“Piattaforme e partecipazione politica” di Marco Deseriis

Prof. Marco Deseriis, Lei è autore del libro Piattaforme e partecipazione politica, edito da Mondadori Università: che ruolo hanno assunto le piattaforme digitali – assieme ai social media – nelle società contemporanee?
Piattaforme e partecipazione politica, Marco DeseriisLa premessa del libro è che le piattaforme digitali hanno assunto un ruolo talmente centrale nella nostra società da essere oggi indispensabili per il governo della società stessa. Questo potere delle piattaforme è evidente dall’espandersi del campo semantico del termine piattaforma, che oggi utilizziamo per riferirci ai social media del gruppo Meta e a una megamacchina della logistica come Amazon, a giganti del cloud e della ricerca come Google e Microsoft e a piattaforme della cosiddetta sharing economy come Airbnb ed Uber. Il libro parte dalla constatazione che le piattaforme hanno assunto oggi una posizione dominante in interi settori dell’economia sfruttando da un lato dei vuoti normativi e dall’altro il favore dei consumatori. Solo in anni recenti la classe politica dei paesi occidentali ha iniziato a dimostrare di voler prendere sul serio la questione della loro regolamentazione. Direttive europee come la Gdpr e il Digital Services Act, la nomina di Lina Khan alla direzione della Federal Trade Commission americana e le cause Antitrust contro Google intentate dalla Commissione Europea e dal Dipartimento della Giustizia statunitense dimostrano che nel complesso i governi occidentali sono sempre più intenzionati a ridurre lo strapotere di Big Tech.

D’altra parte, tuttavia, non bisogna dimenticare che gli Stati e la classe politica dipendono dalle piattaforme per almeno due ordini di ragioni. In primo luogo, le piattaforme forniscono servizi essenziali per il funzionamento dell’infrastruttura pubblica di molti paesi. Basti pensare all’ubiquità dei servizi di posta elettronica e di cloud offerti da Google e Microsoft alla pubblica amministrazione. O al fatto che Facebook fornisca connettività a diversi paesi in Africa e nel Sud-Est asiatico. O ancora al fatto che piattaforme come Facebook e Twitter siano arrivate a sospendere gli account dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, un evento quest’ultimo che simbolizza un vero e proprio rovesciamento dei rapporti di forza tra potere politico e media, visto che storicamente sono i governi a censurare i media e non viceversa. In secondo luogo, le piattaforme, e qui il caso dei social media è emblematico, sono sempre più centrali nei processi di formazione dell’opinione pubblica e del consenso politico. Anche la società civile, dai partiti alle Ong ai movimenti sociali, si serve dei social per comunicare e influenzare l’agenda politica dei governi. In questo senso, pur presentandosi come vettori della disintermediazione, le piattaforme sono divenute nel tempo dei nuovi potenti intermediari, creando una sfera comunicativa di massa, e quindi necessariamente pubblica, sulle cui norme comunicative esercitano però un controllo pressoché esclusivo.

Le piattaforme possano contribuire a risolvere la crisi della rappresentanza politica?
Il fatto che i social media siano utilizzati dalle istituzioni e dai cittadini comuni crea sulla carta delle condizioni favorevoli per il dialogo tra governanti e governati. E in effetti, diversi studiosi della comunicazione politica, soprattutto nei paesi anglosassoni, ipotizzarono a suo tempo che i social avrebbero potuto avvicinare cittadine e cittadini ai governi democratici. Ma come sappiamo l’evoluzione storica della sfera pubblica dei social ha smentito questa ipotesi. Non vi è dubbio infatti che nelle ultime due decadi la crisi della democrazia rappresentativa, i cui arbori risalgono all’inizio degli anni Settanta, si sia approfondita. Il fatto che la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche sia cresciuta di pari passo al diffondersi dei social è un dato che deve far riflettere. Certamente, non bisogna confondere una correlazione con un rapporto di causa-effetto. Negli stessi anni, il mondo vedeva il dispiegarsi della crisi finanziaria globale del 2008, la pandemia da Covid-19, l’avanzare inesorabile della crisi climatica e il ritorno della guerra in Europa e Medio Oriente. Tutti questi fattori hanno avuto e continuano ad avere un ruolo primario nella percezione negativa che i cittadini hanno dei propri gruppi dirigenti.

Tuttavia, i social hanno contribuito ad amplificare questa sfiducia, esacerbando la polarizzazione politica e la frammentazione della sfera pubblica. La nota tesi delle bolle di filtraggio dei social, e di come queste contribuiscano a rafforzare le identità sociali e politiche, è oramai piuttosto consolidata nella letteratura scientifica e nel senso comune. Quello che è forse meno noto è che i social sono progettati per rendere i propri utenti psicologicamente dipendenti dal loro utilizzo. E che lungi dall’essere neutra la gamificazione dell’interazione sociale (basata, in ultima analisi, sugli esperimenti di Skinner sul condizionamento operante) finisce inevitabilmente per produrre un tipo di individuo che comunica per conseguire, in primo luogo, approvazione e successo personale e solo secondariamente il bene comune. Insomma, la crescente individualizzazione o, per dirla con Éric Sadin, sferizzazione della vita sociale e politica, sono fenomeni immaginabili solo a partire dal tipo di relazioni sociotecniche facilitate dai social.

La rappresentanza però richiede necessariamente una sintesi delle molteplici bolle e sfere personali. E su questo fronte le piattaforme commerciali hanno ben poco da offrire. Al contempo, esistono piattaforme specializzate nel facilitare la partecipazione democratica, la cui funzione è proprio quella di convertire l’opinione in dibattito e decisione collettiva. Tuttavia, è bene ricordare che piattaforme come Rousseau, Decidim, Polis e Liquidfeedback hanno platee di utenti molto più ristrette di quelle delle piattaforme commerciali. Inoltre, a un loro utilizzo più ampio e costante nel tempo dovrebbe corrispondere anche una trasformazione delle istituzioni rappresentative. Queste però rimangono ancorate al modello liberale, basato sull’autonomia della classe politica e su un input del corpo sociale limitato essenzialmente al momento elettorale. Nel capitolo dedicato alla democrazia liquida analizzo un modello emergente di rappresentanza che, pur non essendo privo di contraddizioni, prova ad andare oltre quello della democrazia liberale. Nel complesso, quindi, la tesi del libro è che le piattaforme approfondiscono la crisi della rappresentanza, ma indicano anche dei possibili percorsi per provare a superarla.

Quali sono i casi più significativi di partiti e movimenti «piattaformizzati» e cosa ci insegnano?
Prima di citare alcuni casi, vorrei chiarire cosa intendo per partiti e movimenti «piattaformizzati». Parliamo di attori politici che non si limitano a utilizzare i social per comunicare pubblicamente, ma la cui organizzazione dipende in larga parte dall’esistenza delle piattaforme. In altri termini, le piattaforme digitali hanno facilitato in questi anni la nascita di organizzazioni che sarebbero altrimenti strutturate in modo completamente diverso.

Detto questo, su fronte dei partiti distinguo due tipologie di «partiti digitali»: i partiti che modellano la propria organizzazione sulla struttura decentralizzata della rete, come i Partiti Pirata; e i partiti che gestiscono le piattaforme in modo centralizzato, gestione che si abbina spesso alla presenza di un leader carismatico. In questa seconda tipologia rientrano partiti come il Movimento 5 Stelle, la France Insoumise e Podemos. Al di là di queste differenze i partiti digitali, un termine coniato da Paolo Gerbaudo, sono nel complesso rilevanti perché costituiscono un tentativo di superare la crisi della forma partito tramite l’introduzione di elementi di democrazia diretta e partecipativa. Anche questa operazione, tuttavia, non si è dimostrata priva di contraddizioni. Nel caso dei partiti populisti di sinistra come il Movimento 5 Stelle e Podemos, le consultazioni referendarie della base sono state spesso utilizzate per legittimare e rafforzare la linea delle rispettive segreterie di partito. Nel caso dei Partiti Pirata, come il Partito Pirata tedesco, la forte autonomia della base e degli iscritti a livello locale ha posto il problema di come gestire il rapporto tra leadership elettiva e una leadership informale, legittimata dai processi di partecipazione digitale.

Sul fronte dei movimenti, l’ultima decade ha conosciuto un vero e proprio boom di movimenti transnazionali piattaformizzati, da Occupy a Black Lives Matter, da Fridays for Future ai recenti movimenti di solidarietà con la causa palestinese. Nel complesso, le piattaforme hanno facilitato la diffusione di questi movimenti da due punti di vista: li hanno resi più visibili e li hanno resi più «organizzabili». Con questo intendo dire che la molteplicità delle affordance comunicative messe a disposizione dalle diverse piattaforme sta facilitando, come nel caso dei partiti digitali, la nascita di nuove tipologie di organizzazione. Ad esempio, un movimento transnazionale come Fridays for Future abbina spesso la partecipazione informale e volontaria a processi organizzativi più formalizzati e strutturati. Tutto ciò non significa che momenti centrali dell’attivismo politico come le assemblee in presenza e le manifestazioni di piazza scompaiano. Ma nel digitalizzarsi i processi organizzativi assumono una fisionomia più complessa, scalabile e stratificata. Le piattaforme consentono infatti a singoli attivisti, reti di affinità, collettivi, associazioni, partiti e sindacati – in breve all’insieme degli attori che compongono un movimento – di assumere diverse «funzioni di leadership» all’interno di un’ecologia organizzativa più ampia. Insomma, nell’abbassare i costi della comunicazione di gruppo, le piattaforme aumentano il numero degli attori interconnessi, i quali dispongono di un’ampia gamma di strumenti deliberativi per assumere decisioni comuni, selezionare i propri portavoce, suddividere il lavoro politico e via dicendo.

Quali sono i limiti della democrazia digitale 2.0?
Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto capire cosa intendiamo per democrazia digitale 2.0. L’espressione viene di solito utilizzata per far riferimento alla democrazia informale di massa facilitata dall’emergere dei social, la quale si basa sulla misurazione delle preferenze espresse dagli utenti secondo il principio del «un like, un voto». È tuttavia evidente che i social non sono progettati per facilitare dibattiti strutturati né, tanto meno, per facilitare l’assunzione di decisioni comuni. Sicuramente, le piattaforme per la partecipazione democratica appena citate hanno il vantaggio di essere pensate per facilitare l’assunzione di decisioni collettive. In teoria, quindi queste due tipologie di piattaforme potrebbero essere impiegate in modo sequenziale: i dibattiti che si sviluppano sul web sociale potrebbero essere incanalati verso decisioni supportate da piattaforme specializzate nel voto.

In pratica però questo nesso è pressoché inesistente, per almeno due motivi. In primo luogo, poiché i dibattiti sui social sono frammentati nelle reti sociali di ciascun utente, è difficile incanalare un dibattito verso una decisione collettiva. Riflettendo le relazioni di ciascun utente, le discussioni dei social non hanno per definizione un carattere generale e non possono quindi sfociare in decisioni comuni. L’allarme sociale sulle fake news, la disinformazione e la manipolazione dell’opinione pubblica emerge infatti a partire dalle relazioni sociali sferizzate di cui parla Sadin, relazioni in cui il bisogno di rafforzare socialmente le proprie convinzioni crea una nuova domanda di informazioni che confermino l’identità di gruppo, a prescindere dalla loro veridicità.

In secondo luogo, come osservato, il numero di persone registrate sulle piattaforme per la partecipazione democratica è molto inferiore al numero degli utenti dei social media. Ovviamente, anche questa discrasia non è accidentale. I social media godono di un alto livello di popolarità perché la loro funzione è primariamente espressiva, e quindi in grado di facilitare una vasta gamma di comportamenti sociali. Per contro le piattaforme democratiche sono specializzate nel supportare l’attività politica, che è solo una delle attività del corpo sociale. In questo senso si potrebbe dire che mentre le piattaforme commerciali sono fortemente inclusive esse rimangono inconcludenti, nella misura in cui non forniscono strumenti per giungere a decisioni collettive. Per contro, mentre le piattaforme per la partecipazione democratica sono decisive – o, più precisamente, decisionali – esse rimangono esclusive nella misura in cui garantiscono l’accesso a platee circoscritte di aventi diritto.

In questo senso, il limite principale della democrazia digitale 2.0 è che questa non è ancora riuscita a chiudere lo iato tra queste due dimensioni. Certamente, non è compito delle piattaforme commerciali chiuderlo. Dal mio punto di vista, un uso veramente efficace e inclusivo delle piattaforme per la partecipazione politica richiede ingenti investimenti pubblici nell’infrastruttura atta a facilitare la partecipazione. Alcuni piccoli paesi come l’Estonia, l’Islanda e Taiwan hanno fatto dei passi significativi in questa direzione. Ma in generale l’aspettativa dei governi è che la democrazia digitale sia in grado di sostenersi soprattutto tramite l’iniziativa privata. Vi è tuttavia una contraddizione di fondo in questa aspettativa, specialmente per quel che riguarda la gestione dei dati. Al momento, il modello di business prevalente nell’economia digitale vuole che i dati siano l’asset più importante di un’azienda. Pensare che la proprietà privata dei dati possa essere riconciliata con i requisiti associati alla necessaria protezione dei dati personali associati alle preferenze politiche dei cittadini, è un’illusione. I due modelli sono separati e devono rimanere tali, proprio come lo è scegliere un prodotto ed esprimere una preferenza politica. Sia chiaro, con poche eccezioni, le aziende che forniscono software per la partecipazione democratica non gestiscono direttamente i dati dei partecipanti alle consultazioni digitali. Ma proprio per questo motivo, in un’economia in cui i dati sono un bene centrale, queste aziende non potranno mai raggiungere dimensioni di rilievo. Questo significa che se i governi vogliono investire nella partecipazione digitale devono farlo investendo in infrastrutture pubbliche di data center e di altri servizi di base, come in passato hanno investito nella rete elettrica, nelle ferrovie e nelle prime reti di telecomunicazione. La democrazia digitale 2.0 potrà evolvere verso la fase successiva solo quando i governi inizieranno a vederla come parte integrante della propria infrastruttura e non come un aspetto ancillare della stessa.

Marco Deseriis è professore associato presso la Scuola Normale Superiore, dove insegna Sociologia dei media, della cultura e della comunicazione. È autore dei saggi Improper Names: Collective Pseudonyms from the Luddites to Anonymous (University of Minnesota Press, 2015) e Net.Art: L’arte della connessione (Shake, 2008), scritto con Giuseppe Marano.