito da Raffaello Cortina: cos’è il populismo digitale?
Nel mio libro l’ho definito come l’appello al popolo che viene propagato in rete. Ma vorrei notare come la rete sia al tempo stesso il mezzo e l’obiettivo dell’appello. Casaleggio e Grillo a suo tempo, si sono dichiarati a favore del referendum (in rete) senza quorum, che quindi è appannaggio di un numero limitato di utenti di Internet che votano online. Quindi, l’attivista finisce per rappresentare una élite che decide per tutti. La presunta democrazia in rete diventa un privilegio degli utenti. È grazie a questo meccanismo che personaggi sconosciuti come Di Maio e Raggi sono stati selezionati per posti di grande responsabilità o come parlamentari, pur essendo stati votati da alcune centinaia di iscritti al M5S. Naturalmente, come ho cercato di mostrare nel libro, il populismo digitale o elettronico si alimenta di classici temi del populismo storico (per es. il poujadismo in Francia, il peronismo in Argentina e così via), e cioè il supposto superamento delle ideologie politiche, la polemica contro le caste, l’odio per gli stranieri, il nazionalismo delle piccole patrie e così via. Ma è l’adozione della rete come nuova dimensione sociale che caratterizza oggi il populismo digitale.

In che modo il web ha cambiato le prospettive politiche?
Direi, sostituendo l’opinione pubblica con l’opinione digitale. Mi spiego: l’opinione pubblica è sempre stata, nel mondo moderno, un prodotto dei media. Nell’Ottocento, si trattava delle migliaia di lettori dei quotidiani come il “Times”. Nel Novecento il numero dei lettori saliva a diverse centinaia di migliaia, se non a milioni. I media si rivolgevano a questo pubblico “pilotandolo”, come si suol dire. E ovviamente, radio e soprattutto televisione influivano sull’orientamento politico di un gran numero di possibili elettori. Con la rete, questa influenza è divenuta (apparentemente) interattiva, soprattutto nell’era dei social come Twitter o Facebook, cioè con il cosiddetto web 2.0. Trump, per fare un esempio, ha una media di 22 milioni di seguaci su Twitter, che usa come principale strumento di comunicazione, mentre disdegna la stampa e non ama la tv. In media, Trump produce circa 10 tweet al giorno. Chiunque, in teoria, può rispondergli retweettando, e questo dà l’illusione che Trump si rivolga proprio a te, cittadino di Waco, Texas o East Lansing, Michigan (cito due tipiche località dell’America profonda che probabilmente ha votato compatta per Trump). Si deve tener conto che oggi un quotidiano come il “New York Times” vende meno di un milione di copie al giorno, e questo dà un’idea della sua scarsa influenza, se paragonata a quella di Twitter o di Facebook (il cui pubblico potenziale è circa di un miliardo di persone al mondo, ovvero poco meno di un sento dell’umanità). Con il “sacro blog”, Casaleggio e Grillo (il primo, soprattutto) hanno compreso e saputo sfruttare questo cambiamento epocale.

Chi e come tra i movimenti politici ha dimostrato di trarre maggiormente vantaggio dalle opportunità offerte dai nuovi media?
Beh, mi sembra di aver già risposto: Trump negli Usa e Grillo-Casaleggio in Europa. Ma è in generale la destra, soprattutto quella estrema o alternativa (la Alt-Right), che è capace di usare in modo spregiudicato Internet, combinando slogan, scrittura e video. La ragione, probabilmente, è che non avendo, almeno inizialmente, una base sociale consistente, questi personaggi o movimenti sono diventati più capaci di produrre sensazione, scandalo e così via. Uno slogan come “Via i rom!” o “Clandestini fuori!” è immediatamente comprensibile, diversamente da, che so, “Difendiamo i diritti dei lavoratori” o “Solidarietà con i poveri migranti”. Non è un caso che dietro Trump ci sia o ci sia stato un estremista di destra come Steve Bannon, che gestiva il sito suprematista e filo KKK Breitbart, mentre dietro Grillo c’è una società di consulenza aziendale, piccola ma spregiudicata e capace di produrre slogan, come la Casaleggio & Associati.

Quali sono le conseguenze per la nostra società del populismo digitale?
Il populismo in versione digitale si rivolge a un pubblico tendenzialmente “idiota”. Non insulto nessuno, non voglio essere frainteso e cerco di spiegarmi. Se la rete diventa il principale ambiente sociale, la porta di acceso al mondo, trasmetterà con le sue regole (spesso sconosciute agli utenti) le sue visioni privilegiate del mondo. Quanti utenti hanno un’idea degli algoritmi che governano l’accesso delle notizie in rete? Quanti sanno come operano i webmaster? Ma il punto è che un utente di Internet si collega con il mondo stando a casa propria, al limite senza mai uscire di casa, oppure compulsando il cellulare (soprattutto in Italia). In questo senso parlo di “idioti”, gente cioè che non esce dal “proprio” mondo – idiota deriva dal greco idiotes, che significava qualcuno che non ha cariche pubbliche ma vive esclusivamente come privato. Pensiamo a quegli abitanti di un paesino del ferrarese che hanno fato le barricate contro l’arrivo di dieci donne e bambini profughi. La loro ignoranza della realtà li faceva diventare disumani, mentre chiunque avrebbe detto che sono ottime persone. Ma questo è precisamente un effetto della prevalenza dell’informazione in rete. Grillo sa benissimo a chi si rivolge quando fomenta la paura degli stranieri… Paradossalmente (ma neanche tanto), i nuovi media super-globali favoriscono l’idiotismo che ci manifesta nella difesa della propria supposta cultura (la Padania, la regione, il paesino, il quartiere, la famiglia, il bar sotto casa…).

Come è possibile difendersi dai tentativi di manipolazione veicolati tramite i nuovi media?
Beh, utilizzando i nuovi media per quello che sono, cioè veicoli e non idoli dell’informazione. Informandosi con il ricorso agli altri media, paragonando le notizie e il modo in cui sono presentate, cercando di leggere altre lingue, magari anche dando un’occhiata ai libri e non solo frequentando i blog… Avendo più fiducia in se stessi e non affidandosi all’imbonitore di turno. Ma qui dovrebbe intervenire la scuola, che dovrebbe avere il compito di coltivare l’indipendenza di giudizio. Invece, ho l’impressione che l’invadenza della cultura digitale fin dalla prima età renda impossibile questo compito. Lo stesso avviene con l’università, divenuta terreno di caccia degli algoritmi e del Web, delle statistiche e della burocrazia online…