Con Polifema (Edizioni Progetto Cultura, 2024), Gabriella Cinti consegna alle lettrici e ai lettori non un romanzo nel senso canonico del termine ma piuttosto una dissezione del sentimento amoroso, una sua esplorazione minuziosa che si svolge in una dimensione sospesa, mitica, dove ciò che conta non è il realismo degli eventi ma la loro forza simbolica. Se la prefazione di Dalila Curiazi invita a leggere il testo come uno strumento di consapevolezza «per non diventare mai più Polifeme nel terzo millennio» e per imparare a difendersi dai nemici interiori, i più subdoli e difficili da riconoscere, la narrazione stessa si configura come un viaggio dentro le profondità dell’amore e dei suoi inganni.Al centro della vicenda troviamo Marzia e Giorgio, legati da un amore adolescenziale che segna in maniera indelebile le loro vite. Siamo negli anni Settanta, a Lucca, città dove sono nati e cresciuti, e i due si incontrano per la prima volta in un giorno di settembre, durante la celebrazione dell’Esaltazione della Santa Croce. È «il primo vero incontro d’amore per entrambi», scrive l’autrice, un’esperienza che li trasforma in una sorta di Adamo ed Eva del loro Eden giovanile, portando con sé le caratteristiche tipiche dell’amore assoluto, fatto di idealizzazione e di mitizzazione, in cui ritroviamo i comportamenti e atteggiamenti ricorrenti di questo sentimento amoroso: Giorgio che rimane spiazzato quando incrocia una donna vagamente somigliante a Marzia, l’emozione improvvisa che lo coglie al solo sentirne parlare tra gli amici, il timore che il rossore sul volto riveli la tempesta interiore che prova. La loro relazione adolescenziale durerà soltanto tre anni, fino a quando Giorgio, senza dare molte spiegazioni, si allontana. Sarà solo in seguito, a distanza di tempo, che i due si incontreranno di nuovo. In questa evocazione della metà perduta si avverte l’eco del mito platonico dell’androgino, narrato da Aristofane nel Simposio: due esseri che si riconoscono e si cercano come parti di un’unità originaria.
Eppure, Polifema non è il canto nostalgico di un amore perduto. È, piuttosto, la storia di un accecamento. Marzia, infatti, non riesce a riconoscere davvero Giorgio per chi è veramente. Lo mitizza, lo trasfigura, proietta su di lui i suoi bisogni di esaltazione. «Perché il non saper riconoscere la realtà non le aveva concesso, già da allora, di capire l’inconsistenza di lui. Lo aveva mitizzato perché aveva bisogno di esaltazione e non riusciva affatto a glorificare se stessa, anzi piuttosto l’opposto. O forse aveva inventato una storia mitica e aveva collocato loro due come protagonisti, un po’ come le favole che si raccontava da sola da bambina, solo che quella volta era coinvolta in prima persona». Qui si coglie con chiarezza il senso del titolo: Marzia è “Polifema”, figura accecata, incapace di vedere la realtà, ingannata dal velo dell’illusione amorosa.
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Il tema della vista e dell’accecamento percorre l’intero libro. «Una svolta epocale quanto apocalittica al contrario: invece di svelare, come insegna la parola dal greco, le aveva falsificato l’intera esistenza. Accecata sempre, nella gioia come nel dolore». L’amore, anziché rivelare, ha oscurato. L’accecamento di Marzia, però, non riguarda solo la sua vicenda personale: come scrive Riccardo Tavani su Stampacritica, pagina dopo pagina «non si può fare a meno di domandarsi febbrilmente quanto di comune vissuto personale ci sia tra Gabriella Cinti e Marzia Volo. La verità più amaramente superiore, però, è che un ammasso stellare di donne in questo mondo può dire: Marzia c’est moi». È in questo senso che Polifema supera i confini del romanzo intimo e si fa specchio collettivo.
In Polifema il tempo non segue un andamento lineare in quanto la storia amorosa di Marzia e Giorgio viene ricostruita a ritroso attraverso una stratificazione di epoche interiori, sciogliendo lentamente il nodo degli eventi. È lo stile di Gabriella Cinti a creare questa particolare atmosfera: un linguaggio denso, sensuale, ricco di immagini, che insiste sull’etimologia e sul suono delle parole. Il nome stesso di Giorgio diventa «un mantra che degustava attardandosi sul suono della consonante iniziale, quella ‘gi’ gorgogliante, e prolungandolo nella seconda lettera uguale, come un’eco viscerale, per rotolare poi nella ‘erre’ centrale, tenendola in bocca come fosse il nocciolo di una carnosa ciliegia che non si vuole buttar fuori, perché intriso della dolcezza del frutto». Non è semplice abbellimento stilistico: questo insistito lavoro sulla parola è la sostanza stessa del libro, che vuole trasmettere un’esperienza sensoriale e simbolica insieme.
La narrazione non si limita a quella che si potrebbe considerare la dolcezza e la passion travolgente dell’amore idealizzato ma emergono anche le ombre più oscure: lo stupro, il terrore, la devastazione di una relazione che invece di liberare, annulla. Il tema dell’accecamento ritorna allora come incapacità di difendersi, di vedere il pericolo, di riconoscere il volto reale di chi si ha accanto. Giorgio appare come un giovane ingenuo, incapace di coraggio e di reale consapevolezza di sé, mosso più dal dovere che da una conoscenza profonda della propria interiorità.
In questo senso Polifema è un libro che parla tanto alle donne quanto agli uomini. È un avvertimento e insieme una rivelazione: per le donne, a non farsi più accecare dall’illusione di amori che distruggono; per gli uomini, a guardarsi in uno specchio che li costringe a fare i conti con le proprie mancanze, le proprie fragilità, i propri silenzi. Come scrive Dalila Curiazi, l’opera può diventare un testo formativo perché «può illuminare le menti più giovani, in nome di una consapevolezza da acquisire ben presto, per potersi difendere dalle insidie dei sentimenti».
Giorgia Carta
L’Autrice
Gabriella Cinti, nata a Jesi, italianista, grecista, poeta, scrittrice, saggista. Autrice, oltre del romanzo Polifema (Edizioni Progetto Cultura, 2024), a partire dal 2008, di cinque raccolte di poesia, di tre saggi e di numerosi articoli critici. Pluripremiata in Italia e all’estero, è recensita su stampa nazionale e internazionale e importanti periodici. Su di lei, Franco Manzoni: Femminea estasi. Sulla poetica di Gabriella Cinti, 2018. È tradotta in inglese, greco, romeno, polacco e spagnolo.




