“Petrolio” di Pier Paolo Pasolini

Petrolio, Pier Paolo PasoliniPetrolio è l’«ultimo romanzo a noi noto dello scrittore e regista italiano Pier Paolo Pasolini (1922-1975), steso nel quadriennio 1972-1975 e pubblicato postumo da Einaudi nel 1992. Si tratta di un brogliaccio programmaticamente inconcluso che consta di 133 “Appunti”, disposti in due rubriche o parti intrecciate: “Mistero” e “Progetto”. La prima incline al discorso allegorico; la seconda dedita al ragionamento diretto, per un’urgenza didattica volta a una ricognizione globale della realtà contemporanea. Corpi narrativi di minore estensione (racconti, abbozzi, calchi d’autore) si insinuano poi tra queste malcerte campiture; e, ancora, note critiche e ‘filologiche’ a piè di pagina; riflessioni metadiscorsive sul modello del “work in progress”; ripetuti e ironici appelli al lettore, che alla maniera sterniana viene sistematicamente deluso nelle sue attese romanzesche.

Al centro di una narrazione tanto impervia, c’è il personaggio di Carlo Valletti, piccolo borghese trentenne, intellettuale di formazione tecnica. È lui a portare nel testo – già bipartito in senso macrostrutturale – la scissione schizomorfica, sdoppiandosi da un lato in Carlo I (o di Polis), esempio di un utilitarismo asservito al Potere; dall’altro in Carlo II (o di Tetis, o Karl), emblema di un puro istinto, di una libido che richiama ai primordi dell’Io (e con ulteriori trapassi di genere, da maschio a femmina e viceversa).

Una vera trama non è prevista: Petrolio è da intendersi come “un vasto e profondo fronte lavico” che cresce su se stesso con immediatezza espressiva. E tuttavia un tema dominante affiora, carissimo alla sensibilità dell’Autore: quello del crescente imbarbarimento del mondo sotto la spinta del neocapitalismo omologatore. Un tema dispiegato con cupezza onirica e apocalittica tramite un’escursione a vastissimo raggio: Italia contadina e urbano-industriale, Africa, Asia, classicità greco-latina, patristica cristiana, Medioevo. Né mancano collegamenti espliciti con la cronaca politica degli anni Sessanta e Settanta, segnata dall’ascesa e dalla caduta dell’ENI di Enrico Mattei (qui esemplato nel personaggio di Bonocore, poi di Troya), e dal dispiegarsi di una strategia stragista, a cui partecipa il protagonista, Carlo, e che l’Autore vuole distinta in due fasi: la prima a carico dei neofascisti dell’MSI – così da contrastare l’avanzata delle sinistre -, la seconda organizzata direttamente dal Potere, per ridimensionare il ruolo che lo stesso MSI viene assumendo. Nell’insieme, e con dicitura profetica, l’Autore intende deprecare le sorti del Moderno, approdato a una massificazione su scala planetaria, capace di neutralizzare ogni alterità non borghese nel nome dell’edonismo consumista.

Una modernità di massa oltretutto insidiata dalle turbolenze dei mercati petroliferi manifestatesi nell’inverno 1974-1975 (“austerity”, razionamento elettrico). Qui andrebbe collocata una “crisi cosmica”, discrimine incerto tra un nuovo inizio e una più probabile chiusura dei tempi. Con la sua linearità progrediente verso la catastrofe, il Moderno non lascia scampo; e d’altra parte il volgersi pasoliniano alle civiltà trascorse, alle culture rurali, alonate di sacertà e di energia vitale sempre rinnovantesi, si traduce in un costante impulso di morte. Nei modi di un’opera sperimentale, tendente alla prosasticità informe, Petrolio sconta così la sua “impasse” orgogliosa e persino sprezzante.»

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