Per litteras ad astra. Storia dell’automazione della Biblioteca Apostolica Vaticana dalla carta al digitale, Luciano AmmentiDott. Luciano Ammenti, Lei è autore del libro Per litteras ad astra. Storia dell’automazione della Biblioteca Apostolica Vaticana dalla carta al digitale edito da Aracne: a che punto è la digitalizzazione del patrimonio della Biblioteca Apostolica Vaticana?
Prima di rispondere a questa domanda è necessario capire il perché si è reso necessario intraprendere questa ardua impresa e le proporzioni di questo inestimabile patrimonio.

Mi riferisco alla sola collezione del fondo manoscritti, che è composto da più di 80.000 esemplari, ognuno dei quali in media racchiude 500 pagine, per un totale di 40 milioni di pagine da digitalizzare, per uno spazio informatico di archiviazione definito intorno ai 40 Petabyte.

Ad oggi il progetto di conservazione digitale a lungo termine ha salvaguardato circa 20.000 manoscritti, consentendone non soltanto il ricovero nei loro luoghi abituali di conservazione, ma sopratutto la loro divulgazione digitale in modo completamente gratuito ed accessibile a tutti colori i quali volessero beneficiare dello studio di queste opere di inestimabile valore.

Ci tengo a sottolineare che questo progetto offre per la prima volta la possibilità di sfogliare il manoscritto non solo a paleografi, scienziati, studenti, ma anche ad un vastissimo pubblico di neofiti curiosi ed appassionati di queste opere d’arte senza tempo.

Un messaggio di inestimabile valore indirizzato soprattutto alle nuove generazioni che avendo una sintonia particolare con la nuova tecnologia saranno in grado di percepire che conservare il passato ci aiuterà ad avere un futuro migliore.

Quando nasce il progetto di digitalizzazione del patrimonio della Biblioteca?
L’obiettivo della Biblioteca Vaticana negli ultimi 500 anni è stato quello di preservare per le future generazioni le collezioni di manoscritti posseduti. Con i metodi tradizionali e fino a ieri utilizzati, ci siamo resi conto che sono state divulgate ai nostri studiosi, non più del 20% delle nostre collezioni e sopratutto nella maggior parte dei casi, le più famose.

Partendo da questa premessa, con il progetto di conservazione digitale a lungo termine, iniziato nel 2010 la Vaticana ha posto le basi per consentire l’utilizzo e lo studio di tutte le sue collezioni eventualmente digitalizzate utilizzando il web in piena sinergia con i principi fondamentali riguardanti il rispetto e la conservazione delle collezioni dei manoscritti durante il processo di acquisizione.

Affinché il progetto di digitalizzazione iniziasse a muovere i suoi primi passi, fu necessario intraprendere un processo preliminare chiamato “test bed”, cioè quel “banco di prova” che permettesse di collaudare ed esaminare in tutta la sua articolazione il grande progetto studiato e formulato, così da poterne assicurare l’adeguato funzionamento quando esso avrebbe intrapreso la sua completa funzionalità in tutta la sua complessità.

Il lavoro di riproduzione e conservazione in questa prima fase si avvalse di due differenti device di acquisizione, utilizzati a seconda del differente materiale da riprodurre: uno scanner della Metis Systems, gentilmente concesso gratuitamente in uso dalla società produttrice, e un corpo macchina digitale Hasselblad da 50 Mpixel. Le immagini digitalizzate, seguendo il “WORK FLOW” subivano una conversione nel formato da noi individuato per il processo di conservazione digitale a lungo termine, il FITS (Flexible Image Transport System): un formato non proprietario, estremamente lineare, elaborato negli anni 70 dalla NASA e usato da oltre 50 anni in astrofisica e in medicina nucleare, che permette la conservazione delle immagini senza problemi futuri né di tipo tecnico né di tipo economico, in quanto aggiornato sistematicamente dalla comunità scientifica internazionale nel rispetto della logica binaria e gestito da una disciplina commerciale di tipo “OPEN SOURCE”.

Oltre al server che identificava lo storage delle immagini in formato FITS acquisite dalle due macchine indicate, fu necessaria l’installazione di due altri server deputati a conservare ed elaborare i dati per permettere la ricerca delle immagini sia tramite la segnatura e gli elementi descrittivi del manoscritto sia con un pattern grafico, ricercando cioè immagini similari (grafiche o figurative) nell’inte­ro posseduto digitale. Per il “Test bed” vennero utilizzati 23 manoscritti per un totale di 7.500 pagine digitalizzate e indicizzate, con una mole di dati informatici di circa 5 Terabyte (cioè 5.000 miliardi di Byte).

Mi viene in mente l’immagine nella parabola del granello di senape dal vangelo di Tommaso: il “test bed” non è molto di più, in paragone all’immensità del progetto complessivo. Ma sappiamo bene che quel granello contiene un’energia immensa, che gli permette di crescere diventando più grande delle altre piante e di dar ospitalità agli uccelli del cielo. Accogliemmo allora la promessa garantita nella parabola e vorremmo darne speranza ancora oggi a quanti godranno dei frutti raccolti durante la realizzazione di questo progetto.

Come si è articolato il progetto?
Uno degli scopi prioritari della nostra istituzione è quello di rendere il patrimonio librario sempre più di facile consultazione, per i nostri studiosi, siano essi accademici di lungo corso, neolaureandi o frequentatori occasionali.

Per ottenere questo obiettivo abbiamo un discreto numero di personale addetto alle sale di consultazione, che aiuta, guida e controlla l’operato degli studiosi nelle sale dove l’accesso ai volumi è a scaffale aperto ed altro personale che è dedicato alla attenta distribuzione dei manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana e dei libri stampati che risiedono nei nostri magazzini.

In questi ultimi anni la tendenza negli ambiti accademici è quella di utilizzare la tecnologia per migliorare i servizi e la qualità della vita garantendo così anche alle future generazioni la fruibilità del patrimonio librario del quale, fino ad oggi, abbiamo goduto a dismisura.

La funzione del bibliotecario si è molto evoluta nel tempo e, da semplice conservatore geloso di patrimoni, si è trasformato in attento divulgatore di patrimoni.

Con il passare degli anni, la tecnologia ha sicuramente avuto un importante ruolo di sostegno in questa attività ed ogni giorno assistiamo a sforzi tecnologici mirati ad ottenere risultati più soddisfacenti.

Purtroppo però studi approfonditi mettono in evidenza la fragilità dei patrimoni più rari e preziosi e i traumi che queste preziosità subiscono ogni volta che uno studioso, anche attento, li prende tra le sue mani.

Lo scopo di realizzare tutto il progetto con standard di certificazione ISO ma soprattutto di gettare le basi affinché il formato F.I.T.S. utilizzato nel progetto, diventi lo standard ISO di conservazione nei futuri progetti di archiviazione digitale.

Tutto il personale della Vaticana ha partecipato in modo speciale verso la realizzazione del progetto e si è mosso con estrema sinergia verso questi obiettivi.

Così dopo la conclusione positiva del “Test Bed” che ci ha chiarito la fattibilità del progetto, con estrema armonia abbiamo studiato e realizzato un processo di WORK FLOW che coinvolgesse tutte le risorse umane disponibili rendendole partecipi della loro indispensabile opera di collaborazione.

Inserire quindi nei giusti ingranaggi del progetto, i servizi della Vaticana è stato un lavoro certosino che ha reso il WORK FLOW uno strumento dinamico di lavoro che continuamente riceve migliorie suggerite dall’esperienza acquisita.

Lo scenario del processo di lavoro, inizia dall’analisi del manoscritto da digitalizzare coinvolgendo ilservizio di restauro, sulla definizione delle sue condizioni, prima del processo di digitalizzazione, e sul suggerimento del device più adatto e meno invasivo da utilizzare nel processo di acquisizione.

Una volta certificati questi parametri, il manoscritto viene consegnato all’operatore che ne esegue la scansione, il contenuto digitale realizzato, viene esaminato da un primo Tutor che ne autorizza la prima archiviazione temporanea, per poi passare al vaglio del super Tutor che è l’unica persona deputa a certificare che al manoscritto digitale sia consentito di iniziare il processo di conservazione digitale a lungo termine e di divulgazione via web.

Una volta terminato il processo il manoscritto viene riconsegnato al restauro che ne certifica le condizioni di stress subite durante il processo.

Quali sfide solleva un progetto così complesso?
Purtroppo le sfide al quale un progetto di questa dimensione è sottoposto, assumono diversi aspetti. Sono di natura economica, tecnologica, organizzativa ed esecutiva.

Questi temi sono sempre legati tra di loro perché affrontare per primi un progetto così consistente apre uno scenario controverso sulle soluzioni per realizzarlo.

Spesso la paura di sbagliare provoca un avvitamento sulle decisioni da prendere e provoca una inevitabile peregrinazione su tavoli di commissioni digitali internazionali troppo distanti dai problemi reali sulla conservazione delle collane dei manoscritti le quali nel frattempo, che si attendono decisioni di come procedere continuano il loro deterioramento e reagiscono in modo inversamente proporzionale alla loro possibilità di consultazione.

Scegliere di agire dopo aver studiato, analizzato ed esserci confrontati con altre istituzioni e ambienti tecnologici di ricerca, emerge forse il dubbio che potevamo fare meglio, ma ci conforta il fatto che abbiamo agito e più di 20.000 manoscritti oggi possono essere accessibili via web, lasciando godere gli originali di un meritato riposo in una salvaguardia ambientale controllata.

Quello che forse ci ha dato il volano emotivo, di aver intrapreso una via giusta è stato il confronto con diverse realtà nel mondo della alta tecnologia di sviluppo e ricerca. Dopo aver analizzato per più di un mese le nostre scelte si sono talmente sentiti in armonia con noi che ci hanno chiesto di essere parte collaborativa integrante nel progetto, dandoci un serio contributo, per poterlo metabolizzare e poi replicare nelle loro realtà.

Quali accorgimenti sono stati adottati per preservare l’accessibilità al patrimonio digitalizzato e garantirne una “conservazione digitale a lungo termine”?
Questa è sicuramente la domanda che mi dà l’occasione di parlare della grande sintonia che ci lega al mondo dell’Astrofisica e la Fisica spaziale e inevitabilmente con le stelle del nostro firmamento, guardandole con stupore e curiosità siamo vittime dell’attrazione di un perenne desiderio dell’essere umano verso le sfide, sopratutto le più difficili.

A tale proposito forse la battaglia più importante di questo progetto è stata quella di convincere, sopratutto nelle fasi preliminari, di utilizzare il formato F.I.T.S. come formato di conservazione digitale a lungo termine. Nello scenario globale di allora, che ancora oggi persiste, non esiste un formato standard per la conservazione digitale a lungo termine.

La maggior parte dei progetti utilizzano il TIFF di proprietà di ADOBE formato creato nel 1992 con piattaforma 32 bit ed aggiornato l’ultima volta dal suo creatore nel 1998. Altri utilizzano il formato PDF anch’esso di proprietà di ADOBE, la quale non ha mai lasciato liberatorie per l’utilizzo libero del formato sopratutto in un progetto di più di 40 milioni di immagini, altri ancora utilizzano JPG2000, ma questo pur essendo un formato free utilizza un viewer a pagamento KAKADU tanto è vero che viene considerato closed-source library. A fronte di queste tormentate analisi e dopo innumerevoli periodi di riflessioni, in modo veramente casuale siamo venuti a conoscenza della estrema similitudine tra la conservazione delle stelle e dei manoscritti, in fondo il mondo dell’astrofisica che fotografava stelle aveva solo uno zoom più potente ma il backstage di risorse umane e di tecnologia era molto simile al nostro. Fu folgorante la possibilità di poter utilizzare il formato FITS, open source gestito dalla comunità scientifica IAU (International Astronomical Union) con la supervisione di The European FITS Committee, The Japanese FITS Committee, The American Astronomical Society FITS Committee, The Astralian/New Zealand/Pacific FITS Committee. Un formato, open source, scritto in binario, che aveva subito una crescita tecnologica passando da piattaforme a 8 bit alle attuali a 64 bit senza perdere mai la compatibilità con i dati generati sulle piattaforme degli anni 70.

Mancava solo un piccolo tassello, un motore di conversione che ci consentisse di trasportare il formato FITS nei formati più noti del mondo “on demand”, jpg, jpg2000, tiff, gif, pdf, RAW, ecc.

In pratica il mondo dei fruitori dei dati rimangono all’oscuro sul processo di conservazione a lungo termine perché il motore di conversione realizza per loro la visualizzazione nel formato desiderato che potrà essere sempre aggiornato con l’ultimo viewer senza per questo intaccare l’integrità, la compatibilità e la longevità del file salvato in formato FITS.

Con il formato FITS siamo in grado di leggere oggi documenti generati da 50 anni, un periodo per l’informatica quasi paragonabile ad un’era geologica, tanto affidabile da coniare lo slogan: F I T S format one time forever.

Lei ha guidato l’informatizzazione della Biblioteca per 35 anni: quali sono i ricordi a cui è più legato?
I ricordi che affiorano, non sono principalmente di natura tecnologica, ma molti afferiscono al cuore. Le parole del mio mentore nel 1985 che mi indicò la strada per entrare in sintonia con un mondo a me completamente sconosciuto, “La Biblioteca Vaticana deve essere una parte di te e della tua vita. Non la devi solo servire, la devi amare. Solo allora lei ti aprirà gli orizzonti delle sue innumerevoli meraviglie, e tu avrai il compito di usare il tuo ingegno per farle ammirare a molte altre persone nel mondo, più di quante ne abbiamo raggiunte noi negli ultimi cinque secoli.”

Le parole del mio secondo prefetto nel 1987: “Una Biblioteca, disse, non è un nascondiglio per libri; è il luogo in cui il sapere vive, attraverso la condivisione, lo studio e la diffusione dei testi. Dobbiamo dare accesso a quei libri, dobbiamo darlo a tutti e dobbiamo garantirlo per sempre. Si zittì, quindi tornò a sorridere. Li copieremo, come facevano i monaci nello scriptorium, ma con i computer. Così come sono”.

Frammenti di una vita fortunata passata in ambienti meravigliosi dove mi sono trovato a dare insieme ad altri miei colleghi un contributo di longevità alla cultura, trasportando i nostri scienziati, scriptores latini e greci nel mondo del digitale, avvertendo prima la loro giustificata perplessità nell’abbandonare le loro macchine da scrivere a favore di un congegno anonimo, illuminato di fosfori verdi.

Palpare giorno dopo giorno il loro interesse e vedere la loro fiducia aumentare, verso un mondo nuovo, che li incuriosiva ma che con il quale non erano ancora in piena sintonia.

Ricordare la prima collaborazione nel 1986 con I.U.E. (Istituto Universitario Europeo) con il quale condividemmo la scelta del primo MAIN FRAME, e saperli coinvolti come archivio di conservazione dell’ESA ente con il quale collaboriamo ancora nell’ambito del FITS.

Forse il ricordo più significativo è senza dubbio l’incontro con Giuseppe di Persio dell’INAF, con il quale fu folgorante per noi la sua conoscenza sull’utilizzo del FITS.

Concludo sottolineando che Di Persio fu il catalizzatore che fuse le nostre conoscenze con quelle del mondo dell’astrofisica e come scrivo nel libro,”Questi due mondi, che ogni tanto cerchiamo di racchiudere nelle etichette di “scientifico” e “umanistico”, nella mia esperienza si incontrano molto spesso. Entrambi trovano conforto nella visione di un cielo che disegna le cose al di sopra di noi, ma anche per noi. Entrambi, collaborano per comprendere la vastità dell’incomprensibile.”

Luciano Ammenti è consulente per la conservazione digitale a lungo termine e Big Data Architecture Framework (BDAF). Nato a Morro Reatino (RI) nel 1954, è diplomato in Elettronica industriale. Ha conseguito un master in Computer Architectures alla Geac di Toronto. Dal 1983 è alla Biblioteca Vaticana. Nel 1993 è diventato direttore del Centro Elaborazione Dati della Biblioteca, e dal 2006 ne è coordinatore dei sistemi informatici. Dal 2011 al 2018 ha seguito il progetto per la conservazione digitale a lungo termine in formato FITS dei manoscritti della Biblioteca Vaticana.

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