“Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola” di Antonella Anedda ed Elisa Biagini, a cura di Riccardo Donati

Prof. Riccardo Donati, Lei ha curato l’edizione del libro Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola di Antonella Anedda ed Elisa Biagini, edito da Chiarelettere: cosa rappresenta la poesia nel mondo odierno?
Poesia come ossigeno. Per un'ecologia della parola, Antonella Anedda, Elisa Biagini, Riccardo DonatiUn’occasione per pensare la complessità. I processi di accelerazione della vita contemporanea, con le loro conseguenze in ambito economico, psicologico, culturale ecc., favoriscono un’ideologia totalitaria della semplificazione, provocano l’appiattimento del vissuto a un’unica dimensione e a una sola direzione di marcia. Correre, come spesso facciamo, per il solo impulso di correre, per coazione, per obbligo sociale a “guardare avanti”, perché “così fan tutti”, è un buon modo per finire dritti, ignari e spesso frustrati, in fondo a un precipizio.

Che siano scritti da Saffo, da Lucrezio, da Leopardi o da una buona voce poetica dei nostri giorni, i versi sono in grado di restituirci una densità di pensiero e di respiro – perché questo è la poesia: esperienza e ragionamento che diventano ritmo, fiato – come poche altre forme espressive. E di questa densità, di questa capacità di raccoglimento, di questa cocciuta resistenza al progressivo impoverimento di senso ed esperienza che minaccia ogni destino privato e pubblico, c’è oggi un enorme bisogno. Scrivere, e ancor prima leggere, è un antidoto contro l’impero della distrazione e della disillusione. Scrivere poesia significa avere a cuore la realtà, prendersene cura.

Delle parole spesso si sottolinea l’effimera vacuità: quale potere possiedono invece?
Un potere immenso e tremendo: la parola è carburante. Carburante che alimenta macchine discorsive, le quali non sono scatole vuote, innocui veicoli di idee, bensì dispositivi per la produzione di senso. Credo che la celebre tesi di Marshall McLuhan the medium is the message, “il medium è il messaggio”, sia più vera ai nostri giorni di quanto non lo fosse sessant’anni fa: le macchine discorsive di cui ci mettiamo al volante – ma, in realtà, ne siamo più passeggeri che guidatori – predeterminano il senso delle nostre parole, o perlomeno lo condizionano fortemente. McLuhan diceva anche: the medium is the massage, a sottintendere che esiste un ambiente percettivo caratteristico della nostra epoca, l’“età di massa” (mass-age, in inglese c’è un gioco di parole), e che tale ambiente è spesso un “massaggio”, un’esperienza cioè che ci vezzeggia, ci rabbonisce, ci narcotizza.

Quel che intendo dire è che ci sono macchine discorsive fatte per addormentarci la coscienza, assopendola in un ronron rassicurante e consolatorio. Altre, invece, mirano a stimolare la competitività, titillando le nostre paure profonde, le insicurezze meno confessabili, fino a ridurre l’alterità a fastidio, pericolo, minaccia. I social network, in quanto macchine discorsive, spesso funzionano combinando schizofrenicamente i due aspetti sopra citati: tutt’altro che scatole vuote, sono congegni alimentati dalla corrente alternata del rifugio consolatorio e della ferocia aggressiva. Non è che creino il linguaggio tossico, quello esiste da sempre, ma se ne alimentano e lo tengono in circolo. Mandano in giro una parola vacua, effimera perché il suo significato è quasi nullo e perfettamente intercambiabile, ma potente in quanto carburante che alimenta, con profitto di qualcuno, il chiacchiericcio globale fatto di sonno della ragione ed esplosioni rabbiose.

Va poi detto che la lingua che impieghiamo non è tutta uguale: ci sono parole molto connotate che ci portiamo dietro, tramandandole da una generazione all’altra. Parole che in certa misura perpetuano tutti gli orrori, le violenze, le storture e le manipolazioni di cui sono incrostate. Si pensi solo al vocabolo “razza”, alla sua storia affascinante e insieme agghiacciante, al potere tremendo che ha avuto e che ha nel distorcere la realtà, dico anche da un punto di vista scientifico.

Di cosa si compone un’ecologia della parola?
Credo che la risposta a questa domanda discenda da quanto dicevo pocanzi. Se la parola è carburante, energia, dobbiamo stare molto attenti a quale linguaggio usiamo e, ancor prima, a scegliere con cura la macchina discorsiva a bordo della quale vogliamo salire. Nel nostro titolo il concetto di “ecologia” non si riferisce solo a una certa sensibilità verso i temi green, ma più complessivamente alle relazioni esistenti tra gli esseri umani, gli altri organismi e l’ambiente. L’obiettivo sarà allora quello di veicolare idee e immagini capaci di contrastare ogni forma di inquinamento mentale, di farci percepire parte di un insieme più grande – la collettività, la natura, l’universo intero – continuamente minacciato dagli impulsi predatori di una specie, la nostra, agguerrita nel consumare ambienti, cose e persone, pronta a tutto pur di prosperare “senza limiti” (per dirla con gli slogan della pubblicità: come se esistesse davvero, sulla Terra, anche una sola risorsa davvero illimitata). Un tempo questi impulsi predatori si sarebbero detti bestiali. Ormai però abbiamo imparato ad avere molto rispetto per gli animali, e forse sarebbe più giusto dire: impulsi Sapiens.

Per questo credo che la poesia rappresenti una fonte di civiltà, come del resto i poeti ci ripetono fin dall’Antichità: perché contrasta i meccanismi di morte della parola-sopraffazione così come i flussi di sedazione della parola-anestetico. I versi favoriscono il rallentamento, la meditazione, l’ascolto profondo, e allo stesso tempo stimolano il pensiero, la comparazione, l’indignazione. Innescano un dialogo che sfonda le barriere dello spazio e del tempo, incoraggiano il confronto e l’esplorazione dell’altrui visione. Leggere e scrivere poesia è, oggi come migliaia di anni fa, un gesto politico, un gesto che accomuna.

Non si tratta, si badi, di produrre “messaggi” – spesso le poesie a tesi, programmaticamente benintenzionate, sono pessime – bensì di aprire prospettive e illuminare realtà. Vorrei ricordare un testo straordinario come Ceremony after a fire raid, Cerimonia dopo un bombardamento. In questo componimento il grande poeta gallese Dylan Thomas rievoca i raid nazisti contro Londra. Nella traduzione di un altro poeta, Gabriele Frasca, i versi iniziali suonano così: “Mestessi / Quelli che in pianto / Compiangono / Fra le strade immolate al rogo dell’infaticabile morte / Un bambino di poche ore / Ancora impastata la bocca / Carbonizzata sul bruno grembo della fossa / Che la madre incavò, e le braccia focose”. Quale altra macchina discorsiva, oltre alla poesia, consente di esprimere una parola energetica, poderosa e delicata a un tempo, come quel Myselves (“mestessi”, non l’usuale “noialtri”, Ourselves) che incarna un’impossibile, eppure quanto vera, quanto dolorante vita, soggettività plurale, coralità dei destini?

Il Myselves di Thomas credo rappresenti un buon esempio di parola “ecologica” che illumina, con esattezza e verità, ciò che sta capitando all’io/noi, anche se in questo caso il fatto è tragico, il fascio di luce rivela la più cupa visione immaginabile: un neonato carbonizzato.

Certo, dietro tutto questo c’è un grande lavoro, occorre ricordarlo. Come non ci stanchiamo di ripetere in Poesia come ossigeno, la scrittura non è spontaneità ingenua o sfogo del cuore, è un’attività artigianale che domanda pazienza, studio, disciplina: letture mirate, esercizio, continuo confronto con altre voci e altre forme espressive sono indispensabili. Ma richiede anche una forma di apertura schietta, una curiosità attenta, una disposizione onesta. Era Umberto Saba che parlava di “poesia onesta”, e la spiegherei così: essere pronte, essere pronti, ad avviare una riflessione non banale e non preconcetta, spesso dura e dolorosa, su di sé, sul mondo. «Stringersi all’osso dei propri pensieri», diceva Amelia Rosselli.

Quali poetiche caratterizzano la produzione di Antonella Anedda ed Elisa Biagini?
Nel panorama della poesia italiana contemporanea le donne occupano un posto di primo piano, con una presenza sia numerica sia qualitativa di assoluto rilievo. Questo fenomeno senza precedenti, dovuto in buona misura ai profondi mutamenti socio-culturali che hanno investito il Paese negli ultimi decenni, merita di essere sottolineato come uno dei più notevoli esiti della recente produzione letteraria nazionale. Le figure di Antonella Anedda ed Elisa Biagini, appartenenti a due generazioni diverse, rientrano senz’altro in questo discorso. Si tratta, peraltro, di due autrici internazionali: non solo perché scrivono in più lingue, e sono tradotte in più lingue, ma perché l’orizzonte dei loro interessi valica di gran lunga i confini patrii. La sfida che le anima, e che le pone in sintonia con tutte le più vivaci esperienze di scrittura a livello mondiale, è quella di immaginare nuovi modi di intendere e praticare la poesia, finalmente libere dalle pastoie dei più vieti stereotipi femminili.

Prendiamo, per non citare che un aspetto, il tema della dimensione domestica. Le stanze e gli oggetti di vita quotidiana che la poesia “al maschile” del secolo scorso considerava alla stregua di amuleti simbolico-simbolisti o occasioni allegorico-metaforiche, spesso riducendoli a pretesti per indulgere nella nostalgia e nel rimpianto, assumono nei testi di Anedda e Biagini una forte connotazione etico-politica e creativa. Sono, tra le altre cose, visti e vissuti come luoghi rappresentativi della condanna alla reclusione casalinga imposta alle donne: la cucina come prigione identitaria, il martirio del focolare come destino perpetuato di madre in figlia. Più in generale, le pareti domestiche diventano simbolo della condizione di isolamento, confinamento e parcellizzazione sociale che investe soprattutto le donne, a un tempo sottoimpiegate e sovraccaricate di doveri. Lo abbiamo visto bene con la pandemia COVID-19.

Ma non è solo una questione di genere. Anedda e Biagini sono due personalità autoriali schive e indifferenti a ogni forma di ammiccamento e compiacimento letterario, estranee alle semplificazioni, il cui percorso creativo testimonia di un’attività di ricerca dettata da una necessità espressiva agguerrita e orgogliosamente coerente, peraltro nutrita da numerosi apporti multidisciplinari, dalle arti figurative alla scienza. Come sempre nella grande scrittura, tutto ciò si riflette nei fatti di stile: le accomuna, pur nelle molte differenze, una scrittura segnata da un dettato compatto, asciutto, lavorato per sottrazione e non per accumulo, un pudore nel dire e nel dirsi che talora sfiora l’afasia.

Quali voci poetiche parlano più efficacemente ai nostri giorni?
Le voci che scartano dai sentieri già battuti dalle varie ortodossie elegiache novecentesche, ridotte ormai, nei loro tardissimi esiti contemporanei, a sbiaditi repertori di occasioni patetico-descrittive. Le voci decise a respingere con fermezza i più corrivi, e trionfanti, dettami della scrittura-marketing, e che invece perseguono una concezione fabbrile del ‘fare scrittura’, legata a modalità di pronuncia più personali, a un tempo riconoscibili e di respiro universale. Le voci che lavorano in profondità sul linguaggio, magari riscoprendo e reinventando forme e generi tradizionalmente considerati “minori”, come l’immaginario delle fiabe, ad esempio. Le voci disposte a riflettere in modo approfondito e mai acquiescente sui problemi della contemporaneità, a partire dalle questioni delle diseguaglianze socio-economiche, del diritto alla dignità e all’integrità umana, dei rapporti tra collettività e singolo, tra io e cosmo. Le voci capaci di risvegliare le coscienze dal loro torpore tecno-egolatrico.

Quando nasce da una ricerca basata su onestà intellettuale, intensità e coerenza di pensiero, convinta adesione ai dati primi del reale, attento lavoro sulla lingua, la poesia può offrire alle altre forme di scrittura, oggi in stato di crisi – penso alla tanto fortunata (editorialmente) quanto spesso debole (creativamente) forma-romanzo – un enorme patrimonio di idee e strumenti. Un patrimonio di cui gli scrittori dovrebbero cercare di far tesoro: se non altro per darsi un futuro meno instabile di quello garantito dalle mode gregarie, dagli applausi televisivi e dai premi stagionali, gratificazioni che durano soltanto lo spazio di un mattino.

Riccardo Donati, docente e saggista, insegna all’Università di Salerno. Si occupa di letteratura europea dal Settecento a oggi e di poesia italiana contemporanea. Tra i suoi volumi più recenti: Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico (2016), La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione (2017), Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda (2020). Nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

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