Professor Zecchini, nel Suo fondamentale testo Il pensiero politico romano Lei realizza il primo esperimento di una storia del pensiero politico romano: come mai tale lacuna?
Il pensiero politico romano di Giuseppe Zecchini«Credo che tale lacuna derivi essenzialmente dal fatto che di pensiero politico si sono occupati in primis gli studiosi di storia della filosofia: la naturale conseguenza è che il pensiero politico antico è soprattutto quello greco, di Platone nella Repubblica, di Aristotele nella Politica; questa impostazione di tipo filosofico è evidente nel pur ottimo volume di Silvia Gastaldi, Storia del pensiero politico antico, uscito un anno dopo il mio, nel 1998; un altro indizio di tale impostazione è che un commento storico alla Politica di Aristotele si sta completando solo ora a cura dell’Istituto Italiano per la Storia Antica (nel 2016 è uscito il IV dei sei volumi previsti). Della lacuna si rese conto anche un gruppo di studiosi inglesi, che pubblicarono nel 2000 The Cambridge History of Greek and Roman Political Thought: si riconosceva finalmente che anche i Romani hanno avuto un pensiero politico, anche se ci si limitava pur sempre alla teoresi, mentre credo di aver dimostrato che i Romani potevano esprimere anche nella prassi le loro concezioni politiche e che quindi esiste, per esempio, un pensiero politico di Cesare e di Augusto oltre che di Cicerone.»

Quali furono i capisaldi ideologici del pensiero politico romano?
«Sintetizzando al massimo furono: a) il legame col diritto, soprattutto per quanto riguarda il diritto di appello ai concittadini; b) il legame con la religione, nella convinzione che un popolo deve conservare la pax deorum e che, nel caso particolare di Roma, dalla sua pietas dipendeva il mantenimento dell’egemonia; c) la massima apertura al novum, all’innovazione, ma, al tempo stesso, il limite ad ogni forma di innovazione basato sulla compatibilità del novum col mos maiorum, un insieme di valori tradizionali non meglio definiti; d) la dialettica tra principato e libertà, tra l’autocrazia del sovrano voluto dagli dei (poi da Dio) e il limite al suo potere fondato sul rispetto delle leggi e sul diritto del senato (poi dei vescovi) a denunciare i suoi errori.»

Attraverso quali fasi è passata l’elaborazione politica romana?
«Sostanzialmente attraverso quattro fasi: a) quella arcaica o altorepubblicana, quando si diede alal città il suo assetto istituzionale in parallelo con l’elaborazione del diritto e anche grazie all’influsso del pitagorismo; b) quella mediorepubblicana, quando i Romani si misurarono con i problemi posti dalla conquista dell’egemonia mondiale e discussero delle conseguenze, anche interne, del loro strapotere e dell’influenza dell’ellenismo sui loro costumi e la loro mentalità; c) quella altoimperiale, che parte dall’ideologia italocentrica di Augusto e sfocia nell’ideologia ecumenica (ma, in realtà, sempre più orientalizzata) della Constitutio Antoniniana di Caracalla; d) quella tardoantica dell’autocrazia religiosamente fondata (su Giove con Diocleziano, su Cristo con Costantino).»

Chi furono i principali teorici del pensiero politico romano?
«Il primo fu certamente M.Porcio Catone (239-149 a.C.), teorico dell’imperialismo ‘mite’ e dell’italocentrismo; il più organico fu certamente Cicerone, che intuì il ruolo dei neocittadini italici, ma non capì (o non accettò) il ruolo decisivo degli eserciti politicizzati nel passaggio dalla repubblica al principato: si trovò così a combattere una nobile battaglia di retroguardia, destinata al fallimento; il più audace fu forse il Dione Crisostomo delle quattro orazioni sulla regalità, dove propose agli imperatori il modello orientale di Alessandro e reclamò per i sofisti ellenizzati il ruolo di classe dirigente dell’impero; il più profetico fu senza dubbio S.Agostino, l’unico capace nel De civitate Dei di immaginare un mondo senza Roma.»

In che modo il cristianesimo ha rinnovato il pensiero politico romano?
«Ci si potrebbe anche porre la domanda inversa: esisterebbe il concetto cristiano di ‘persona’ senza il diritto romano? Tuttavia in un punto il cristianesimo è stato fondamentale: i Romani non distinguevano tra sfera religiosa e sfera politica, ma, se mai, tra sfera privata, dove ognuno poteva credere qual che voleva, e sfera pubblica, dove tutti dovevano riconoscersi nella religione ufficiale di Giove capitolino; quando, al termine di un lungo percorso, cominciato dal detto di Gesù ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio’, papa Gelasio (492-496) afferma la divisione e l’autonomia della sfera religiosa da quella politica, dei vescovi dall’imperatore, fonda di fatto la laicità occidentale: può piacere o non piacere, ma il nostro concetto di laicità l’ha formulato un papa (anche se non tutti i suoi successori hanno saputo attenervisi).»