“Pietre che vivono”. Catalogo delle epigrafi di età romana nel Museo Archeologico di Milano, a cura di Antonio Sartori e Serena Zoia

Prof. Antonio Sartori, Lei ha curato con Serena Zoia l’edizione del Catalogo delle epigrafi di età romana del Civico Museo Archeologico di Milano dal titolo Pietre che vivono, pubblicato da Fratelli Lega Editore: quale importanza riveste la raccolta epigrafica del Civico Museo Archeologico di Milano?
Pietre che vivono. Catalogo delle epigrafi di età romana nel Museo Archeologico di Milano, Antonio Sartori, Serena ZoiaSbrigativamente potrei rispondere d’un botto “molta importanza”; ma, perché non sembri una troppo facile risposta di comodo e di propaganda, essa richiede una motivazione, o meglio una serie di motivazioni, che convergono tutte sulla valorizzazione di un patrimonio documentario tanto abbondante quanto sottovalutato dai più, che ci ha lasciato l’antichità, tutta l’antichità, ma specialmente il mondo romano e, se siamo in vena di precisazioni, un suo specifico settore temporale, non troppo prolungato – dal I secolo a.C. al III-IV secolo d.C. – eppure fertile di una ricca produzione e, quel che è più, di una generosa sopravvivenza anche se in forme talvolta insicure o ambigue: il gran mondo delle epigrafi latine, delle iscrizioni incise sulla concretezza di un supporto di pietra, di ogni qualità di pietra, rozza o raffinata o pregiata che fosse, o di altro materiale altrettanto prevedibilmente di lunga durata, su cui fissare – immortalare forse? – ciò che si voleva enunciare e il più delle volte divulgare. Ma per attenermi strettamente alla domanda – “quale importanza…?” – dovrei dire almeno di un’importanza quantitativa, qualitativa, contenutistica, espositiva, sempre che bastino queste sfaccettature.

L’importanza quantitativa sta nel numero degli oggetti compresi nel Catalogo, che – tutti concretamente sopravvissuti – raggiungono quasi i 500 (all’incirca, perché alcuni sono di incerta attribuzione): il che rende la Raccolta del Civico Museo Archeologico di Milano una delle più cospicue nell’area settentrionale della penisola, dopo i casi eccezionali e ineguagliabili delle molte migliaia oggi nei Musei di Aquileia, o delle migliaia in Musei come quelli di Brescia o di Verona. Anche se poi sarebbe correttamente da precisare che ogni ‘raccolta’ locale non può consistere soltanto nella numerosità degli oggetti materiali, concretamente conservati, ma deve essere integrata con la consistente conoscenza di altri esemplari, fisicamente scomparsi, ma in qualche modo presenti nella tradizione, cartacea e per lo più manoscritta e poi trasposta nella stampa, e che spesso giungono a raddoppiare il numero di tali documenti.

L’importanza qualitativa invece è dovuta a una serie di circostanze: in primo luogo la delimitazione di questa pratica di comunicazione, circoscritta nell’area Milanese approssimatamente ai primi secoli dell’impero romano (I a.C. – IV d. C.) per ragioni politiche e sociali, di cui si potrà dire più avanti, esuberante e diffusa dovunque in coincidenza con un periodo del massimo fermento di una società tutta vivacemente portata alla sua trasformazione per mezzo della più intensa e motivata e controllata autorappresentazione dei singoli o dei gruppi in cui essa era variamente articolata: da cui derivano o si impongono la migliore attenzione e intenzione di tutti e di ciascuno di comparire al meglio, nei limiti ovvii delle capacità culturali ed economiche dei promotori, ma anche – va detto – entro i limiti imposti dal controllo più attento sospettoso e persino invidioso di una occhiuta opinione pubblica, mal disposta ad accettare forme e modi fuori dalle abitudini e dalle convenzioni. Il tutto su un proscenio comunitario e pubblico, ma nell’ovvia mancanza di altre forme di visibilità e di riconoscibilità (ben lontani ancora da ogni ‘passaggio’ televisivo o sui ‘social’), oggi ritenute indispensabile ingresso in una popolarità ampiamente agognata, benché passibile sempre del dubbio dell’ “a che pro’ ?” (ma non divaghiamo…).

Quanto ad un’importanza contenutistica, va da sé che questi documenti esposti alla presunta o auspicata attenzione di ‘tutti’ non si predisponevano mai come muti testimoni, ma piuttosto come volonteroso ed efficace mezzo di comunicazione e di divulgazione del ‘messaggio’ che essi mostravano la precisa intenzione di veicolare, e che (basti considerare l’impegno intellettuale fisico ed economico richiesto per la realizzazione di ciascuno di essi) evidentemente era ritenuto meritevole di ogni cura da parte del promotore (o del mittente), che con esso avrebbe potuto, o auspicato di, condizionare comportamenti e valutazioni dei destinatari (dandosi per scontata fra di essi una parte di utenti in qualche modo pur consapevoli, anche senza essere, se non malamente, lettori fatti e finiti), imponendo loro affermazioni autoritarie o impositive, se si riteneva di detenerne una proporzionata capacità o posizione di potere; oppure volendo più semplicemente informarli di mutamenti personali o di famiglia (di status, di carriera, di condizioni economiche, di variazioni nel gruppo di appartenenza), o anche ricercandone un appoggio più o meno velato, indispensabile nelle relazioni pubbliche, tanto più quando queste di manifestavano in vera competizione politica.

Per finire con un’importanza che si è definita ‘espositiva’, ma che nei suoi aspetti visivi ne coinvolge ogni altra forma. E penseremo ad un’importanza espositiva d’allora come d’oggi. Perché la cura per ogni migliore attenzione alla visibilità nel contemporaneo era dettata dalla coincidenza e dal confronto con innumeri altri esemplari spesso accostati o persino sovrapposti nella visuale, in concorrenza fin anche esasperata, fra cui mezzo primario di distinzione potevano essere la posizione meglio visibile, le dimensioni più imponenti del monumento soverchiante gli altri, la scelta accurata di tipologia della pietra, di forme, di esecuzione degli aspetti grafici e alfabetici fondamentali nella comunicazione epigrafica, ma anche degli elementi iconografici e decorativi dell’insieme.

Un’importanza ‘espositiva’ che trova riscontro anche nella capacità di tali oggetti di inserirsi se armonicamente ed elegantemente, pure utilmente, in un contesto museale dell’oggi, quando e dove anche le epigrafi siano valorizzate e non più confinate (come avveniva talvolta ma sempre più raramente) negli spazi meno accessibili e meno frequentati, secondo la banale e tradizionale valutazione d’essere ingombranti (il che è pur vero, ma non sempre come demerito) e ‘difficili’ (il che potrebbe essere altrettanto vero, ma risolto vantaggiosamente se le si presenta in un modo opportuno e magari accattivante).

Quali erano i messaggi e quali i valori di riferimento che i romani affidavano alla pietra?
E poi ‘difficili’ perché? Complesse piuttosto. A parte l’essere scritte in latino (e come potrebbe essere diversamente se sono espressione di quei tempi lontani?) e spesso incomplete (frequenti sono molte abbreviazioni originarie, o le lacune o le perdite di alcune parti come conseguenza accidentale di una anche bimillenaria sopravvivenza precaria), le antiche epigrafi non è poi del tutto vero che siano ‘lapidarie’ e dunque concise o ‘di poche parole’: lo possono essere nell’accostare le lettere (la cui incisione aveva pure un costo) in uno spazio spesso limitato (dovendo stiparvi lettere grandi per una migliore lettura). Ma nei loro contenuti esse sono invece loquaci del loro, tante sono le informazioni che danno, che suggeriscono, che lasciano intendere; non solo oggi, ma anche quando erano in uso: tutto sta nel sapere ricostruire le convenzioni con le quali esse si esprimevano ed erano interpretate.

Ecco, è una questione di convenzioni: se ci limitiamo alla lettura delle ‘fonti’, dei grandi classici della storia o della letteratura latina, si è consapevoli che larga parte della popolazione ci sembra muta, priva di quasi ogni espressività sociale – le abbondanti produzioni della commedia o della satira rimanendone una deformazione quasi caricaturale, da reinterpretare con cautela – il che così non è, perché erano ben più estese e numerose le fasce o i ceti della società che avevano accesso ad una forma universale e comunitaria – interclassista potremmo dire – cui tutti potevano partecipare nei limiti del possibile e della volontarietà. Giusto che si cerchi oggi di ricostruire per grandi linee l’aspetto o l’ambiente del mondo romano, specialmente dei centri abitati o dei loro maggiori, avvalendosi delle ricostruzioni anche teoriche dei loro avanzi archeologici, con quei ‘diorami’ di fantasia eppure realistici, che tuttavia hanno più spesso una mancanza, l’assenza di una presenza umana riconoscibile. Singolare che nella delineazione grafica del foro di Milano, di recente riconosciuto concretamente e oggi almeno in una sua parte persino visitabile dai turisti, siano emerse dimensioni fra le maggiori dell’Italia del Nord e non solo (160 x 55 m circa):

Foro romano Mediolanum

ma chi lo frequentava? Chi lo popolava e lo faceva vivo?

Ovvio, il brulichio di una fitta e vivace popolazione residente o di un intenso interscambio fra i suburbani e gli stranieri in visita o permanenza saltuaria.

I quali tutti non rinunciavano a comunicare. Vero, mancavano tutti i nostri ‘social’, il telefono era di là da venire, e anche la stampa: rimanevano… le epigrafi? Sì, ma non è che le si potessero usare comunque e sempre, invece di un taccuino o di un ‘notes’ (qualche anno fa in un popolare fumetto tutti gli antichi scrivevano tutto e sempre solo sulla pietra: un po’ scomodo e inverosimile). Due le necessità di fondo: la selezione e la convenzione. Sulla pietra si incide per una lunga durata, per l’eternità teoricamente? E dunque si deve selezionare accuratamente che cosa meriti di essere immortalato, salvare e comunicare solo l’essenziale. La pietra iscritta rimarrà esposta a lungo e quanti la leggeranno via via? Dunque conviene usare formule espressive e compositive, figure alfabetiche, concetti universali che tutti possano man mano riconoscere: una comunicazione universale e protratta, e bene appunto convenzionale. Ne ha colto lo spirito fondamentale Marguerite Yourcenar che, nelle Memorie di Adriano, riconosce che «la bellezza di una iscrizione latina, votiva o funeraria, non ha pari: quelle poche parole incise sulla pietra riassumono con maestà impersonale tutto quel che il mondo ha bisogno di sapere sul conto nostro». Un’affermazione in cui c’è tutto: l’essenzialità delle ‘poche parole’, la maestosità solenne delle iscrizioni – che non chiacchierano mai, ma sempre proclamano, come dissi una volta – l’impersonalità, che non si rivolge ad un destinatario specifico delimitato, ma in teoria indistintamente a tutti; la funzione sociale di una comunicazione che non può essere mai inutile, ma dare le informazioni indispensabili e rigidamente controllate che il mondo – la nostra comunità o la sua opinione pubblica – ha necessità di sapere per inquadrare e rapportare chi si esprime in queste forme con la collettività cui spera o cerca o vuole o è consapevole di appartenere. Il tutto fissato e conservato nella rigidità della pietra, che inoltre è esposta al pubblico e dunque quotidianamente sottoposta alla valutazione e al giudizio di tutti.

Certamente non mancavano – tutto il mondo è paese – i ‘writers’ del tempo, che scarabocchiavano sveltamente sui muri giudizi anche negativi, affermazioni anche pubblicitarie, ‘firme’ (come i ‘tag’ d’oggi), ma di importanza marginale nel panorama dell’epigrafia vera e controllata, che si identificava in aspetti specifici e persino in luoghi altrettanto particolari e deputati. Ecco, persino i luoghi dovevano avere una loro selezione specifica. Nel suggerimento proposto poco fa di una ricostruzione simbolica del foro milanese, vuoto di gente in perenne scambio e correttamente vuoto di monumenti e di epigrafi, non tute le iscrizioni avrebbero avuto diritto e opportunità di essere esposte. Un luogo pubblico di tale imponenza e di tale centralità ufficiale chi avrebbe potuto ospitare correttamente? Non si dice qualche figura divina, qui onorata anche in un contesto civile, cui pure erano destinati piuttosto gli spazi sacri circostanti ai templi; ma certamente i grandi, e benemeriti, cittadini, che qui avevano fatto carriera o si erano fatti conoscere e apprezzare, o che vi riecheggiavano altri e conformi meriti conquistati altrove.

Ovvio che qui i comuni cittadini non avevano accesso alla visibilità epigrafica, se non per meriti particolari di rilevanza civica; tutti gli altri, i più, potevano, e certamente sapevano bene, avvalersi dell’unica occasione disponibile per tutti, quella della morte, che nel trapasso li rendeva importanti rispetto alla compagine collettiva della comunità e i cui effetti positivi ricadevano non tanto su loro stessi (ma la memoria aveva bene un suo rilievo da predisporre con ogni cura) quanto sul gruppo di famiglia di cui continuavano ad essere espressione, partecipi di un rispetto e anche di un prestigio conquistato nel corso delle generazioni.

Ma nessun foro, per quanto esteso, avrebbe potuto ospitare tante testimonianze di pura presenza/assenza, tanto più che ragioni rituali, se non anche igieniche, vietavano la deposizione in ogni ambito urbano: da qui la legittima concentrazione lungo le vie di maggior traffico che dal centro abitato si dipartivano a raggiera, di fatto dello stesso propaggini tentacolari ma esterne. Dunque una sorta di specializzazione funzionale d’area con la massima utilizzazione degli spazi disponibili per valorizzare ogni memoria funeraria, per lo più di famiglia come di famiglia e protratta ne tempo vi si manifestava la rispettabilità del gruppo: nella visibilità del monumento, nelle sue apparenze, persino nello spazio occupato o circostante di rispetto, opportunamente segnalato da recinti o da indicazioni dimensionali geometriche. Il tutto ben diversamente dalle pratiche rispettose d’oggi per luoghi appartati e fin devotamente rispettosi, ma calato invece di proposito nella vitalità esuberante delle vie di traffico.

Quali caratteri aveva la produzione epigrafica di Mediolanum?
A dire il vero, se di ‘caratteri’ si deve dire e di una specifica area come quella di Mediolanum, sarebbe forse meglio estendere i caratteri a tutti i possibili per una produzione epigrafica che, pur topograficamente circoscritta a Mediolanum, è coinvolta in quel singolare e straordinario fenomeno universale che fu la produzione caleidoscopica dell’epigrafia tutta: universale, perché presente in tutto il mondo imperiale con caratteristiche dovunque simili, caleidoscopica perché tuttavia costituita da innumerevoli esemplari simili appunto ma raramente in copia, originali tutti, come compete ad ogni manufatto, artigianale o artisticamente controllato, se esce da una laboriosa attività manuale.

La coautrice Serena Zoia, cui qui affido il compito di segnalare i casi di maggiore rilevanza documentaria, di recente ha redatto un documentato volume, Mediolanensis mos, Faenza (Fratelli Lega Editore) 2018, pagg. 504, trascegliendo le molte affinità reciproche di una larga produzione locale, che tuttavia non è possibile etichettare sommariamente come milanese (e cioè, come correttamente il titolo riconosce, un’appartenenza ad un mos locale, come propensione a privilegiare certi aspetti, ad applicare una tradizione ma in forma mai ripetitiva, con qualcosa comunque di originale o ma di declinato con libere interpretazioni).

Certo, non è una sorpresa che la categoria epigrafica più rappresentata sia, qui come un po’ dovunque altrove e sempre, quella funeraria, ma con l’avvertenza fondamentale che non di sola memoria mesta debba trattarsi, ma di una testimonianza attualizzata e valorizzata da un intento di conoscenza, di enfatizzazione, di riconoscibilità dell’individuo e del suo gruppo familiare entro la società: non commemorante soltanto dunque, ma piuttosto attivamente promozionale nel contesto della comunità. Le più numerose sono dunque queste epigrafi così finalizzate, ma anche le meglio visibili, in forme preferite, come le stele, che svettano isolate in uno spazio aperto e che si impongono all’attenzione con ogni accorgimento (dimensioni del monumento e dell’iscrizione, aggiunte decorative dalle più semplici geometriche alle più attraenti dei ritratti), o come le lastre che intitolano costruzioni edilizie o basi e supporti di speciale rilievo. Anche se poi le lastre si adattano ovviamente ad ogni altra funzionalità, anche la più nobilitante: se si pensa alle lastre che completano le basi di statue, sempre onorarie e le sole che possano esporsi anche negli spazi pubblici, persino nelle piazze e nei fora, dove espongono solennemente la carriera percorsa dall’onorato o ricordano i suoi meriti nei confronti della comunità, che autorizza l’uso dello spazio pubblico. Storia a sé fa inoltre un’altra categoria di epigrafi di iniziativa individuale ma, come tutte le altre peraltro, di grande valenza pubblica o comunitaria. È quella delle cosiddette epigrafi sacre, che coinvolgono il nome e la devozione verso una o più divinità. Una presenza qui molto numerosa, non tanto o non solo, come si proponeva, per una particolare propensione della popolazione, quanto per una ragione consuetudinaria agevolata da certe disponibilità tecniche. Tenuto conto che la raccolta del Museo di Milano fu alimentata dalle provenienze più varie ma quanto più contigue e che l’area milanese già allora ospitava un numero importante di insediamenti abitativi delle dimensioni più diverse, dagli agglomerati isolati alle stazioni di tappa a villaggi di ogni dimensione anche con qualche velleità di autonomia, si può ben dire che ciascuno di essi si impegnava ad avere qualche testimonianza di culto anche la più semplice, ecco che dovunque, nei presumibili luoghi di residenza ma perfino agli incroci delle vie campestri e poderali si sono rinvenute le presenze più basilari di qualche culto, con la presenza di altari: massicci a sufficienza per reggere alle ‘ingiurie del tempo e degli uomini’ e facilitati dalla presenza in loco di massi erratici di lontana deposizione glaciale, costituiti da rocce di scarso pregio merceologico se non per usi locali appunto, appena squadrati o sommariamente decorati, ma non per questo meno importanti per testimoniare culti della più varia natura (dalle divinità onnipresenti del pantheon romano, come Iuppiter-Giove, a quelle più locali, come le molte Matronae di origine celtica, ma talvolta con incerti attributi vernacoli, quali le indefinibili Matronae Dervonnae). E dunque, anche queste presenze con la massima variabilità, da cui non è davvero facile estrapolare ‘caratteri’ di affinità.

La storia delle epigrafi evidenzia come la loro “vita” non cessasse con l’impiego originario, ma continuava con il loro riuso come materiale architettonico, elemento di arredo o come pezzo di collezione: quali esempi contiene, al riguardo, la raccolta del Museo?
Questa domanda meriterebbe una lunga articolata risposta come numerosi sono stati gli studi in proposito. Delle molte epigrafi della raccolta milanese nessuna proviene da scavo nella sua collocazione originaria, ma tutte vi sono state aggregate nel corso di molti secoli dalle provenienze le più varie. Si pensi che di tutte le epigrafi, cessate le loro funzioni primarie – fuor d’uso insomma – prevalse la loro natura merceologica: non più che blocchi di pietra già squadrati e magari di qualità pregiata, anche esotica: destino spontaneo il reimpiego come elementi decorativi o più semplicemente come materiale edilizio, da costruzione, ancora visibile o immersi brutalmente nel corpo delle strutture: esempi significativi le stele usate come paramenti, ritagliandole, nel Palazzo della Ragione o, ad altezza d’uomo, alla base del campanile di San Satiro, o i frammenti ‘annegati’ nelle fondamenta della ‘Ca’ de Sass’ recuperati a fine XIX secolo. In rari casi veri e propri reimpieghi (tipici i monumenti cavi come i sarcofaghi utilizzati come vasche, di cui lo stravagante Catalogo num. 10 è il più singolare, riconosciutigli almeno sei o sette usi diversi successivi).

Ma da gran tempo ormai (almeno dall’età rinascimentale, ma poi con le ‘mode’ collezionistiche e di arredo antiquario specialmente nel XVIII) alcune godettero sorte migliore: ricercate, raccolte e trasferite in città, anche per via commerciale (significativo il caso delle molte di origine comasca, ma ‘deportate’ dal vescovo Carafini a Cremona, e da qui, detenute dai nobili locali Picenardi, che ne avevano adornato il loro parco, acquistate infine per le raccolte milanesi). Per non dimenticare il caso strampalato del suo, delle pietre provenienti da Osimo presso Ancona, (qui Catalogo num. 235, ma insieme con una grande e splendida base intitolata a Esculapio e Igea), requisite come ‘bottino di guerra’ ben magro: non oro o preziosi, ma 3 tonnellate solo di pietra in faticoso trasferimento fino a Milano, solo per sottrarli a Osimo, dove erano vanto cittadino, da parte del condottiero, milanese appunto, Gian Giacomo Trivulzio alla fine di una guerra pontificia (1487): esposta poi la base sulla pubblica via davanti al palazzo dei Trivulzio, ma infine trasferita nella Biblioteca Ambrosiana per intralcio al traffico. Cui aggiungere altri arrivi i più disparati: alcune pietre da Angera, proprietà dei Borromeo; piccole epigrafi dall’area toscana, acquistate dai collezionisti Ancona e poi cedute (fine XIX secolo); altre recuperate a buon prezzo da un alleggerimento delle raccolte pubbliche di Lodi nel secolo scorso; o l’altare-urna (Catalogo num. 103) acquistato a Roma nel 1950 insieme con (di fatto in sovrappiù) il gruppo michelangiolesco della cosiddetta ‘pietà Rondanini’ di cui era base posticcia (ora non più).

Vita movimentata dunque anche per le epigrafi, previste come testimonianze statiche e durature, ma con loro vicende interessanti e di rilievo documentario e storico anche nei lunghi periodi di conservazione protetta e di salvaguardia.

Per chiudere, verrebbe da dire che delle epigrafi antiche ‘non si butta via niente’: men che meno i frammenti più minuti e apparentemente insignificanti che potrebbero sempre integrare qualche lacuna, ma, come si è appena visto, nulla neppure nella conoscenza delle loro vicende anche più vicine a noi. Perché tutto corrobora a una loro funzione, oggi essenziale, d’essere documenti insostituibili d’ogni momento della loro esistenza.

Quali, tra le centinaia di reperti della raccolta milanese, rivestono la maggiore importanza documentaria?
di Serena Zoia, coautrice: Non ci si deve aspettare di ritrovare sulle epigrafi di Milano i “grandi nomi” della storia romana. Certo, non mancano accenni all’uno o all’altro imperatore – due sono, ad esempio, le epigrafi per Caracalla (nr. 173 e 174) – ma si tratta per lo più di iscrizioni recanti i titoli ufficiali del personaggio che dovevano essere applicate alla base di gruppi statuari dedicati dalla città alla famiglia imperiale di turno. Pochi anche, ed è questa una caratteristica tutta milanese, i personaggi che tentarono una carriera politica nella capitale con il rango di senatori o di cavalieri e che lasciarono una traccia di sé nella loro città d’origine: anche per costoro restano, spesso in condizioni frammentarie, soprattutto epigrafi “in onore” dedicate dai concittadini. Alcune novità spiccano in questo gruppo, per quanto ristretto: un frammento di lastra che ha permesso di ricostruire parte della carriera del senatore (e console nel 31 d.C.) Sextus Teidius Valerius Catullus, appartenente alla famiglia veronese dei Valerii Catulli – quella del poeta Catullo, per intenderci – e forse convolato a nozze con una Terentia Hispulla di Milano (nr. 127); e una base spezzata le cui poche lettere superstiti hanno permesso di riconoscere il nome di Caius Curtius Rufinus, personaggio di rango senatorio che a Milano ricevette l’onore di ben due statue (nr. 336).

Non cambia la situazione neppure con il diventare Milano capitale dell’impero nel 286 d.C.: poche, se non pochissime, le iscrizioni databili con sicurezza a questo arco di tempo; l’unica fornita di una certa “ufficialità”, anche se dimessa nelle forme, è una base – sul piano superiore si notano ancora gli incavi che dovevano alloggiare i piedi di una statua – che riporta il nome dell’imperatore Massimiano, che pose la propria sede a Milano e avviò una serie di importanti iniziative edilizie pubbliche (nr. 175).

Per trovare il vero valore documentario delle epigrafi milanesi bisogna dunque abbandonare la velleità dei “grandi nomi” ed addentrarsi in una folla di personaggi che potremmo dire “minori”, i quali, ognuno con la propria specificità, hanno scelto di consegnare alla pietra le proprie storie, le proprie ambizioni, finanche le proprie frustrazioni. Una sorta di caravanserraglio in cui ai magistrati locali – mai troppo esposti nemmeno loro, come i “big” della politica di cui sopra – si affiancano imprenditori dei più svariati settori, commercianti, veterani che, concluso il servizio militare, diventano vere e proprie autorità locali (come Caius Atilius Mocetius, nr. 249), liberti (cioè ex schiavi) che cercano un po’ di prestigio (l’unico a loro concesso) ricoprendo il sevirato, una sorta di servizio di propaganda, dai risvolti religiosi, a favore dell’imperatore. Ne è esempio un liberto Sextus Magius Licinus, che dedica al proprio patrono (cioè l’ex padrone) una stele funeraria (nr. 65) che li ritrae insieme, mentre si stringono la mano destra: è il simbolo della dextrarum iunctio, a segnalare una cooperazione certamente professionale. Entrambi indossano la toga delle grandi occasioni – non certo l’abito da lavoro – e uno dei due tiene in mano il segno tangibile della loro professione di fabbri, cioè una tenaglia; martello e tenaglia compaiono anche nel timpano della stele, ai lati del simbolo funerario della Medusa. Ecco dunque che l’iscrizione funeraria diventa uno strumento di esposizione di sé e della propria attività, nella quale vengono coinvolti, in una commistione di azienda e famiglia, anche i liberti dello stesso Sextus Magius Licinus, ricordati in fondo all’iscrizione.

É invece di nascita libera, e ci tiene a segnalarlo, Caius Atilius Iustus, di professione sutor caligarius, cioè calzolaio. La sua stele funeraria (nr. 60), accuratamente preparata da lui ancora vivo, lo ritrae seduto al banco di lavoro mentre modella un paio di caligae. La velleità autopromozionale di tale monumento appare ancora più evidente se si pensa che il medesimo tipo di supporto fu scelto da una famiglia ben più importante, quella dei Vettii Bolani (nr. 40), poi assurta al rango senatorio.

Anche il settore tessile, particolarmente fiorente nella Milano romana, non manca di lasciare tracce ben evidenti: un caso particolarmente “felice”, perché una stele qui edita per la prima volta (nr. 28), coinvolge due coniugi dai nomi solo in parte romani (lui è un Caius Calventius, ma figlio di Aunus, lei una Clienta) che vengono rappresentati in una piccola nicchia rettangolare mentre reggono a metà altezza un drappo, intenti verosimilmente a mostrarlo a un potenziale cliente. Particolarmente apprezzabile, anche se non intuibile dalla fotografia in bianco e nero, è anche il cromatismo di questa stele, in un bellissimo marmo di Ornavasso le cui venature nere risaltano su uno sfondo rosa. La stessa particolarità coloristica, che dovette inevitabilmente influenzare la scelta commerciale di lapicida e committente, si ritrova anche sull’altare funerario, oggi esposto nel chiostro del Museo Archeologico, dedicato a uno “straniero”, un negotiator sagarius, cioè un venditore di mantelli, proveniente dalla Gallia Belgica, forse neppure romano a pieno titolo (nr. 83).

Non mancano neppure i personaggi femminili, più spesso codestinatari di epigrafi insieme ai padri e ai mariti, ma talvolta anche committenti delle stesse e capofila dei propri gruppi famigliari. Sembrerebbe questo il caso di Forensia Obsecuens (nr. 62): il suo nome campeggia a grandi lettere in testa all’iscrizione e il suo ritratto spicca in primo piano tra quelli (probabili) del marito e della figlia; in aggiunta a ciò un’ampia nicchia ospita una scenetta aneddotica che rivela la professione della donna: un’insegnante, seduta su un alto seggio, brandisce un frustino in direzione di uno scolaro che porge la mano alla punizione.

Per finire forse un po’ retoricamente, l’impressione che emerge dal volume è che, al di là delle pure schede di un Catalogo, ne affiori o ne emerga o si imponga una presenza fitta, certamente disordinata e confusa, e parziale per le incalcolabili lacune di tante altre testimonianze scomparse nel tempo, di pur sempre tanti individui (473 le epigrafi, ma quasi un migliaio le persone che vi sono nominate) che premono per guadagnarsi il proscenio della storia tutti insieme sommando le tante personali microstorie: come la folla consapevole nel celebre dipinto di Giuseppe Pelizza da Volpedo, il Quarto Stato. Nessuna rivendicazione sociale nel caso nostro, ma sì la rivendicazione di una presenza individuale distinta e riconoscibile, ma agente e vitale solo nella coralità di una comunità coinvolta e intersecata in ogni occasione e per mille motivi.

Antonio Sartori, cavaliere al Merito della R.I., si è occupato ‘da sempre’ di Epigrafia Latina, di cui è stato docente presso l’Università degli Studi di Milano dagli anni ’70 fino al 2011, insieme con alcuni incarichi contemporanei di Storia Romana e di Numismatica. Allestitore di una fortunata esposizione selettiva delle epigrafi milanesi (1994-2000). Incaricato di stage all’estero, merita d’essere segnalato il corso di ‘evangelizzazione’ (proprio il primo) dell’Epigrafia Latina in Giappone (Tokyo, Waseda University e Istituto Italiano di Cultura), da cui la stampa di un manuale di avvio in lingua giapponese. Dopo il congedo, incaricato di Storia Romana nell’Università telematica Uninettuno. Autore di alcuni volumi – fra cui Guida alla sezione epigrafica… di Milano (1994), Gente di sasso (2000), Parlano anche i sassi (2001), Loquentes lapides (2014), Pietre che parlano (2020) e di numerosi contributi specifici, autonomi o a seguito della partecipazione a oltre un centinaio di convegni internazionali (di più di una decina dei quali è stato personalmente l’organizzatore). Accademico dell’Accademia Ambrosiana, svolge tuttora attività di consulenza aperta e volontaria per Enti pubblici e per cultori privati.

Serena Zoia, laureata in Epigrafia Latina con il prof. Antonio Sartori nell’Università degli Studi di Milano, nel 2015 ha conseguito un dottorato in Storia presso l’Università di Bologna. Si è concentrata prevalentemente sullo studio dell’epigrafia milanese, cui ha dedicato il volume Mediolanensis mos. L’officina epigrafica di Milano (2018) e ha partecipato alla redazione di Pietre che vivono (2020); ha inoltre curato l’inserimento online del patrimonio epigrafico delle città di Milano e Como nell’Epigraphic Database Roma (www.edr-edr.it). Attualmente è docente di ruolo presso il Liceo Classico “Marie Curie” di Meda (MB).

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