“Perché non ti sposi?” di Carlo Rimini

Avv. Prof. Carlo Rimini, Lei è autore del libro Perché non ti sposi? Dialogando e divagando su famiglia e matrimonio con una ragazza su un treno, edito da Pacini. Tra i giovani che vivono oggi in Italia, la propensione a sposarsi è di gran lunga inferiore rispetto a quella dei loro genitori: cosa tiene lontani dal matrimonio i giovani?
Perché non ti sposi?, Carlo RiminiPesano sicuramente una serie di fattori sociali, come l’incertezza economica che spesso purtroppo caratterizza la vita dei giovani oggi, e culturali o etiche, come la minore propensione dei giovani d’oggi ad attribuire rilievo a considerazioni religiose. Inoltre, un tempo le persone percepivano il fatto di rimanere sole come un disvalore, mentre oggi questa situazione può apparire ai giovani persino un’opportunità. Queste considerazioni però sono sufficienti a spiegare perché i ragazzi di oggi hanno una propensione a sposarsi inferiore ai loro genitori, ma non bastano a spiegare il fenomeno della diminuzione dei matrimoni. Non permettono infatti di capire perché i giovani italiani hanno una propensione a sposarsi inferiore a quella dei loro coetanei negli altri Paesi occidentali.

Cosa ci dicono a riguardo le statistiche?
Nel 1972 furono celebrate 776 nozze ogni 100.000 abitanti. Nel 2019, l’ultimo anno prima della pandemia, sono stati celebrati solo 306 matrimoni ogni 100.000 abitanti. Ciò significa che, in mezzo secolo, la propensione dei giovani italiani (che non hanno precedenti esperienze matrimoniali) a costituire una famiglia “fondata sul matrimonio” – come solennemente afferma l’art. 29 della Costituzione – si è ridotta a circa un terzo. Certamente, la minor propensione dei giovani a sposarsi è un fenomeno che riguarda tutta la società occidentale, ma la situazione italiana è decisamente peggiore rispetto a quella di Stati che ci sono, geograficamente, culturalmente ed economicamente, vicini. Le statistiche dicono infatti anche che la propensione al matrimonio in Italia è una delle più basse al mondo. Fanno peggio di noi solo – nell’ordine – Qatar, Perù, Venezuela, Uruguay, Martinica, Guadalupa, Argentina, Isola di Man. La propensione al matrimonio in Italia è circa la metà di quella degli Stati Uniti; è molto inferiore a quella inglese; è inferiore a quella tedesca, spagnola e francese. È significativamente inferiore al dato medio europeo. Non possiamo quindi pensare che sia solo una questione sociale e culturale. I giovani italiani, dal punto di vista sociale e culturale, sono infatti del tutto affini ai giovani americani, inglesi, tedeschi, spagnoli e francesi. Il fenomeno affonda quindi le sue radici in una peculiarità italiana e questa peculiarità consiste nelle particolari caratteristiche della legge che regola gli effetti del matrimonio in Italia. Sono effetti ormai assai poco pregnanti, che incidono molto poco sulla vita delle persone. I pochi effetti veramente incisivi del matrimonio italiano, soprattutto nell’ambito del diritto successorio, non solo non interessano affatto ai giovani di oggi, ma appaiono a loro del tutto iniqui e vengono percepiti come una intollerabile limitazione della loro libertà. In questa situazione è facile capire perché i giovani preferiscono non sposarsi.

La diminuita propensione al matrimonio è un problema oppure è un segno dei tempi che non deve suscitare particolari preoccupazioni?
Per tutta la prima metà del secolo scorso ed anche per una parte della seconda metà, i giuristi ritenevano che il matrimonio fosse un mattone fondamentale della coesione sociale. Era la cosiddetta funzione istituzionale del matrimonio: la famiglia fondata sul matrimonio era vista come una istituzione fondamentale nella nostra società. Secondo quella concezione, la crisi del matrimonio rappresenta un pericolo per la società. Ebbene, io penso che quella concezione sia del tutto inattuale e superata dalla storia. In altri termini, non penso che la minore propensione dei giovani a sposarsi rappresenti un pericolo o costituisca un problema per la società contemporanea. Penso invece che la minore propensione dei giovani a sposarsi possa essere un problema per loro stessi. La funzione del matrimonio nella società contemporanea è quella di dare una struttura giuridica alla sinergia che si realizza vivendo assieme. È la struttura giuridica per realizzare assieme un progetto di vita.

Quali vantaggi offre ancora oggi il matrimonio?
Il matrimonio, nella maggior parte degli ordinamenti occidentali, è un forte strumento di tutela reciproca per i componenti della famiglia. È una sorta di “stanza di compensazione” per i sacrifici che ciascuno fa a favore delle esigenze familiari. In una famiglia è possibile che uno dei componenti, non necessariamente la donna, dedichi alle esigenze familiari più risorse risetto all’altro. Questo sacrificio deve trovare una compensazione. La famiglia è il luogo in cui le energie di tutti sono rivolte all’interesse comune e a quello dei figli. Il matrimonio è l’istituto giuridico che tutela (o dovrebbe tutelare) colui (o colei) che alla famiglia ha dedicato una parte significativa delle sue energie. Se il matrimonio è un istituto giuridico destinato a tutelare il coniuge più debole che dedica le proprie energie e le proprie risorse alla famiglia, ebbene in Italia la tutela non funziona. La legge italiana, da questo punto di vista, è totalmente inefficace.

Il matrimonio è un’istituzione destinata a divenire desueta?
Se la legge italiana non cambierà, non si modernizzerà, continuerà ad imporre ai coniugi limitazioni alla loro autonomia che i giovani considerano intollerabili (come le norme di diritto successorio) e continuerà a non garantire al coniuge che effettua sacrifici a favore della famiglia una adeguata compensazione, allora i giovani si sposeranno sempre meno.

È possibile invertire questo trend? Se sì, come?
È necessaria una profonda opera di modernizzazione della nostra legge e degli effetti del matrimonio, a partire dalle norme che regolano il regime patrimoniale. Bisognerebbe che il nostro legislatore rimodellasse gli effetti del matrimonio così da fare in modo che i coniugi che intendono dedicare una parte significativa delle loro energie alla famiglia e ai figli si sentano tutelati dal diritto di famiglia. A quasi cinquanta anni dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, occorrerebbe una nuova riforma. Basterebbe introdurre un regime patrimoniale che in modo efficiente realizzi la condivisione di ciò che viene accantonato durante il matrimonio. Il regime patrimoniale della comunione dei beni attuale è invece totalmente inefficiente, tanto che gli italiani scelgono in massa la separazione dei beni. Basterebbe riformare i rapporti economici fra i coniugi dopo il divorzio, riconoscendo al giudice la possibilità di attribuire al coniuge più debole una somma a titolo compensativo. Potremo imitare molti sistemi europei. Basterebbe guardarsi attorno.

Carlo Rimini è professore ordinario di Diritto Privato all’Università degli Studi di Milano e professore di Diritto di famiglia all’Università di Pavia. È avvocato e giornalista pubblicista.

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