“Perché Dio ci lascia soffrire?” di Giacomo Canobbio

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Mons. Giacomo Canobbio, Lei è autore del libro Perché Dio ci lascia soffrire? edito da Morcelliana. La sofferenza umana rappresenta per ogni credente una vera e propria «pietra di scandalo»: quali errate convinzioni è necessario fugare?
Perché Dio ci lascia soffrire?, Giacomo CanobbioLa domanda che sorge dalla sofferenza non riguarda semplicemente la questione del male in generale, neppure quella della sofferenza in generale. Non si tratta di un problema teoretico. È piuttosto un problema che nasce in un contesto di fede, che implica una conoscenza di Dio: se Dio è Padre, ed è il Dio della vita, perché ci lascia soffrire? In tal senso la domanda non nasce in chi si dichiara ateo. Va messo in conto che l’ateismo può nascere o trovare conferma nella sofferenza innocente, come si può leggere della dichiarazione citatissima del dott. Rieux ne La peste di A. Camus, nella quale si stabilisce un nesso tra colpa (che non c’è in un bambino) e pena (la morte per peste). La questione sorge appunto dove la denominazione di Dio come Padre diventa quella più normale: il confronto con le premure di un padre terreno fa risultare Dio perdente, come aveva fatto notare Anthony Flew, nella prima fase del suo pensiero, quando riteneva che le proposizioni religiose fossero prive di senso.

Sullo sfondo della domanda sta una concezione della vita come percorso senza ostacoli: una concezione legata a strutture native che nel nostro contesto vengono risvegliate con particolare vigore (cfr. il salutismo, che non mette in conto i limiti della condizione umana).

Le risposte più comuni che si pensa molte di volte di ricavare dalla Bibbia sono fondamentalmente tre: 1. Dio ci fa/lascia soffrire per punirci delle nostre colpe. La scarsa plausibilità di tale risposta, che ha sullo sfondo l’archetipo colpa-pena, si coglie se si tiene conto di alcuni fattori: perché allora la sofferenza degli innocenti? Non si può fare riferimento a una colpevolezza generale, perché non tutti soffrono allo stesso modo. E dove sta la misericordia di Dio? Un Dio che punisce come potrebbe insegnare il perdono? 2. per educarci. Questa risposta nasce dall’esperienza: chi vuol far maturare deve chiedere “sacrifici”. La sofferenza si presenta come prova e come correzione. Ma in questo modo si suppone che Dio ci consideri in grado di reggere alla prova. Di più, a volte la nostra sofferenza è provocata da altri: si può pensare che Dio provochi il male per provarci? E perché a qualcuno chiede più che ad altri? E chi garantisce l’esito? 3. per farci partecipare alla salvezza del mondo. In questa risposta si prende spunto dalla sofferenza salvifica, di Gesù riproposta dall’apostolo (cfr. Col 1,24). Ma nell’un caso e nell’altro si tratta di una sofferenza particolare: è esito di una missione vissuta con fedeltà e quindi lascia trasparire la fedeltà-amore di Dio. Ma la sofferenza di chi non riesce neppure a scoprire la sua missione come potrebbe essere compresa come sensata? Si dimentica inoltre che la croce di Cristo salva perché è la Sua croce, e questa non è un caso particolare di una sofferenza salvifica generale.

Quali atteggiamenti sono possibili di fronte al male?
Premessa: l’atteggiamento non potrà essere sempre identico. Il cammino per arrivare all’atteggiamento credente è faticoso e oscuro e va sopportato. Si possono ipotizzare alcuni punti di partenza, da tenere in considerazione per far giungere all’assunzione di un atteggiamento conforme a quello di Gesù.

La negazione di Dio o la perdita della fede. È l’atteggiamento che svela la “priorità” della propria concezione della realtà e/o di Dio rispetto al mistero. Sorge in genere quando non si riesce a capire e si vorrebbe a tutti i costi farlo: cfr. Ivan Karamazov, che procede con spirito “geometrico”, euclideo, secondo il quale tutto deve essere logico; non si può dimenticare che Ivan alla fine perde la sua ragione.

La protesta: è l’atteggiamento tipico di Giobbe. Nasce anch’essa dalla necessità di trovare una ragione. Ma a differenza dell’atteggiamento precedente, mantiene un riferimento all’interlocutore. I Salmi sono testimonianza di questo atteggiamento. Si chiede conto a Dio, a partire da un’immagine previa di Lui, ricavata dalla tradizione. Si tratta però di un atteggiamento aperto, disposto a farsi correggere mediante lo svelamento di qualcosa di più grande.

La resa: è l’atteggiamento di chi accetta di non capire e si consegna. Impedisce sia la disperazione, sia la rivolta contro il dolore. Accetta la purificazione. L’itinerario di Giobbe è questo: attraverso la sofferenza “ingiusta” è giunto ad aprirsi al mistero. E questo ha voluto dire “purificare” anche la sua concezione di Dio. In tal senso la sua sofferenza è divenuta educazione e luogo di salvezza (della persona che la vive). Questa infatti non consiste nell’assenza di sofferenza, ma nell’incontro con Dio come il fondamento della vita. Che questo sia possibile lo si coglie dalla vicenda di Gesù: in lui, nella sofferenza fino all’estremo (non si tratta di morte ‘naturale’, ma frutto di violenza nata da un rifiuto radicale), si manifesta la dedizione per la salvezza dell’umanità. E la dedizione è per obbedienza fino alla fine (cfr. Fil 2,6 ss.). Si deve sottolineare che non è la sofferenza a salvare, bensì la dedizione. Questo va tenuto presente, se non si vuole cadere nell’assurdo: se fonte della salvezza fosse la sofferenza, non bisognerebbe eliminarla, ma provocarla. La resa sarebbe rinuncia all’esigenza della nostra intelligenza? Non sarebbe piuttosto riconduzione alla nostra verità ultima?

L’invocazione. È l’atteggiamento di chi riconosce il proprio limite e quindi la propria impotenza, ma non fa diventare questi il criterio ultimo della realtà di Dio; al contrario si pone di fronte a Lui riconoscendolo come Colui che può liberare dal male. Del resto è questa la conclusione della preghiera che Gesù ha insegnato.

Cosa comporta l’accettazione del limite e l’affidamento al Mistero?
Direi riconduzione alla propria verità: è la condizione umana! Il riconoscimento del mistero, che si apre al riconoscimento del Mistero non è rinuncia, tanto meno rassegnazione. È piuttosto apertura a una realtà eccedente e proprio per questo in grado di salvare. La fede non è cieca consegna al buio. È immersione in una luce eccessiva per il nostro sguardo. Per usare un’immagine: siccome non possiamo guardare il sole a occhio nudo, nessuno dirà che il sole è oscuro. La consegna di sé a Dio, che è il Mistero, è esperienza nella quale non ci si pone più come misura della realtà, bensì nella quale ci si lascia sorreggere. Immaginare che la vita umana intesa sia individualmente sia collettivamente sia priva di sofferenza significherebbe non tenere conto della realtà biologica di viventi che costituisce anche gli umani. Questi però sono capaci di entrare in relazione con una realtà più grande che non li lascia precipitare nel nulla; anzi, garantisce loro che nulla dell’esistenza umana andrà perduto; sarà custodito per sempre nella sua originalità.

Giacomo Canobbio è Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e Direttore dell’Accademia Cattolica di Brescia. Presidente dell’Associazione teologi italiani dal 1995 al 2003. Tra le sue pubblicazioni: Laici o cristiani? Elementi storico-sistematici per una descrizione del cristiano laico, Brescia 1992; Chiesa perché. Salvezza dell’umanità e mediazione ecclesiale, Cinisello Balsamo 1994; Dio può soffrire?, Brescia 2005; Nessuna salvezza fuori della Chiesa? Storia e senso di un controverso principio teologico, Brescia 2009; Il destino dell’anima. Elementi per una teologia, Brescia 2009

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