“Perché tanta poesia d’amore. Dai trovatori a Marino” di Paolo Cherchi

Perché tanta poesia d'amore. Dai trovatori a Marino, Paolo CherchiPerché tanta poesia d’amore. Dai trovatori a Marino
di Paolo Cherchi
UnicaPress

Prof. Cherchi, il suo titolo pone una domanda che ci coglie di sorpresa e siamo contenti prima di tutto che se la ponga e che poi, sono sicuro, risponda in modo altrettanto sorprendente.
Grazie, dott. Caruso, e vedo che ha colto subito un aspetto importante del libro. Ed è la domanda stessa che nessuno si pone perché il fenomeno ci sta costantemente sotto gli occhi, e come nei Problemata di Aristotele, le cose più comuni non si problematizzano. Ad esempio, nessuno si chiede perché si arrossisca quando si sente vergogna o perché le dita non siano tutte della stessa lunghezza. All’origine della mia ricerca sta proprio una domanda del genere: nella letteratura italiana, in quella dei secoli anteriori al Seicento, la poesia d’amore costituisce un tema così dominante da aver generato l’idea estremamente diffusa che la poesia in generale canti soprattutto temi amorosi. Il che sarà vero per l’Italia ma non per le culture cugine, come la francese e la spagnola, dove la poesia d’amore ha una vita molto meno duratura e certamente meno visibile. Mi pare allora che sia giusto chiedersi il perché da noi la produzione di poesia amorosa prevalga di gran lunga su tutte le altre.

Da quanto dice posso dedurre che il fenomeno e il tema del libro riguardi l’Italia e non anche il mondo classico, che è spesso oggetto delle sue ricerche.
Giusto. La poesia d’amore era certo presente nel mondo antico, sia romano che greco, ma non è un tema privilegiato e tanto meno esclusivo. I primi poeti a cantare quasi solo d’amore furono i trovatori provenzali, e lo fecero in modo che fu determinante per lo sviluppo della poesia amorosa. La sua grande novità fu quella di legare l’amore alla morale, e questo da una parte legittimò il tema dell’amore per una donna, e dall’altra gli impose delle modalità che assicurarono alla poesia d’amore una grande fortuna. In essenza i trovatori fingevano di cantare in pubblico l’amore per una donna inarrivabile e fingevano anche di tenere segreto quest’amore per non danneggiare la reputazione dell’amata, e cantavano anche la tensione nel diventare “migliori” per meritare l’amore della donna. Questa tensione trasformava la natura in cultura, precisamente nella cultura della “cortesia” che caratterizzò la poesia dei trovatori che si diffuse nell’Europa romanza e anche in quella germanica grazie ai Minnesänger. L’amore dei trovatori era dunque molto diverso da quello dei poeti latini come Catullo e anche Ovidio, che era un amore “erotico” senza alcuna remora morale o sociale.

E questo legame dell’amore con l’etica, fu mantenuto anche nelle culture che imitarono i trovatori?
Certamente in Italia e per molti secoli, mentre in Francia e in Spagna ebbe una vita più breve, per motivi che non possiamo illustrare in questa sede: basterà solo dire che in Francia il Roman de la Rose non lasciò dubbi che l’amore fosse un fatto primariamente sessuale e così risulta dalla conquista della “rose” che è simbolicamente il sesso femminile; in Spagna El libro de buen amor di Juan Ruiz dissipò anch’esso quell’alta giustificazione morale dell’amore erotico. In Italia invece questo legame fu accolto e celebrato ma anche modificato profondamente e in questo, secondo la tesi del mio libro, la l’amore rimase uno dei magnalia, come diceva Dante, ossia uno dei grandi temi della poesia.

Un chiarimento: in Italia come e quanto era conosciuta la produzione lirica dei trovatori?
Erano conosciutissimi e molti dei nostri primi poeti scrissero in provenzale: ricordiamo soltanto Sordello da Goito che poetò quasi esclusivamente in provenzale, o molti altri come Bonifacio Calvo, Lambertino Buvalelli o Luchetto Gattilusio, oggi noti solo agli specialisti; e in Italia si scrisse la prima grammatica della lingua provenzale. Si ricordi che l’ultimo dei trovatori, Giraut Riquier morì nel 1296 quando Dante stava scrivendo la Vita nuova.

Cosa avvenne fra gli imitatori italiani?
I primi imitatori furono i poeti della scuola siciliana, poeti che erano erano “trovatori” e non musicavano le loro poesie, ma erano grandi funzionari della Corte imperiale. Essi ripresero i temi della donna irraggiungibile, ma accentuarono la dimensione della “segretezza” tenuta nel cuore, e con la conseguente scoperta della “fisiologia” e della “psicologia” che porta a vedere la funzione dell’eros sull’immaginazione e sulle funzioni dell’anima o delle funzioni cognitive. E fu un punto di partenza ricco di grandi conseguenze. Nel mondo detto “tosco-emiliano” Guittone d’Arezzo nega che l’amore spinga alla virtù, e anzi sottolinea che esso ostacoli la moralità. Viene quindi l’estensione del tema in campo filosofico, prima con Guinizzelli che lega l’amore alla rivelazione del divino, e poi con Cavalcanti che accentua la dimensione fisiologica e filosofica dell’amore evidenziandone la forza distruggitrice. Segue Dante che fa dell’amore una scala verso la salvezza eterna. Sono tutti passaggi complessi e che non posso chiarire in questa sede. Ma è chiaro che il tema dell’amore ha invaso il mondo delle discipline alle quali si chiede una spiegazione del fenomeno erotico e del suo legame con il mondo morale.

Ci può dare almeno un’idea di come procede ad illustrare questo evolversi del tema?
Il libro è scandito in capitoli aventi per tema centrale un autore significativo in questa storia. Ogni capitolo, oltre ad illustrare le diverse teorie dall’amore avanzata da diversi poeti o scuole, appongo delle “postille” intese a delucidare alcuni punti che servono a “contestualizzare” l’argomento. Il libro, in fondo, è nato con un’intenzione “pedagogica” per spiegare agli studenti il “perché l’Italia abbia tanta poesia d’amore”. E mi pare che gli studenti, ma spesso anche i loro insegnanti, non abbiano informazioni sufficienti per spiegare questo fenomeno. Ad esempio: quando si parla di fisiologia e di psicologia, normalmente non si spende una parola per spiegare come la scienza medica vedeva il fenomeno dell’innamoramento, o la cosiddetta “malattia d’amore”. Pochi dei nostri insegnanti sanno cosa sia la scuola salernitana di medicina e quanto i medici si siano soffermati sul tema dell’amore. Pochi sanno della “scienza della luce” che ha un ruolo cosi’ fondamentale nei poeti del Dolce stil novo. E pochi sanno che il tanto declamato De amore di Andrea Capellano sia un trattato diretto a smantellare le supposte funzioni “morali” dell’amore. Le “postille” aggiunte ad ogni capitolo hanno questa funzione. E sono magari postille su cosa sia la “intenzione” in Cavalcanti, e cosa sia “la virtù” in Dante, nozioni che spesso si danno per scontate ma che di fatto possono mettere in imbarazzo i nostri insegnanti di liceo.

Continuando la storia dell’amore che il suo libro ricostruisce, mi pare che con Dante e la sua nozione di “salvezza eterna” si chiuda la storia. Che altro succede?
Enfin Pétrarque vint, potremmo dire parafrasando Boileau. Con Petrarca riparte la poesia d’amore destinata a dominare per secoli la nostra letteratura. Petrarca inventa la forma del “canzoniere”, cioè una ricostruzione della propria vita vista attraverso i suoi componimenti poetici. È una vita costruita come se fosse un grande “esercizio spirituale”, un processo da intendere nei termini proposti da Pierre Hadot, cioè un meditare e filosofare non per risolvere problemi di metafisica o di altra natura, ma per diventare “saggi”, come facevano i filosofi dell’età ellenistica. È un esercizio che “eroicizza” il protagonista, che nel caso di Petrarca certamente raggiunge la saggezza ma egli è anche consapevole che esiste qualcosa di più permanente dell’amore terreno e dell’amore della gloria letteraria, e questa è la salvezza eterna. E da tale consapevolezza nasce tutta il dramma della vita dei Petrarca, il suo “eroico” sforzo di superare gli amori terreni per quanto nobili e belli essi possano essere. Spiegano bene questo dramma i temi delle “postille” incentrati sulla “coscienza”, sulla “volontà” e sull’esercizio spirituale, che sono i veri fulcri del dramma petrarchesco, e sono tutti di origine “agostiniana” e non universitaria come accade per gli altri poeti. L’amore si lega ora a questa tensione eroica che punta alla conoscenza di se stessi, alla conquista della propria interiorità e quindi anche della salvezza eterna.

Questo nuovo modo di intendere la funzione della poesia d’amore come dimostra la sua vitalità nel Quattrocento, il “secolo senza poesia”?
Nel Quattrocento fiorisce la poesia “cortigiana”, e il modello-Petrarca persiste ma si limita alla “Fama”, cioè la laura-laurea-alloro petrarcheschi. Spiccano poeti come Boiardo e Cariteo e Sannazano, esponenti delle grandi “corti” dell’Italia settentrionale e meridionale, mentre vaca la zona della Toscana, dove Petrarca non sembra avere gran seguito. Ma proprio quel vuoto favorisce l’avvento dell’amore neo-platonico e quindi la nuova auge di Petrarca promossa dai Ficino e quindi da Bembo. Nasce così il fenomeno del “petrarchismo” che conquista l’intera Europa. L’eroismo degli amanti trova il suo nutrimento nella visione del Bene-Bello che eleva l’uomo alle sue origini iperuraniche.

Come si va oltre questa fase?
Con il tempo, dopo tanto “amore astratto”, si ritorna gradualmente in terra. Autori come Mario Equicola e poi Agostino Nifo riportano l’eros alla sua dignità riconoscendogli una funzione naturale e anche sociale, a scapito di quella “spirituale” ma senza scadere mai nella volgarità. La vita erotica ha pur sempre le sue leggi che non sono più di natura morale ma igieniche e sociali. Ha nuovi sostenitori come Benedetto Varchi e perfino poeti come Tasso. Infine la “canzone dei baci” di Marino rappresenta un voltar pagina e l’amore erotico ritorna in primo piano. L’Adone di Marino è il poema più lungo della letteratura italiana, e ha per soggetto l’amore venereo, l’amore di Venere per il bell’Adone. Vediamo che il paradigma è mutato: non più l’amore che si lega alla morale, ma l’amore che si lega all’estetica. L’ultima “postilla” del libro è dedicata al “bacio erotico”, diversissimo dal “bacio spirituale” di cui parlano i Bembo e i Castiglione. Il libro ha un’appendice dedicata alla storia della gelosia, compagna indispensabile dell’amore venereo.

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