“Perché studiare il populismo argentino” di Pasquale Serra

Prof. Pasquale Serra, Lei è autore del libro Perché studiare il populismo argentino, edito da Rogas: che rapporto esiste tra il pensiero politico europeo e il populismo argentino?
Perché studiare il populismo argentino, Pasquale SerraDirei che, nella mia ricostruzione, il rapporto tra il pensiero politico europeo e il populismo argentino si configura come un rapporto molto complesso, o almeno duplice, come si potrebbe anche dire, perché riguarda sia la critica del modo, tutto sommato negativo o deformante, come il pensiero politico europeo si rapporta normalmente con il populismo argentino (un vero e proprio desencuentro), sia la necessità, per il pensiero politico europeo, di istituire, invece, una tale relazione, perché, come vedremo più avanti, il populismo argentino, ed è questa la tesi centrale del libro, parla direttamente alla crisi della democrazia europea, ed è in un rapporto inestricabile con essa. Il che non significa assolutamente riproporre qui il populismo argentino come un modello positivo per l’Europa, ma soltanto spingere l’Europa e il suo pensiero politico a confrontarsi con esso, a non ignorarlo o semplicemente deformarlo, come troppo spesso avviene ancora oggi, anche perché dietro la crisi della rappresentanza democratica in Europa vi è il fatto storico, enorme, della eterogeneità sociale, che oggi riguarda tutti, non solo l’Argentina, dal quale discende la centralità del problema della rappresentazione, e dunque la possibilità o meno di definire una unità politica nel mondo contemporaneo, e in quale forma definirla, che è il nostro problema centrale dell’oggi. Ecco, dunque, la necessità di un confronto serrato con la cultura argentina, anche perché la cultura argentina, nel suo lavoro interminabile sulla rappresentazione, e dentro la rappresentazione, da Germani a Laclau al populismo repubblicano, ha trasportato integralmente il problema della unità e della rappresentazione sul terreno della democrazia, fornendoci così utili strumenti per l’analisi critica della nostra più immediata attualità, e dunque per la critica del presente.

Il peronismo viene normalmente considerato, ancora adesso, come una variante del fascismo: quali differenze esistono tra i due fenomeni politici?
È chiaro che peronismo e fascismo appartengono alla stessa famiglia dell’autoritarismo moderno, non è certo questo punto in discussione. In discussione è semmai l’assenza quasi completa di analisi differenziata su questo tema, mentre, come ha sottolineato spesso Germani, occorre sempre distinguere tra la ragion d’essere dell’autoritarismo e le sue possibili forme politiche, perché altrimenti corriamo il rischio di confondere nella stessa categoria gradazioni e direzioni assai differenti dello stesso fenomeno, ma anche “sistemi socio-economici assai differenti”, ad esempio sistemi il cui fine è la smobilitazione delle classi subordinate (ed è questo il caso del fascismo) con sistemi che esprimono la mobilitazione e il protagonismo di queste stesse classi (ed è questo il caso del peronismo). E occorre distinguere tra queste diverse forme, perché altrimenti non solo mettiamo nello stesso contenitore fenomeni sostanzialmente dissimili, ma soprattutto perché non comprendiamo da dove vengono volta per volta gli specifici pericoli, e su come realisticamente fronteggiarli. In realtà, il discorso sull’autoritarismo, questo è oggi il vero punto su cui occorre riflettere, è stato privato di ogni specificità, nel senso che sulla base della individuazione acritica di alcune ricorrenze minime tra i vari casi, si è portati a mettere insieme tutto, le cose più diverse, e tra di loro incomparabili, e dunque ad occultare le differenze tra due forme opposte di configurazione del popolo, tra due modalità differenti, lo dice bene Chantall Mouffe, di configurare il popolo, tra una nozione di popolo costruita su una frontiera che esclude i più svantaggiati, e che quindi limita la democrazia, invece di radicalizzarla, e una nozione altra di popolo, mirante a creare una volontà collettiva, un noi attorno al quale cristallizziamo affetti diretti ad approfondire la democrazia. E dunque tra il peronismo e il fascismo, tra il populismo latinoamericano e il populismo europeo, il nostro populismo, che con Germani potremmo definire anche in maniera più propria come una delle forme contemporanee di “sostituti funzionali del fascismo”. E qui mi fermo, anche perché a questa categoria e a questo tema dedico molte pagine del mio libro e vari approfondimenti.

Quali sono i capisaldi teorici del populismo argentino?
Il populismo argentino, o il nazional-popolare, soprattutto nella versione argentina (e latinoamericana), è tante cose, e di queste tante cose, sulle quali mi sono soffermato in diverse occasioni, vorrei qui sottolinearne sostanzialmente due, che mi sembrano essenziali ai fini del nostro discorso: a) il nazional-popolare nella versione propria della tradizione argentina è innanzitutto critica radicale dell’immanenza, questo è il primo punto che va sottolineato con forza, perché in un mondo integralmente immanente non è possibile, né pensabile, nessuna teologia politica, la quale rappresenta, invece, il proprium del nazional-popolare, o del populismo argentino, e dunque nessun investimento soggettivo duraturo, ma solo, per dirla con Schmitt, una compiuta e totale spoliticizzazione. Il punto qual è? Il punto è che la pura immanenza non possiede una dimensione di unità, e tale unità o unificazione è, come vedremo fra poco, lo specifico della teologia politica, che è, a sua volta, lo specifico del nazional-popolare; b) il nazional-popolare, e siamo al secondo aspetto che vorrei sottolineare, è il teologico-politico, e l’Argentina, o più in generale l’America Latina, come in più occasioni ha sottolineato criticamente Aricò a partire dagli anni Ottanta, è sostanzialmente un “continente teologico-politico”. Nesso stretto, dunque, tra nazional-popolare, America Latina, teologico-politico, tra nazional-popolare e teologico-politico, e il teologico-politico, come ha notato in più occasioni Preterossi, è inestinguibile, e la cultura argentina, nel suo lavoro interminabile sulla rappresentazione, da Germani a Laclau al populismo repubblicano, ha il merito, come abbiamo già visto, di aver trasportato il nazional-popolare sul terreno della democrazia, offrendo così strumenti essenziali, e imprescindibili, per fronteggiare la crisi attuale della nostra democrazia.

Di quale utilità può essere, per l’Europa e il suo pensiero politico, il confronto con il populismo argentino?
È esattamente qui, in quello che dicevo poc’anzi, l’utilità di questo confronto, perché quando la ragione rappresentativa non riesce più ad integrare il popolo in una dimensione politico-costituzionale, né il popolo si lascia più costruire all’interno di questa stessa dimensione (su questo aspetto Germani ha costruito l’intera sua analisi critica del peronismo), occorre capire in che modo, a fronte di una rottura così netta tra il basso e l’alto, tra la ragione rappresentativa e mondo, riusciamo ad unificare politicamente, in forma democratica, e a rappresentare, questa eterogeneità sociale, perché non può esistere nessuna dimensione orizzontale di autonomia senza unità politica, senza mettere in campo la questione del politico. Ed è qui che entra in scena la rappresentazione, perché solo dall’alto della rappresentazione è ora possibile estrarre al basso quella volontà che esso spontaneamente non riesce più a darsi, e quella unità che non è più in grado di istituire da sé con la rappresentanza democratica. Questo è il primo tema di confronto, ed è un tema che riguarda il problema tipicamente argentino dell’unità, problema drammatico e serissimo, perché il caos immenso e visibile che abbiamo tutti sotto gli occhi, rimanda ad una domanda di ordine e di unità, che sgorga dal suolo e dal sottosuolo delle nostre società, con la quale dobbiamo entrare in relazione, provando a dare una qualche risposta ad essa. Si tratta di un problema che è tornato di nuovo al centro della scena, perché il dato oggettivo che abbiamo oggi di fronte è la eterogeneità sociale, e il nodo teorico e politico in gioco in questa discussione è relativo alla possibilità o meno di definire una unità politica nel mondo contemporaneo, e in quale forma definirla, ovvero se e come questa società radicalmente eterogenea è capace di essere soggetto di un’azione politica, di agire politicamente, e dunque di trasformarsi in una unità politica. Questo è il problema reale che oggi abbiamo difronte, una tendenza fortissima alla unificazione, che non può essere rimossa o eliminata, anche se, e siamo al secondo punto o tema di confronto, va rifiutata ogni pretesa assolutizzante, che è insita in questa tendenza, e che sgorga continuamente da essa. Perché è sbagliato demonizzare il tema dell’unità, ma è anche sbagliato fermarsi a questo tema, ontologizzandolo. Da qui la centralità nel mio discorso di Laclau (del nesso trascendenza-rappresentazione in Laclau), perché con Laclau la teoria del populismo argentino si approssima alla teoria liberale dei limiti e del controllo del potere, anche se Laclau non è mai riuscito realmente a fondare questo nuovo spazio, e a incontrare realmente, e fino in fondo, il problema cruciale del diritto, e delle istituzioni, per definire con precisione con quali regole, con quali istituzioni, si garantisce questa apertura, e dunque per definire qual è la specifica idea di diritto nel populismo, il rapporto tra populismo e istituzionalismo. Che è tema, ed è questo l’ultimo punto di questo confronto, che viene affrontato dalla prospettiva del populismo repubblicano, configurando così, alla fine, una sorta di unità originaria e indivisibile tra norma e nomos, tra nomos e trascendenza, la sola prospettiva in grado realmente di incontrare il problema del diritto come orizzonte imprescindibile della politica, e di fondare così in senso pieno una teoria integralmente aperta dell’unità, una unità sempre aperta, in grado di fornire un contributo di prim’ordine all’odierno dibattito mondiale sulla crisi della democrazia. Ecco l’attualità della prospettiva argentina che prende corpo lungo tutta questa storia: unità/pluralità/istituzionalismo/trascendenza/trasformazione, ovvero teologia politica e critica della teologia politica, insieme e contemporaneamente, per trasportare il problema oggettivo della rappresentazione su un terreno integralmente democratico, che è il tema fondamentale della nostra più immediata attualità, con il quale dovremmo istituire un altissimo livello di confronto, perché ci aiuterebbe a portare elementi di chiarezza sulla nostra prospettiva attuale.

Pasquale Serra è Professore associato di Storia del pensiero politico all’Università di Salerno. È autore di numerosi articoli su riviste scientifiche e monografie. Tra le sue pubblicazioni recenti: El populismo argentino (Buenos Aires, 2020), Populismo progressivo (Roma, 2018) e la curatela e introduzione de Il nostro Gramsci di Horacio González (Roma, 2019).

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link