Perché l’Italia diventò fascista, Bruno VespaSi intitola Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) il nuovo libro di Bruno Vespa, edito da Rai Libri e Mondadori. Il giornalista si propone di spiegare «con quale incredibile facilità l’Italia si consegnò al fascismo» e perché oggi tale rischio non sussista più: «oggi abbiamo anticorpi sufficienti perché il fascismo non torni.»

Vespa ripercorre così la storia del nostro Paese, dalla fine della prima guerra mondiale, quando «non si capì se l’Italia l’avesse vinta o l’avesse persa», all’avvento del fascismo e di come esso si impose, con un occhio alla politica di oggi. Si interroga Vespa: «Che c’entra Mussolini con Salvini? E la scissione di Renzi con quella di Turati? […] Niente di niente.»

«Quasi nessuno dei leader della sinistra considera Salvini fascista» ma tutti temono l’involuzione autoritaria e illiberale dei sovranisti. «Il secondo governo Conte è stato concepito con l’obiettivo dichiarato di non consegnare l’Italia a Salvini.»

Eppure, rifiutarsi di comprendere le ragioni del fenomeno sovranista sarebbe un errore. «Già dal 2015 Bernardo Valli sulla Repubblica spiegò che l’Est non vuole i migranti e una società multiculturale perché – si prenda il caso della Polonia, ma non solo – ha raggiunto da poco un’unità etnica e linguistica alla quale non vuole rinunciare. In I sovranisti, Bernard Guetta parla dell’Italia come di un laboratorio per il futuro dell’Europa, ricorda che Lombardia, Veneto, Austria, Ungheria, Polonia – dove dominano partiti sovranisti – richiamano i confini dell’impero austroungarico, che ha sempre vissuto in modo contraddittorio il rapporto con l’Occidente e i valori di libertà ed eguaglianza che vi si sono andati affermando.»

Ci si stupisce così, per tornare alla storia – “maestra di vita” secondo Cicerone – nello scoprire che «nel 1922, antifascisti a 24 carati invocavano Mussolini perché rimettesse in sesto un’Italia sfasciata, demotivata, indebitata e divisa. Giolitti gli riconosceva il merito di aver «tratto il paese dal fosso in cui finiva per imputridire». Amendola suggeriva di «secondare le mosse dell’onorevole Mussolini… perché questo è il solo mezzo per ripristinare la forma della legalità». Nitti scriveva a sua volta ad Amendola: «Bisogna che l’esperimento fascista si compia indisturbato». E Anna Kuliscioff a Turati: «Nessuno potrebbe raggiungere la pacificazione se non Mussolini». Salvemini, l’antifascista più irriducibile, arrivava a dire: «Bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati…».

«La gente nel mondo ha sempre cercato gli uomini forti. Ieri Mussolini, Hitler, Stalin, Mao. Oggi Trump, Putin, Xi Jinping, Erdoğan e giù per li rami fino a Orbán, Kaczyski, Salvini. Ieri c’erano dittature, oggi (salvo che in Cina) democrazie autoritarie che hanno negli Stati Uniti contrappesi istituzionali e intellettuali formidabili, e in Italia una Costituzione che nessuno osa discutere nei princìpi fondamentali.»

E se qualcuno può malignamente ravvisare nel libro il tentativo di Vespa di farsi nuovi amici, il suo rimane un resoconto fedele e informato della cronaca politica nostrana senza ambizioni, però, di trovare posto sullo scaffale dei numerosi (e ottimi) libri sul fascismo né di fare del popolare giornalista televisivo un novello Renzo De Felice.

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