Politiche integrate di sicurezza. Tutela delle vittime e gestione dei beni confiscati in Campania, Vittorio MartoneProf. Vittorio Martone, Lei ha curato l’edizione del libro Politiche integrate di sicurezza. Tutela delle vittime e gestione dei beni confiscati in Campania, pubblicato da Carocci: in che modo le politiche integrate di sicurezza urbana costituiscono una leva fondamentale per il governo del territorio e per rimuovere i fattori di marginalità ed esclusione nei contesti in cui prolificano fenomeni criminali?
In questo volume ci si concentra sulla tutela delle vittime innocenti di criminalità e dei loro familiari e sul riuso dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, osservandoli come due strumenti fondamentali delle politiche integrate di sicurezza. A partire dalla fine degli anni Novanta la cosiddetta “sicurezza urbana”, intesa in accezione più ampia di “città” e con riferimento alla scala territoriale, ha registrato un ampio processo di riforma che ha dato maggiore spazio di azione ai governi locali. In particolare, i Comuni e le Regioni contribuiscono all’elaborazione di politiche per la sicurezza intesa come “bene pubblico”, ovvero obiettivo non solo giuridico o penale, ma anche politico. Come è noto, questo approccio ha risultati ambivalenti. Da un lato, può ispirare interventi sui contesti in cui prolificano i fenomeni criminali, agendo tanto sulla componente fisica (riqualificazione degli spazi, politiche abitative ed ecologiche), quanto sulla componente sociale (programmi di sviluppo locale multidimensionale, culturale, sociale, economico). Dall’altro lato, può originare inevitabili storture e, se assecondata da ondate allarmistiche o ispirata da declinazioni di “vivibilità” e di “decoro” di tipo securitario e disciplinare, la “sicurezza urbana” origina anche provvedimenti palesemente discriminatori e fortemente limitativi delle libertà personali. Consci di tale ambivalenza, in questo volume ci siamo soffermati sulla declinazione multidimensionale della sicurezza come benessere collettivo poiché incoraggia un approccio situazionale, spostando il fuoco dalla mera repressione dei fenomeni criminali ai contesti in cui essi si generano e si diffondono. Questo stimolo, nelle aree del Sud a tradizionale presenza mafiosa, così come in quelle del Centro-nord di più recente insediamento, si misura con il contrasto alle organizzazioni criminali. Qui per anni ha prevalso una tensione repressiva, basata sull’aggressione penale e sulla militarizzazione dei territori anche attraverso le decretazioni d’urgenza, specie nelle fasi critiche o di attenzione mediatica. Ciò è stato efficace per fermare l’ala militare dei clan o le loro più immediate adiacenze, ma ha spesso trascurato i contesti sociali in cui risiede il loro radicamento. In altre parole, questa visione ha depoliticizzato l’azione di contrasto, costringendola nelle maglie della giustizia penale ed escludendo la sfera – appunto – ‘politica’ del governo locale. In tal senso il dibattito sulle politiche integrate di sicurezza urbana che, come detto, implica cooperazione interistituzionale e un approccio situazionale rivolto ai contesti, amplia il contrasto alle mafie proprio perché sposta il fuoco sulla rimozione dei fattori di marginalità ed esclusione sociale nei contesi dove si radicano.

Quale dimensione assume il patrimonio confiscato alle mafie nel nostro Paese?
La consistenza delle confische alla criminalità organizzata ha raggiunto misure notevoli. Al 31 dicembre 2019 risultano quasi 210 mila beni interessati da procedimenti di prevenzione, di cui più di 95 mila effettivamente sottratti per sequestro o confisca. Quando abbiamo concluso la ricerca questo dato sullo stock della Banca dati Centrale era aggiornato al 31 dicembre 2017 e i beni interessati erano circa 178 mila. Richiamo questa differenza per sottolineare quanto siano dinamiche le dimensioni e le ricchezze che coinvolgono questo ambito di policy, che nel tempo è divenuto di interesse nazionale. Pur coinvolgendo prevalentemente le aree di tradizionale insediamento mafioso, ormai più di un quarto del totale delle misure di prevenzione coinvolge le regioni del centro e del nord Italia. La composizione del patrimonio rileva poi una varietà di tipologie connotate da peculiari potenzialità di compensazione, qui intesa come risarcimento del danno (denaro liquido e altri beni mobili) o riutilizzo ai fini istituzionali e sociali (per le aziende, i beni mobili registrati e soprattutto gli immobili). Proprio gli immobili rappresentano la quota maggiore (sono quasi la metà), e su questa tipologia ci concentriamo nel volume poiché gli immobili e i terreni sono sede privilegiata per l’avvio di progetti di riutilizzo. In 8 casi su 10 sono destinati agli enti locali (specialmente i Comuni) e riutilizzati a scopi istituzionali, sociali o produttivi. Nella ricerca condotta in Campania abbiamo mappato 126 esperienze di riuso: attività prevalentemente rivolte al contrasto al disagio sociale che integrano l’offerta di servizi di welfare territoriale. Ci sono poi casi di imprenditoria innovativa nell’economia civile: su 126 progetti, in 40 sono portati avanti da imprese sociali, 22 delle quali attive sui terreni dell’entroterra dove, nella macrocategoria agricoltura, comprendono attività di produzione agroalimentare, fattorie didattiche, orti sociali, agriturismi.

Quale importanza hanno, nell’ambito di un intervento multidimensionale, la tutela delle vittime innocenti e il riuso dei patrimoni confiscati?
Questi due strumenti sono importanti perché incarnano il cambiamento di prospettiva di cui dicevo in apertura, ispirando interventi di prevenzione più attenti al contesto di radicamento mafioso che non ai mafiosi stessi, concentrati più sulle conseguenze dei crimini e sulle vittime che non sui crimini stessi, attenti più alla restituzione alla collettività dei beni illecitamente accumulati che non alla sola aggressione patrimoniale. Per richiamare l’approccio adottato nel volume, abbiamo guardato a questi strumenti come una leva dell’azione pubblica in cui avviare processi di ricostruzione della territorialità sul piano politico, sociale, economico ed ecologico. Sul piano politico, restituire ai territori una porzione di competenza sul fronte della tutela delle vittime e del riuso dei beni confiscati contribuisce a ridefinire l’azione pubblica a supporto di forme innovative di organizzazione istituzionale e sociale. Come mostriamo nei capitoli del volume, esperienze di aggregazione intercomunale, dispositivi per il coinvolgimento delle reti dei familiari delle vittime, strumenti di concertazione e di partenariato tra soggetti pubblici, privati e del terzo settore per il riuso dei beni confiscati, hanno spesso migliorato il coordinamento degli interessi nella società locale e l’elaborazione più corale di politiche urbane e territoriali. Esperienze che hanno talvolta contribuito a rilegittimare la fiducia nelle istituzioni del governo locale proprio laddove l’incapacità di regolare la vita civile, pubblica e sociale avevano offerto terreno fertile al radicamento camorristico. La memoria delle vittime e la valorizzazione dei patrimoni confiscati hanno poi implicazioni sui territori intesi come spazio di relazione. La conservazione della memoria delle vittime innocenti attraverso monumenti, sedi istituzionali che ne portano il nome, toponomastica e arredo urbano permettono un’elaborazione collettiva del lutto, cui si accompagna la ricostruzione dei punti di riferimento spaziale: in questo senso i memoriali diventano luoghi coincidenti con un sistema di rapporti sociali e di rituali legati non a una mera localizzazione fisica, bensì a una memoria collettiva. E la stessa imponenza dei beni confiscati, se restituiti al territorio, può rispondere a una medesima ricostruzione della territorialità: i beni riutilizzati sono fortezze sociali che cristallizzano resistenze attive nella società locale e che nel tempo possono divenire punti di riferimento. Ma il riutilizzo dei patrimoni ha anche cruciali implicazioni sulle economie territoriali. Come detto, le centinaia di esperienze locali di recupero e restituzione alla collettività di immobili, terreni agricoli e/o edificabili, fabbricati, opifici, condomini e altre costruzioni analizzate in Campania sono risorse un’imprenditoria innovativa che, da un lato, intacca i circuiti relazionali che sono alla base delle economie criminali e, dall’altro, promuove forme di economia ispirata alla sostenibilità sociale ed ecologica. Nella maggior parte dei casi i patrimoni sottratti sono sottoposti a bonifica, al recupero dei terreni inquinati, alla demolizione di costruzioni abusive o al loro adeguamento agli standard ambientali.

In che modo è possibile ri-valorizzare il riuso dei beni confiscati?
Nel volume facciamo riferimento alla ri-valorizzazione intendendo attività ispirate a nuove metriche del valore coerenti con i principi della pubblica utilità e del benessere collettivo, entrambi necessari per creare contesti resilienti all’economia mafiosa e alle sue dimensioni estrattive e predatorie. In particolare, ci soffermiamo sui terreni riutilizzati nella filiera agroalimentare, situati in aree interne della Campania spesso connotate da fragilità socioeconomiche, ambientali e demografiche. Qui l’economia della confisca ha posto le basi per un processo di riconversione di un territorio a elevata densità mafiosa e sino agli anni Duemila relegato ai margini. I prodotti e i servizi generati veicolano una natura multidimensionale del valore, coniugata lungo due direttrici: una peculiare forma di “tipicità”, che rinvia a valori assiologici come l’equità, l’autoctonia, il biologico (tradizioni agricole locali, processi di lavorazione certificati, manodopera qualificata, colture biologiche); una componente simbolica e sociale del riscatto (esperienze e storie che fanno da retroterra ai prodotti, memoria delle vittime, inclusione di soggetti svantaggiati, legalità nei rapporti di lavoro e sostenibilità sociale ed ecologica). In questo senso possono essere alla base di pratiche di innovazione sociale, di riconnessione dell’economia ai processi sociali di produzione e ricostruzione di una territorialità centrata sulla valorizzazione delle vocazioni produttive, del patrimonio naturale e dell’identità dei luoghi.

Come si sono articolate negli ultimi anni le politiche integrate in Campania e quale ruolo ha avuto la Fondazione Pol.i.s.?
Nel volume l’esperienza della regione Campania è letta attraverso la lente della Fondazione Pol.i.s. Abbiamo sistematizzato e analizzato i risultati operativi dei primi dieci anni di attività della Fondazione, dal 2008 al 2018, ma il quadro delle politiche integrate di sicurezza in Campania è ovviamente più ampio e ben più datato. L’istituzione stessa della Fondazione avviene all’esito di un primo bilancio dei risultati sui nuovi modelli della di sicurezza urbana sperimentati fino a metà degli anni Duemila che avevano evidenziato quanto la domanda di sicurezza trovasse maggiore risposta non tanto in istituzioni vocate alla sorveglianza e alla mera repressione, ma soprattutto in istituzioni prossime ai cittadini. Questa convinzione ha alimentato la scelta dell’integrazione multilivello, ovvero del coinvolgimento – ciascuno per le proprie competenze – delle amministrazioni locali ai vari livelli, degli attori territoriali e della società civile organizzata. La Fondazione nasce per dare continuità ai principi dell’integrazione e per agevolare la governance regionale di questo ambito di policy. Un ente strumentale che sostiene operativamente l’implementazione delle politiche di sicurezza sul fronte della tutela delle vittime innocenti, custodendone la memoria e sostenendone i familiari, e della promozione del riuso dei patrimoni confiscati, facendone presìdi istituzionali, sede di progettualità sociali o risorse per esperienze di economia sociale e civile.

Vittorio Martone è ricercatore in Sociologia dell’ambiente e del territorio nel Dipartimento di Culture, politica e società dell’Università degli Studi di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Le mafie di mezzo. Mercati e reti criminali a Roma e nel Lazio (Donzelli, 2017) e, con M. Massari, Mafia Violence. Political, Symbolic, and Economic Forms of Violence in Camorra Clans (Routledge, 2019).

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