Per una polizia nuova. Il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza (1969-1981), Michele Di GiorgioDott. Michele Di Giorgio, Lei è autore del libro Per una polizia nuova. Il movimento per la riforma della Pubblica Sicurezza (1969-1981) edito da Viella: quali erano la struttura e l’organizzazione della polizia italiana negli anni Settanta?
Negli anni Settanta la polizia italiana aveva ancora la stessa struttura con cui era stata riorganizzata tra il luglio del 1943 e i primi anni del dopoguerra. Da allora, eccezion fatta per alcune migliorie, poche cose erano cambiate. La Pubblica Sicurezza aveva un’organizzazione complessa e farraginosa: era formata dal Corpo delle Guardie di PS, un organismo militare che comprendeva la stragrande maggioranza del personale (circa ottantamila uomini tra guardie, sottufficiali e ufficiali), e da un’Amministrazione (civile) di PS, in cui operavano, con funzioni direttive, duemila funzionari di PS. Al vertice, l’istituzione era poi controllata e coordinata, sia a livello centrale che periferico, da funzionari civili del Ministero dell’Interno (i prefetti). Tale organizzazione generava concorrenze, contrasti e frizioni che andavano a ripercuotersi in maniera grave sull’efficienza della polizia. Innanzitutto vi era un dualismo interno al vertice della Pubblica Sicurezza, quello civile/militare esistente tra Funzionari e Ufficiali di PS (i primi con ruolo direttivo, i secondi addetti soltanto all’inquadramento e alla disciplina). Esisteva poi un conflitto, sempre al vertice, tra funzionari ministeriali (i prefetti, con formazione amministrativa) e gli stessi funzionari di PS (civili con formazione di polizia). La grande massa del personale militare (le guardie ed i sottufficiali) era pertanto stretta “tra due fuochi”, costretta a rispondere contemporaneamente ai propri ufficiali (per la disciplina) e ai funzionari di PS (per gli ordini relativi al servizio). A questa eterogeneità interna si aggiungeva una altrettanto complessa organizzazione territoriale.

All’interno di questo contesto gli agenti erano sottoposti a una rigida disciplina militare e conducevano una vita molto difficile. Paghe basse, addestramento inadeguato, impiego eccessivo, dure condizioni di lavoro, svolgimento di mansioni improprie al servizio dei superiori, mancanza di libertà fondamentali e di democrazia erano solo alcuni dei problemi con cui il personale doveva confrontarsi ogni giorno. All’interno di un corpo separato dalla società civile qualsiasi lagnanza degli agenti nei confronti dell’istituzione era destinata a spegnersi sotto la minaccia di punizioni, trasferimenti ed espulsioni. Nello stesso tempo, l’operato e la gestione della polizia (controversi e parziali sin dall’immediato dopoguerra) erano spesso oggetto di durissime critiche: eccessiva prossimità con il potere politico, militarismo, pervasività, faziosità, scarsa professionalità, inefficienza e brutalità erano le accuse più frequenti. Nella seconda metà degli anni Settanta l’Italia era inoltre il paese dell’Europa occidentale con il più alto numero di poliziotti per abitante, l’unico ad avere un comparto forze dell’ordine completamente militarizzato e uno dei pochi a non avere alcuna rappresentanza sindacale per le proprie polizie.

In che modo si sviluppò e diffuse il movimento per la smilitarizzazione e il sindacato?
Il movimento nacque in questo contesto difficile con pochi e chiari obiettivi: smilitarizzazione, riforma, sindacalizzazione e democratizzazione della polizia. In pochi anni, grazie ad una frenetica attività clandestina (fatta di incontri tra piccoli gruppi di carbonari – come si autodefinirono i poliziotti del movimento) e alla collaborazione della rivista “Ordine Pubblico” e del suo direttore Franco Fedeli, le adesioni all’organizzazione crebbero in maniera rapida. Dopo aver creato una solida rete clandestina di comitati locali e aver raccolto migliaia di simpatizzanti tra i poliziotti, il movimento uscì allo scoperto alla fine del 1974 con una grande assemblea pubblica. A partire dal 1975 i poliziotti diedero vita ad una lunga serie di incontri pubblici con i colleghi di tutta la Penisola cercando, in parallelo, di intensificare i rapporti con la società civile, i sindacati e tutti i partiti politici dell’arco costituzionale.

La campagna d’informazione dei poliziotti democratici (che evidenziò tutte le storture dell’istituzione) fu osteggiata dalla parte più conservatrice della Democrazia Cristiana e dalle destre. Le reazioni dei vertici della polizia e del Ministero dell’Interno non tardarono ad arrivare: provvedimenti repressivi (punizioni, trasferimenti, licenziamenti e carcere militare) colpirono tutti i membri più attivi dell’organizzazione. Questi espedienti, tuttavia, non riuscirono a fermare il movimento.

Rompendo in parte la tradizionale separazione con la società e mostrando una notevole maturità democratica, i poliziotti realizzarono una intensa attività di informazione (articoli sulla stampa, convegni, assemblee, riunioni nelle fabbriche e sugli altri luoghi di lavoro) rivolta ai lavoratori e alla società civile. Nel 1976, dopo centinaia di incontri pubblici in tutto il Paese, gli agenti democratici riuscirono ad imporre con forza nel dibattito politico il tema della smilitarizzazione e della sindacalizzazione della polizia, ottenendo dal Governo la promessa di una rapida riforma. Nonostante ciò, il provvedimento tanto atteso giunse soltanto diversi anni dopo, nell’aprile del 1981 (legge 121/81), e rispose solo in parte alle richieste del movimento.

In che misura la riforma dell’aprile 1981 rispose alle richieste del movimento?
La riforma approvata dal Parlamento nell’aprile del 1981, pur con tutti i suoi limiti, costituì un’innovazione importante. Innanzitutto la polizia divenne un corpo civile (la smilitarizzazione fu il punto centrale della riforma) e i suoi ruoli di comando – ufficiali e funzionari – furono finalmente unificati mettendo fine a una dicotomia che aveva causato non pochi problemi nel corso degli anni. Con l’abolizione della Polizia Femminile (un piccolo corpo separato con compiti limitatissimi) le donne furono inserite in pieno all’interno della nuova Polizia di Stato e ottennero, almeno sulla carta, le stesse possibilità di accesso e di carriera dei colleghi uomini. Seppur con molti limiti, i poliziotti furono autorizzati a svolgere attività nei sindacati di polizia. I diritti politici furono in parte limitati (ma gli agenti potevano comunque candidarsi alle elezioni richiedendo un’aspettativa dal lavoro). Le condizioni lavorative e retributive degli agenti migliorarono in maniera tangibile e il sistema di reclutamento e formazione del personale fu potenziato e riorganizzato.

A livello organizzativo restarono tuttavia alcuni punti critici. Come rilevato da molti in sede di approvazione della riforma, i prefetti rimasero al centro e al vertice dell’organizzazione territoriale del comparto sicurezza e la dipendenza della Polizia di Stato dall’Esecutivo restò, come in passato, molto accentuata. La questione non era di secondo piano; attraverso il rinnovato ruolo dei prefetti fu confermata quella sconveniente prossimità tra vertici di polizia e Governo in carica che aveva avuto effetti deleteri nel corso dei decenni precedenti. Anche il coordinamento tra le varie polizie non si concretizzò: le buone intenzioni per una maggiore e più efficace cooperazione tra Arma dei carabinieri e Polizia di Stato restarono tali.

Su molti punti, soprattutto quelli materiali (aumenti salariali, maggiori libertà, smilitarizzazione) la riforma rispose in pieno alle richieste del movimento. Tuttavia, molti dei più importanti contenuti ideali non trovarono posto nel testo di riforma e andarono persi con il ricambio generazionale che interessò il corpo. Fu abbandonata definitivamente la prospettiva che vedeva la legge di riforma del 1981 come il primo passo per un riordino globale del comparto sicurezza del Paese. Già prima della riforma inoltre fu accantonata l’idea di un sindacato non autonomo ma appartenente alla Federazione unitaria, perdendo in gran parte quel collegamento ideale con il resto dei lavoratori tanto auspicato dai poliziotti democratici.  Infine, ciò che la riforma non poteva portare con sé, anche perché non si trattava di qualcosa da imporre a norma di legge, fu quell’importantissimo patrimonio civile e democratico che aveva caratterizzato lo sviluppo e la crescita del movimento dei poliziotti. Quella preziosa eredità, che tanti entusiasmi aveva suscitato, fu la prima ad essere depauperata nel corso degli anni successivi alla riforma.