“Polibio. Il politico e lo storico” di John Thornton

Prof. John Thornton, Lei è autore del libro Polibio. Il politico e lo storico edito da Carocci: di quale importanza è l’opera di Polibio per la comprensione della storia antica?
Polibio. Il politico e lo storico, John ThorntonSarebbe troppo enfatico rispondere ricordando la celebre formula di Mommsen, secondo cui l’opera di Polibio, come il sole, squarcia la nebbia che vela la storia romana ancora per tutta l’età delle guerre sannitiche e della guerra contro Pirro; quando poi s’interrompe, una nuova oscurità riprende il sopravvento. Certamente però le Storie di Polibio, nonostante ce ne sia pervenuto solo un terzo, illuminano l’età della conquista romana, dalla prima guerra punica sino alla distruzione di Cartagine e di Corinto nel 146 a.C., con la chiarezza che deriva dalla testimonianza di un osservatore contemporaneo (almeno per l’ultima parte del periodo narrato) e competente: Polibio considerava la sua esperienza politica e militare un essenziale, irrinunciabile prerequisito dell’attività storiografica.

Al di là del contributo che fornisce intorno al grande tema della conquista romana, poi, Polibio ci informa anche su una serie di situazioni particolari dell’età ellenistica, in cui Roma non è coinvolta. Si pensi alla guerra rodio-bizantina del 220, di cui, come osservò Santo Mazzarino, riportava acutamente l’origine a cause esclusivamente economiche, o a tanti altri aspetti e problemi dell’ellenismo, anche dell’ellenismo orientale, almeno fino al tempo di Antioco III e della sua ‘riconquista’ delle satrapie iraniche. In questi due casi, per ragioni cronologiche, il resoconto di Polibio deve necessariamente dipendere da fonti scritte. Così, attraverso le Storie di Polibio ci si può fare anche un’idea della storiografia ellenistica, che è andata in gran parte perduta. Certo, Polibio ha i suoi pregiudizi, e ci presenta autori come Timeo o Filarco, dai quali lo separavano un’intensa rivalità letteraria e profondi dissensi politici, attraverso una lente deformante; ma al tempo stesso, ci consente di cogliere qualità, varietà e ricchezza della produzione storiografica di età ellenistica.

Inoltre, per fare solo un esempio, Polibio può fornire un contributo decisivo sul tema tanto dibattuto della democrazia nelle città ellenistiche e della sua vitalità; anche in questo caso però, come per gli aspri giudizi nei confronti dei suoi predecessori, va letto sforzandosi di andare oltre la sua condanna dei regimi democratici più avanzati sul piano della politica sociale. Il ceto dirigente della Lega achea, cui Polibio per nascita apparteneva, aveva dovuto accettare le istituzioni democratiche, ma continuava a guardare con ostilità e sospetto alle forme politiche capaci di difendere concretamente gli interessi economici delle masse, intervenendo sugli assetti proprietari.

Complessivamente, dunque, direi che Polibio è un testimone imprescindibile dell’età di cui scrisse, e non solo per il tema centrale delle Storie, la conquista romana dell’intero bacino mediterraneo. Ci si deve guardare però dal farsi condizionare dai suoi giudizi, e bisogna tentare piuttosto di recuperare attraverso le sue condanne e le sue polemiche anche le ragioni dei suoi avversari. Il fatto che il suo punto di vista sia pervenuto fino a noi non ne assicura la validità, e soprattutto non ci esime dallo sforzo di ricostituire il quadro completo dei dibattiti politici e storiografici in cui quella di Polibio era solo una voce fra le tante.

In quale contesto politico, sociale e culturale visse e si formò lo storico greco?
Polibio crebbe e si formò nella Megalopoli di Filopemene e di suo padre Licorta, leader politici della Lega achea; quest’ambiente aristocratico di proprietari terrieri ed ufficiali, dediti all’agricoltura come attività economica e alla caccia come addestramento all’attività militare impresse un’impronta indelebile sul giovane Polibio. A Megalopoli, Polibio assorbì le tradizioni politiche achee al punto che a proposito della storia del Peloponneso, delle vicende in cui erano coinvolte la sua città e la Lega achea, non riesce ad attenersi alle regole di assoluta imparzialità che pure teorizza per la storiografia, ma rimane piuttosto fedele alla morale tradizionale, al principio – attribuito a Simonide – che imponeva di amare e beneficare gli amici e danneggiare i nemici.

La Megalopoli in cui crebbe Polibio non era tuttavia un’ambiente chiuso in se stesso, arroccato in uno stile di vita conservatore, privo di contatti con l’esterno e incapace di guardare oltre la rivalità con Sparta. L’appartenenza alla Lega achea aveva inserito anche Megalopoli in una fitta rete di contatti con tutto il mondo ellenistico: in particolare, il padre di Polibio, Licorta, aveva rappresentato a più riprese la Lega achea nelle relazioni diplomatiche con il regno d’Egitto, e aveva stretto rapporti di amicizia con la dinastia tolemaica; in prima persona poi, all’epoca della guerra fra Roma e Perseo, Polibio annodò legami anche con la dinastia attalide. Così, già prima della deportazione in Italia, poteva contare su un patrimonio di rapporti al più alto livello in tutto il mondo ellenistico, da Alessandria a Pergamo. Poi, i lunghi anni del soggiorno obbligato a Roma lo misero in contatto con la classe dirigente romana, nel periodo in cui Roma era appena divenuta il centro politicamente più importante del bacino mediterraneo; a Roma Polibio divenne amico e consigliere innanzi tutto certo di Scipione Emiliano, ma anche di un principe seleucide, Demetrio I, e lo aiutò poi ad organizzare la fuga con cui si sottrasse alla sua condizione di ostaggio e riconquistò il regno.

Così, il tenace legame con l’ambiente d’origine non impedì a Polibio di guardare anche oltre i confini del Peloponneso, e di cogliere nella sua epoca l’intreccio fra le vicende delle due parti del bacino mediterraneo, che gli dettò l’impianto dell’opera: storia universale, nel senso che ambiva a narrare gli eventi dell’intera ecumene, che per la prima volta si presentavano ormai come un tutto organico.

Quali vicende segnarono la sua attività politica?
La svolta decisiva nella vita di Polibio è rappresentata dalla guerra fra Roma e Perseo, che portò alla fine del regno di Macedonia. La posizione riguardo al conflitto del gruppo politico acheo guidato dal padre di Polibio, Licorta, era chiara: avrebbero voluto evitare che ne uscisse vittoriosa una sola potenza, perché in una situazione di equilibrio fra la Macedonia e Roma speravano di poter mantenere più ampi spazi di autonomia; l’affermazione di un’unica egemonia mediterranea avrebbe ridotto invece la loro libertà d’azione nel Peloponneso, e più in generale il peso delle medie potenze nelle trattative diplomatiche. Nel corso della guerra, benché essi si proclamassero scrupolosamente fedeli al trattato di alleanza con Roma, la loro condotta aveva suscitato sospetti e risentimenti all’interno del senato, acuiti dalle calunnie dei politici achei più apertamente filoromani; così, alla fine del conflitto, Polibio fu deportato in Italia, con tutta la classe dirigente della Lega e delle singole città achee che aveva condiviso gli ideali e la politica di suo padre Licorta. Tuttavia, non si perse d’animo, e riuscì a stringere amicizia con i figli del generale che aveva sconfitto Perseo, e in particolare con Scipione Emiliano; grazie al loro intervento poté rimanere a Roma, anziché essere affidato in custodia ad una delle città dell’Italia centrale. L’amicizia con Scipione Emiliano fu importantissima per Polibio; gli permise di viaggiare in Italia, in Spagna, in Africa, persino nell’Oceano Atlantico al termine della terza guerra punica; all’identità del politico acheo, si può quasi dire, si aggiunse un nuovo strato, quello dell’amico di Scipione Emiliano.

Quale rapporto lo legò a Scipione Emiliano?
Un legame di tipo quasi paterno, in cui il più anziano, più esperto e più colto Polibio fa da maestro a Scipione Emiliano, lo affianca e lo assiste nel procurarsi quella fama di virtù che era necessaria per alimentare una carriera politica di successo nell’ambito della classe dirigente romana. Poi, quando Scipione divenne il personaggio politico più potente della sua epoca, Polibio sfruttò la loro antica amicizia per poter procurare concessioni ai suoi connazionali; per questo aspetto, ancora in età imperiale, a quasi tre secoli di distanza, Plutarco lo additava a modello alle classi dirigenti delle città greche.

Il rapporto fra Scipione e Polibio è anche un momento essenziale della trasmissione della cultura greca a Roma. Acutamente, a suo tempo, Paul Pédech parlò di Polibio come legame educativo, potremmo quasi dire anello di congiunzione fra il suo maestro Filopemene e il suo allievo Scipione Emiliano. I valori che Polibio trasmette a Emiliano sono i valori di Filopemene, che risultano compatibili con il mos maiorum romano, per l’insistenza sulla frugalità, la condanna dell’ostentazione della ricchezza, l’apprezzamento dell’agricoltura come attività economica. Jean-Louis Ferrary ha mostrato come Cicerone, che idealizzava la figura di Emiliano, si proponesse di sostituire Catone a Polibio, nel ruolo di maestro e guida di Scipione Emiliano, e ha messo giustamente in guardia contro visioni troppo ireniche, tese a conciliare Catone e l’ellenismo. Nel caso di Polibio, tuttavia, i valori che trasmise a Emiliano non sono quelli del lusso e dell’ostentazione che si attribuivano ai monarchi ellenistici, e che a Roma, e in particolare a Catone, apparivano sintomo di degenerazione, di corruzione dei costumi, ma quelli opposti di frugalità, temperanza, coraggio conciliabili con il mos maiorum e funzionali all’ambizione di Scipione di farsi apprezzare nell’ambiente competitivo della classe dirigente romana.

Quale giudizio espresse Polibio sull’imperialismo romano?
Il tema del giudizio di Polibio sull’imperialismo romano è naturalmente il tema centrale degli studi polibiani. Negli anni settanta del secolo scorso, il commentatore di Polibio, Frank Walbank, credette di poter ricostruire un processo di progressiva, piena identificazione di Polibio con le ragioni di Roma. A questa tesi della conversione a Roma di Polibio, che era stata già di Fustel de Coulanges nell’Ottocento, reagì Domenico Musti, mostrando con buoni argomenti la tenace fedeltà di Polibio all’ideale ellenistico di autonomia, e insistendo parallelamente sulle persistenti riserve di Polibio nei confronti della politica romana. Con il tempo, negli ultimi decenni, si è andata affermando la posizione che nega la conversione a Roma ed enfatizza invece le riserve di Polibio nei confronti della politica del senato – anche se non si deve dimenticare, come scrisse lo stesso Musti, che Polibio non fu mai veramente antiromano. Il dibattito verteva sulla controversa interpretazione di un piccolo numero di passi, e in particolare di un celebre capitolo del libro XXXVI, in cui Polibio confrontava le quattro opinioni espresse dai Greci a proposito del trattamento di Cartagine al tempo della terza guerra punica: si tentava di individuare a quale, o quali, fra le opinioni riportate – alcune più favorevoli, altre più ostili a Roma – aderisse Polibio. Su questo campo, si deve ammettere che non è stato possibile raggiungere un parere condiviso – anche se non è privo di significato il fatto che Polibio comunque facesse spazio anche ai giudizi di condanna della politica del senato.

Forse dunque, anziché sforzarsi di scandagliare i più profondi convincimenti di Polibio, si dovrebbero indagare piuttosto gli obiettivi concreti perseguiti attraverso le Storie. Induce a procedere in questa direzione la sua identità di politico, che tenacemente non depose mai la volontà di influenzare il corso degli eventi. Andare alla ricerca del giudizio definitivo di Polibio sull’imperialismo romano è un procedimento che in ultima analisi corre il rischio di decontestualizzarlo, assimilandolo a esigenze proprie dell’età moderna e contemporanea. Il problema del greco Polibio non era esprimere un giudizio sul significato e sul valore della conquista romana nel quadro della storia universale, con lo stesso olimpico distacco con cui poteva considerare questo tema un filosofo dell’Ottocento, ma fare i conti con l’affermazione del dominio di Roma in tutto il bacino mediterraneo e in particolare sul mondo ellenistico, compresa la sua Lega achea, e cercare di trovare, con Roma, forme di convivenza che salvaguardassero, nei limiti del possibile, in una situazione radicalmente mutata, il valore dell’autonomia achea.

Quali obiettivi concreti dunque intendeva perseguire lo storico greco attraverso la sua opera?
A me sembra che Polibio lungo tutto il corso dell’opera, a partire dal primo libro, s’interroghi in modo quasi ossessivo sul problema politico di quale fosse per una potenza egemone la strategia migliore per mantenere il proprio dominio. La risposta che dà a questa domanda è sempre la stessa: l’unico modo che garantisca di poter mantenere a lungo la propria posizione egemonica è trattare con mitezza e benevolenza i popoli soggetti e i nemici vinti, al fine di guadagnarsene la riconoscenza e sottrarre loro ogni pretesto di rivolta. L’insistenza di Polibio su questi motivi a mio parere non configura tanto una teoria polibiana delle egemonie e degli imperi; rappresenta piuttosto il tentativo di trasmettere un messaggio alla classe dirigente romana. Ai suoi lettori, Polibio illustra tanto gli esempi di quanti, per aver trattato con eccessiva durezza i popoli soggetti, finirono per perdere l’egemonia, quanto quelli di quanti invece se ne guadagnarono il favore e la fedeltà per averli colmati di benefici. Il messaggio che intende trasmettere attraverso un uso degli esempi che affonda le proprie radici nella trattatistica retorica è chiaro; ed è anche chiaro l’obiettivo che Polibio si propone, indurre i membri della nobilitas ad adottare quei modelli di comportamento che lo storico si sforzava di presentare come i più vantaggiosi per la potenza egemone, ma che risultavano i più convenienti piuttosto per i popoli soggetti. A questo fine è volta anche la rappresentazione di personaggi come Scipione Africano ed Emilio Paolo, di cui Polibio traccia dei ritratti idealizzati, modelli cui ispirarsi più che immagini fedeli della loro politica.

Si può dire dunque che l’opera di Polibio sia caratterizzata da un intreccio fra storiografia e politica?
Direi che questa è certamente la caratteristica principale delle Storie. L’intreccio fra storiografia e politica in Polibio è presente a vari livelli. Quello più scoperto ed elementare è forse la costante difesa della politica della Lega achea, e al suo interno della linea seguita dal gruppo dirigente guidato da Filopemene e Licorta, che dà vita a una serie di passi di stampo quasi giudiziario: Polibio da un lato fa ricorso a tutte le armi della retorica per difendere il leader acheo Arato di Sicione dall’accusa di crimini di guerra mossagli da Filarco a proposito della presa di Mantinea nel 223 a.C., dall’altro accusa aspramente il politico acheo filoromano Callicrate, responsabile dapprima, nel 180, di aver indotto il senato a intervenire con maggior decisione negli affari interni del Peloponeso, e poi, al termine della guerra fra Roma e Perseo, di aver indicato ai Romani i nomi dei politici achei da deportare in Italia con il pretesto – per Polibio una calunnia del tutto infondata – di aver segretamente favorito la causa del re macedone. Ancor più violenta è la condanna di Critolao e Dieo, i leader che condussero gli Achei allo scontro con Roma: Polibio li presenta come demagoghi vili e irresponsabili, e attribuisce loro tutta la colpa dello scioglimento della Lega achea, assolvendo il senato da ogni responsabilità.

Non mancano neppure però strategie più raffinate. Abbiamo detto della centralità nel suo progetto storiografico del tentativo di indirizzare la politica del senato verso la mitezza nei confronti dei popoli soggetti attraverso il ricorso a una strategia retorica collaudata da secoli nell’ambito delle trattative diplomatiche con le potenze egemoni. Non meno significativa è anche, sul piano della politica interna alle comunità greche, la denigrazione costante dei sistemi politici democratici cha ancora si facevano portatori di istanze volte alla difesa degli interessi dei piccoli proprietari indebitati; ogni volta che Polibio si imbatte in un regime che promuoveva gli interessi degli áporoi, i cittadini più poveri, lo presenta nei termini più negativi, rifiutandogli il titolo di democrazia per proporne letture in chiave tirannica, o quanto meno di corruzione, malattia del corpo civico. Così, l’ostilità di Polibio ha distorto la nostra percezione della vitalità delle istituzioni democratiche in età ellenistica. La sfida che si pone all’interprete contemporaneo, come ho già accennato, è quella di recuperare le posizioni che Polibio condanna, di non lasciarsi condizionare dai suoi pregiudizi; solo in questo modo si potrà apprezzare la vitalità delle istituzioni democratiche nelle città greche ancora nel II secolo a.C. o, su un altro piano, ricostruire i valori che animarono la disperata rivolta acaica repressa nel 146.

Quali diverse letture ha suscitato nei secoli Polibio?
La storia della fortuna di Polibio in età moderna parte dall’uso pratico che se ne fece fin dal Cinquecento, cercando in particolare nel VI libro, dedicato alle istituzioni militari e politiche romane, istruzioni pratiche per il presente. Si tratta di un capitolo importante della storia della cultura europea, di cui qui basti dire che probabilmente una lettura in questa chiave delle Storie non sarebbe dispiaciuta a Polibio, un uomo d’azione che con la sua opera voleva essere concretamente utile ai suoi lettori, anche per esempio illustrando un sistema da lui perfezionato per trasmettersi notizie a distanza attraverso segnali con il fuoco. Richard Gummere, in un libro sull’influenza della cultura classica sul pensiero dei coloni britannici in America, dal 1607 al 1789, affermò la derivazione diretta dal modello polibiano di un analogo sistema alfabetico di segnalazioni con il fuoco che avrebbe impiegato John Smith nell’assedio di Olympach (Ober-Limbach), in Ungheria, combattendo contro i Turchi. Arnaldo Momigliano considerava improbabile l’ipotesi di Gummere sulla conoscenza di Polibio da parte di John Smith. L’opinione di Momigliano merita sempre di essere tenuta in conto, e comunque l’adattamento del metodo polibiano dei segnali di fuoco da parte di John Smith è un’ipotesi di Gummere, che si basa soltanto sull’analogia dei due sistemi. Quello che vale la pena di affermare, però, è che se si fosse imbattuto nei capitoli di Polibio sulle segnalazioni a distanza, un uomo d’azione e d’avventura come John Smith – che è, per essere chiari, il fidanzato di Pocahontas, secondo la leggenda ripresa nel cartone animato – ne avrebbe preso nota, perché Polibio veniva letto proprio a questo scopo.

In tempi più vicini a noi, poi, a Polibio spesso si è voluto attribuire il merito di aver colto per primo il significato della missione di Roma nel quadro della storia universale, dipingendolo come il cantore soddisfatto della conquista romana. Questa impropria assimilazione a una filosofia della storia di origine moderna, che Polibio non può in alcun modo aver anticipato, ha condizionato gran parte dell’antichistica italiana del Novecento, ma continua a riaffiorare anche in altri ambienti. A mettere al riparo da simili rischi, può e deve contribuire un maturo sforzo di restituzione di Polibio al suo contesto politico e culturale, che è a mio parere il compito principale degli studi polibiani in questa fase.

John Thornton insegna Storia romana presso il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma. Si occupa di storia e storiografia dell’età ellenistico-romana. Ha curato le note di commento nell’edizione con traduzione italiana delle Storie di Polibio a cura di Domenico Musti (8 volumi, Milano 2001-2006) e, per l’editore Carocci, ha pubblicato Le guerre macedoniche (Roma 2014).

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