Pompeo. Conquistatore del mondo, difensore della ‘res publica’, eroe tragico, Luca FezziProf. Luca Fezzi, Lei è autore della biografia di Pompeo. Conquistatore del mondo, difensore della ‘res publica’, eroe tragico, edita da Salerno: quale importanza riveste per la storia romana la figura di Pompeo?
Un’importanza a mio avviso straordinaria e spesso sottovalutata.
Ragionando da un punto di vista ‘geopolitico’, si tratta di un personaggio che nel giro di pochi anni pacificò la Spagna ancora in rivolta, liberò l’intero Mediterraneo dalla piaga dei pirati, sconfisse definitivamente Mitridate VI del Ponto e ridisegnò completamente l’oriente romano, conquistando anche la Siria e Gerusalemme; grazie sue alle nuove acquisizioni territoriali le entrate fiscali di Roma aumentarono di ben un terzo.

Per quanto riguarda la politica interna, non fu meno decisivo. Nel 70 a.C., infatti, traghettò definitivamente la res publica fuori dall’esperienza del regime sillano; riuscì a farlo in maniera assolutamente non traumatica, dissociandosi dalla fazione – ormai in crisi – alla quale egli stesso apparteneva. 10 anni dopo, invece, diede vita al cosiddetto ‘primo triumvirato’, l’alleanza privata con Cesare e Crasso che avrebbe condotto al collasso della res publica.

Come si è svolta la parabola politico-militare di Pompeo Magno?
Con un’ascesa rapidissima e una discesa ancora più veloce, ciò che ha sempre colpito sia i contemporanei sia la storiografia.

La prima fu dovuta alla sua decisione – assolutamente illegale – di arruolare tre legioni e di porsi al fianco di Lucio Cornelio Silla nel corso della sua invasione dell’Italia, negli anni 83-82 a.C. Pompeo aveva allora soli 23 anni. Naturalmente aveva alle spalle i veterani del padre, già console e conquistatore di Ascoli nella tremenda guerra ‘sociale’, che aveva contrapposto romani e alleati italici che richiedevano – dopo avere contribuito con uomini e denaro, per decenni, alle guerre esterne – il riconoscimento della cittadinanza. Il dittatore Silla gli diede fiducia, e la sua successiva impresa fu quella di pacificare Sicilia e Africa, ottenendo il massimo riconoscimento militare: il trionfo.

Da allora, le sue imprese spedizioni furono quasi ininterrotte: contro il console ribelle Lepido, contro Sertorio – che aveva fatto sollevare la Spagna contro il regime sillano – e contro gli ultimi schiavi ribelli di Spartaco, già sconfitto da Crasso. A ciò seguì il consolato – la massima carica di Roma, cui non aveva diritto perché troppo giovane e neppure senatore – e una serie di altre guerre vittoriose: quella contro i pirati e quella contro Mitridate VI.

Dopo la risistemazione dell’oriente romano, avvenuta nel 62 a.C., si diede alla politica, che non amava – anche perché invidiato da troppi –, e costituì, con Cesare e Crasso, il cosiddetto ‘primo triumvirato’. Si trattò di un accordo politico inedito, del quale egli non era forse artefice ma di certo il personaggio più rilevante; esso congelò l’intero panorama repubblicano, per sfociare in tragedia. Dopo la morte di Giulia – sua moglie e figlia di Cesare – e di Crasso, egli si trovò di fronte all’ex suocero, recente conquistatore delle Gallie, ed ebbe dal senato mandato di contenerlo, per difendere ancora una volta la res publica… ma non ebbe fortuna, anche perché era meno attento agli umori del popolo di quanto lo fosse invece Cesare.

Dopo che costui varcò il Rubicone con una sola legione (o forse anche mezza), Pompeo il 17 gennaio 49 a.C. diede ordine ai senatori di abbandonare Roma e di convergere verso il sud, per raccogliere uomini da contrapporre all’avversario. Si trattò di una mossa tattica di certo sensata, ma il messaggio politico fu devastante. Colui che aveva abbandonato l’Urbe avrebbe avuto interesse a difendere le altre città dell’Italia? Il dubbio creò il panico, e i centri della Penisola passarono a uno a uno dalla parte di Cesare. A quel punto, Pompeo e i senatori si trasferirono in Grecia; la strategia, ancora una volta sensata, era quella di creare una tenaglia nei confronti dell’Italia, occupata da Cesare. Costui fu tuttavia più veloce: conquistò subito la Spagna e passò, già nell’inverno del 49/48, nei Balcani. Nonostante l’effetto-sorpresa, Pompeo mantenne sempre un certo vantaggio, ma giocò il tutto per tutto a Farsaglia (il 9 agosto 48 a.C.). Egli in realtà non credeva nella necessità di uno scontro finale – Cesare avrebbe potuto essere annientato attraverso un semplice blocco dei rifornimenti –, ma ciò era quanto senatori e alleati chiedevano a gran voce. Alla sconfitta seguì una fuga vergognosa; Pompeo morì infine nel lontano Egitto, assassinato a tradimento dagli emissari di un re, il giovane Tolomeo XIII, il cui padre egli stesso aveva posto sul trono.

Nuovo Alessandro, trionfatore su tre continenti, ‘triumviro’ e infine inefficace difensore della res publica contro l’ex alleato Giulio Cesare: chi era, veramente, Pompeo?
Un mistero. A dirlo erano già i suoi contemporanei, come Cicerone, e tutta la storiografia antica. Uomo riservato oltre ogni eccesso, non dava mai a vedere ciò che volesse realmente, e proprio questo rende tanto difficile affrontare la sua figura. Si aggiunga che, a differenza di Cesare, non ci ha lasciato scritti che siano in grado di farci comprendere appieno le sue idee politiche, che possiamo delineare per induzione, ma sempre correndo grossi rischi. Era un personaggio che non voleva essere secondo a nessuno, ma per il quale era fondamentale un potere che gli giungesse attraverso il consenso universale. Non ordì mai, neppure quando gli sarebbe stato facile, ‘colpi di stato’: riponeva una fiducia infinita nella propria superiorità, e pretendeva che tutti la riconoscessero.

A cosa fu dovuta la sua ripida ascesa politica?
All’alleanza con Silla. Fu il dittatore a fare la sua fortuna, certo meritata sul campo, ma impensabile senza la fiducia dello stesso. Si trattò di un’ascesa militare, resa possibile anche dall’estrema fedeltà dei suoi uomini. Nel 71 a.C. si temeva che egli, dopo avere vinto Sertorio in Spagna e sconfitto i resti dell’armata di Spartaco, volesse prendere Roma con la forza. Era anche, all’epoca, molto popolare, e per tale ragione il senato, in quel delicatissimo frangente, gli permise di candidarsi al consolato (sebbene fosse troppo giovane, non fosse mai stato eletto a una magistratura maggiore e non fosse neppure senatore).

Pompeo è l’unico tra i romani ad essere ricordato col titolo di ‘Magno’: quando e in che modo lo ricevette?
Fu Silla a chiamarlo così. Lo fece dopo la vittoria di Pompeo in Sicilia e in Africa, quando tornò a Roma accompagnato dalle truppe. In realtà si trattò di una grossa prova di forza, perché i soldati avevano ricevuto l’ordine di separarsi dal loro comandante quando erano ancora in Africa. Non vollero farlo, non sappiamo fino a che punto spontaneamente, e minacciarono una ribellione, così come già avevano fatto i soldati del padre, nel lontano 88 a.C. Pompeo tornò quindi a Roma con loro e Silla lo chiamò con il titolo di ‘Magno’, forse già volato di bocca in bocca tra le truppe. Ma neppure questo gli bastò: volle anche il trionfo e, dopo un ulteriore braccio di ferro, riuscì a ottenerlo. L’appellativo di ‘Magno’ lo avvicinò naturalmente ad Alessandro, accostamento che le fonti ci dicono fosse cercato visibilmente dall’interessato, anche nell’aspetto.

Quale tragico destino segnò la fine di Pompeo?
Fece una serie di errori di calcolo, e infine fu vittima di un tradimento.

Agli inizi del 48 a.C., anche se ritiratosi in Grecia, Pompeo era militarmente più forte di Cesare. Non aveva uomini abili e decisi come potevano esserlo i veterani della guerra gallica, certo, ma ne aveva molti di più e poteva contare, soprattutto, su un’enorme flotta. In una guerra di quel tipo la logistica era fondamentale, bisogna tenerlo presente. Si lasciò invece spingere da quei senatori che – meno esperti di lui – volevano porre fine alla vicenda al più presto possibile, e che addirittura lo accusavano di tirare le cose in lungo per poter continuare a comandare su tutti gli altri. Quella di combattere l’ultimo scontro fu una scelta politica: a spingerlo fu lo scontento maturato nel suo campo. Cesare, al contrario, non doveva rendere conto a nessuno e, per tale ragione, era in grado di usare maggiore freddezza.

Alla sconfitta seguì una fuga, vergognosa, e la richiesta di asilo presso il re Tolomeo XIII di Egitto. Non sappiamo in realtà quale ruolo quest’ultimo abbia giocato: era molto giovane e per lui decidevano i consiglieri. La risoluzione presa a corte fu quella di uccidere Pompeo, per consegnarne la testa in trofeo a Cesare. Molto c’era da temere da parte di quest’ultimo, ma non meno da parte di un ospite ‘scomodo’ che, se fosse riuscito a ribaltare in positivo la propria sorte, avrebbe potuto impadronirsi dell’Egitto. E così, quando Pompeo giunse con le navi al largo di Pelusium, alla bocca orientale del Nilo, e richiese un colloquio con il sovrano, gli mandarono incontro una barca, dicendogli che il fondo era troppo sabbioso perché i grandi scafi potessero avvicinarsi a terra. Egli trasbordò, ma fu ucciso a tradimento e decapitato prima di poter toccare terra.

Quali riflessioni ha suscitato Pompeo nella storiografia antica e nella critica moderna?
Molti sono gli aspetti della vita di Pompeo che hanno suscitato interesse, al di là dei due più importanti, vale a dire la sua straordinaria parabola e la sua indegna fine.

Naturalmente, a pesare sulla sua immagine è stata quella, ancora più ingombrante, di Cesare. I giudizi oscillano, a seconda delle ‘simpatie’, ma si tende in genere a considerare in positivo la fase iniziale della carriera di Pompeo, per concentrare le critiche verso la fine della stessa, a causa dell’alleanza con Cesare, dell’incapacità nel difendere res publica o, al contrario, della mancata comprensione dell’inevitabile destino della stessa. Per quanto riguarda quest’ultima considerazione ha molto pesato, ancora una volta, il giudizio del filosofo Hegel: “vediamo in Pompeo e Cesare i due punti luminosi di Roma fronteggiarsi l’un l’altro: da una parte Pompeo con il senato, dunque in apparenza il difensore della repubblica, dall’altra Cesare con le sue legioni e la superiorità del genio. Questa lotta fra le due individualità più potenti non poteva decidersi a Roma nel Foro. Cesare s’impadronì, l’una dopo l’altra, dell’Italia, della Spagna, della Grecia, sbaragliò il suo nemico a Farsalo nel 48 a.C., si assicurò l’Asia e ritornò vincitore a Roma. Il dominio mondiale romano toccò così in sorte a uno solo. Questo importante mutamento non è da vedersi come qualcosa di casuale, bensì era necessario e condizionato dalle circostanze. La costituzione democratica non poteva più conservarsi a Roma, ma poteva essere mantenuta solo in apparenza”.

Non dimentichiamo però che Cesare, ormai bloccato nella piana di Farsalo, avrebbe potuto anche soccombere. In effetti la critica, negli ultimi due secoli, è andata sempre più smussando i giudizi. Si è passati infatti da quello di cattivo politico e comandante a quello di sincero difensore del senato, di grande precursore di Augusto, valorizzandone la lungimirante riorganizzazione delle conquiste romane, non solo in oriente. Collegate a tale tendenza sono anche le riflessioni sulla ritirata avvenuta agli inizi del 49 a.C., e attribuita dapprima a imperizia e panico, poi alla mera necessità, poi a un calcolo politico (per mantenere il controllo sul senato), o addirittura strategico (sfruttare la supremazia marittima, magari per effettuare un blocco navale sulla Penisola italica, progetto sulla cui esistenza io resto tuttavia scettico).

In realtà i chiaroscuri non mancano neppure nelle fasi iniziali della straordinaria esistenza di Pompeo, come spero di essere riuscito a illustrare nel volume.

Luca Fezzi, professore associato di Storia romana presso l’Università degli Studi di Padova, è autore di: Falsificazione di documenti pubblici nella Roma tardorepubblicana (133-31 a.C.), Le Monnier 2003; Il tribuno Clodio, Laterza 2008; Il rimpianto di Roma. Res publica, libertà ‘neoromane’ e Benjamin Constant, agli inizi del terzo millennio, Le Monnier 2012; Catilina. La guerra dentro Roma, EdiSES 2013; Modelli politici di Roma antica, Carocci 2015; Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone, Laterza 2016; Il dado è tratto. Cesare e la resa di Roma, Laterza 2017.