Professor Felice, Lei è autore del libro Perché il Sud è rimasto indietro, pubblicato per i tipi del Mulino: perché il Sud è rimasto indietro?
Perché il Sud è rimasto indietro Emanuele FeliceIn sostanza per gli stessi motivi che a suo tempo erano stati individuati già da Salvemini e, in parte, anche da Gramsci. Quelle ragioni – l’assetto estrattivo delle istituzioni e un analogo orientamento delle classi dirigenti – vengono qui attualizzate alla luce di due elementi nuovi. Primo, un ampio quadro quantitativo, frutto di un lavoro di ricostruzione durato un decennio, che va dal reddito agli indicatori sociali, all’istruzione e alla speranza di vita e all’Indice di sviluppo umano, e parte dall’Unità d’Italia e arriva fino ai nostri giorni; e tenendo conto che ovviamente nel frattempo le stelle classi dirigenti sono cambiate, dagli agrari dell’epoca di Salvemini e Gramsci (fra Otto e Novecento) ai mediatori politici di epoca repubblicana. L’altra novità è il collegamento alla letteratura internazionale sui divari di sviluppo fra paesi e regioni, i lavori di Acemoglu e Robinson ad esempio, che negli ultimi decenni si è affermata su scala internazionale, e grazie alla quale, in fondo, è oggi possibile, e doveroso, guardare al Sud Italia “come un qualunque Sud del mondo”: vale a dire con quello sguardo lucido e comparativo che affina l’analisi, scevro di presunzioni (e leggende) localistiche.

Cosa si intende per modernizzazione passiva del Mezzogiorno?
La modernizzazione passiva è una categoria proposta dallo storico Luciano Cafagna alla fine degli anni Ottanta, a indicare come il Mezzogiorno, allora come oggi, sia sì progredito a partire dall’Unità, ma senza un pieno coinvolgimento, di tipo «attivo», delle sue classi dirigenti – a livello imprenditoriale, politico, sociale. Le classi dirigenti accettano la sfida della modernizzazione (la sfida duale che proviene dalla rivoluzione economica inglese e dalla rivoluzione politica francese) solo fintanto che questa non mette in discussione i loro interessi pre-costituiti, cioè i loro privilegi. E pertanto la modernizzazione, dall’esterno, tende a fare maggiori progressi in quelle dimensioni, come la speranza di vita, che si trasformano senza provocare scossoni nei rapporti di forza.
I dati raccolti e discussi nel libro, dalla speranza di vita all’istruzione al PIL, confermano appunto una crescita del Mezzogiorno; nel caso della speranza di vita e (con più lentezza e in modo parziale) dell’istruzione, anche una convergenza sul Centro-Nord: senza però che si sia modificato l’assetto socio-istituzionale estrattivo di questo territorio e, pertanto, in modo insufficiente e fragile (facilmente soggetto a subire le conseguenze di una crisi internazionale, per esempio).

Il divario tra Nord e Sud del Paese esisteva già all’Unità d’Italia: quali le ragioni storiche profonde?
Esisteva, ma aveva forme diverse: vi erano grandi differenze nelle cosiddette pre-condizioni dello sviluppo (istruzione, infrastrutture, istituzioni politiche ed economiche), a favore del Nord (che difatti poi si svilupperà per primo e in modo «attivo»). Inoltre nel Sud vi era una maggiore disuguaglianza fra ricchi e poveri, che pure si legava a doppio filo con l’assetto socio-istituzionale di questo territorio. Di contro, sul piano economico i divari di PIL, pur presenti, a quel che ne sappiamo erano relativamente contenuti (ma del resto allora tutta l’Italia appariva povera, il reddito medio essendo meno di un tredicesimo di quello attuale). Alcune ragioni storiche di questa divaricazione risalgono al tardo medioevo o all’età moderna; nulla di irrimediabile però, a quel tempo (tanto più che nel Seicento anche il Nord Italia era regredito dagli splendori del Rinascimento). Le ragioni più cogenti, invece, e senza alcun dubbio, si sono prodotte fra metà Settecento e metà Ottocento, quando in diversi stati del Nord si sono realizzate importanti riforme che hanno creato, appunto, le «pre-condizioni dello sviluppo» (in agricoltura, nell’istruzione pubblica, nell’ordinamento politico); riforme che invece nel Sud, per un complesso di vicende storiche e anche un po’ di sfortuna, si sono quasi tutte arenate.

Perché la mafia non è stata sconfitta?
La mafia era legata a doppio filo alle classi dirigenti siciliane, dalla «borghesia abortita» su fino ai grandi latifondisti – i veri padroni dell’isola. E lo Stato italiano non ha mai attaccato i privilegi dei grandi latifondisti, che sostenevano i governi liberali come anche il fascismo. Questa è la ragione per cui la mafia non è mai stata veramente sconfitta (nemmeno durante la dittatura, che pure le diede un duro colpo ma non volle scalfirne i veri vertici), a differenza della Camorra storica, che invece fu interamente sconfitta nella tarda età liberale – proprio perché non godeva di altrettanto unanime consenso fra le classi dirigenti e l’opinione pubblica campane. Con la Repubblica, dalla ricostituita mafia siciliana sono sorte o risorte per gemmazione anche le altre organizzazioni criminali, che presto poi si sono rese autonome. Tutte hanno subito cercato un legame con il potere politico, che non hanno fatto fatica a trovare grazie al voto clientelare (e un certo consenso popolare, nel contesto socio-istituzionale di quelle regioni). Lì era la loro forza e da lì passa, ancora oggi, la strategia per sconfiggerle – che peraltro, avendo chiari questi nessi, è un obiettivo perfettamente realistico.

Da sempre si indica il turismo come possibile volano di sviluppo economico per il Mezzogiorno: su quali basi, a Suo avviso, è possibile immaginare lo sviluppo del Sud Italia?
Il turismo è certo utile e importante, ma non basta. Il Mezzogiorno fa venti milioni di abitanti, due volte la Grecia. Ci vogliono l’industria, l’innovazione; e ci vogliono infrastrutture adeguate. Per questo è necessario che la politica nazionale e anche europea faccia la sua parte e che le istituzioni locali non vengano lasciate sole; anzi, che vengano supportate e dove necessario orientate. Se questo è il quadro, negli ultimi decenni si è sbagliato tutto, con l’autonomia e il ritiro dello Stato nazionale: e infatti il Sud ha continuato a rimanere indietro, confermandosi come la più grande area sottosviluppata di tutto l’Occidente. Ma a onor del vero, negli ultimissimi tempi si nota finalmente un’inversione di rotta, con qualche segnale positivo (nel PIL, nelle politiche nazionali ed europee messe in campo, ad esempio con le Zone economiche speciali): occorre dedicare a questi sforzi la massima attenzione perché – anche per l’emorragia demografica di cui soffre il Mezzogiorno – ho l’impressione che siamo davvero all’ultima chiamata.