“Pensieri sul viale del tramonto” di Ciro Caiazzo

Pensieri sul viale del tramonto, Ciro CaiazzoIl libro è la ristampa del primo saggio di Ciro Caiazzo, edito nel 2017. Nonostante siano trascorsi diversi anni dalla prima edizione, ha il pregio di aver mantenuto vivacità, interesse e attualità tanto da meritare una recensione postuma.

L’autore, nella premessa, dichiara quanto segue: «Ho scritto queste mie riflessioni di getto, senza avere alcuna pretesa e senza pormi troppi problemi sia di natura filosofica che psicologica. Non sono uno storico, né un filosofo, né tantomeno uno scienziato, ma solo un uomo qualunque dotato di media intelligenza, media cultura ma di spirito critico. Non ho quindi la pretesa di spiegare o insegnare alcunché a nessuno, ma avverto solo il bisogno di esternare le mie idee, più che altro per chiarirmi con me stesso in un disperato ed ultimo tentativo di liberarmi della confusione mentale di cui sono preda tutti gli uomini (a parte coloro che, per loro fortuna, credono fortemente in Dio) e di tutte le ipocrisie che questa malsana società ci ha imposto fin dalla nascita e che condizionano pesantemente la nostra vita.»

Dotato di una naturale verve critica, Caiazzo organizza un pensiero in sé audacemente riflessivo. Il testo segue un andamento preciso con una prosa fluida e lineare. Inoltre è più che ravvisabile un andamento colloquiale, scevro da qualsiasi costrutto di tipo cattedratico, nonostante i temi esposti siano di per sé complessi; nel leggere il testo non si ritrova il più ben che minimo velo di presunzione.

Il lettore è al cospetto di una personalità che non vuole piacere a nessuno, che non cerca il consenso e che non ha più la ben che minima voglia di scendere a patti con l’umanità sia in termini di idee sulla vita, che sulla religione. Ciro Caiazzo scrive perché ha veramente qualcosa da dire. L’autore non si perde in giri di parole ma con fare conciso giunge dritto al punto. Cosicché il lettore è come immerso in una linearità concettuale che non lascia adito a fraintendimenti. Questo testo, che non ha pretese né di ordine storico né filosofico così come l’autore stesso ricorda, è un saggio irriverente, contestatore, cinico, forse blasfemo, anticonformista, volutamente provocatorio e offensivo, comunque coraggioso, che non teme le critiche dei soliti ipocriti moralisti benpensanti, oggetto di feroce odio. L’autore con questo libro si prefigge lo scopo non solo di dimostrare, con argomentazioni provocatorie, l’assoluta improbabilità dell’esistenza di un Essere superiore, creatore del cielo e della terra ma anche quello di denunciare come ogni forma di religione possa trasformarsi in fondamentalismo, fomentare guerre e condizionare le menti. Una critica radicale condotta con grande intelligenza e humour.

Il saggio si articola in sei parti. La prima è introspettiva. In essa l’autore esprime tutta la sua frustrazione e disperazione provocata dalla mancanza di fede in una vita futura in comunione con il suo Creatore.

L’autore, nella disperata ricerca di una alternativa razionale alla tradizionale dottrina della Chiesa cristiana, esprime in forma quasi poetica il suo anelito, la sua necessità interiore di doversi affrancare dall’insegnamento di una falsa e superata religione con il suo “Credo” di seguito riportato:

Credo nella Natura madre onnipotente che ha generato la vita e nell’uomo suo figlio prediletto che, sviluppando la coscienza, ha acquisito consapevolezza di sé.

Credo quindi nella coscienza universale dalla quale deriva la coscienza individuale che in essa ritornerà alla fine della vita.

Credo nella Ragione che sola illumina il cammino dell’uomo.

Imploro la natura di non distruggerci e di non farci del male e l’uomo affinché rimetta i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci induca in tentazione.

Caiazzo si interroga, nel prosieguo del saggio, sull’immortalità dell’anima, sull’esistenza di Dio e sulla misera condizione umana. L’uomo, sostiene l’autore, è solo nell’universo, senza Dio e senza anima e quindi senza alcuna speranza, per di più oppresso da una Chiesa cristiana, falsa e ipocrita, che per affermare il suo potere non ha esitato a commettere ogni sorta di crimini, solo in piccola parte elencati nella parte seconda del testo.

L’autore stigmatizza il comportamento della Chiesa cristiana che da circa 500 anni contrasta la scienza: l’oscurantismo iniziò con Copernico nel 1500 e continuò con Galileo, con Giordano Bruno e con tanti altri, prolungandosi fin quasi ai nostri giorni. Ma ormai sostiene l’autore, la sconfitta della religione da parte della scienza appare inevitabile dal momento che essa imperterrita continua a basare la sua teologia sui Testi sacri e sui dogmi cioè su postulati da essa ritenuti immodificabili e inconfutabili mentre la Scienza basa le sue teorie sul conforto della dimostrazione matematica e sulla conferma della sperimentazione, facendo della ragione la sua arma principale. L’autore elenca i dieci dogmi più importanti della Chiesa cristiana, definiti solenni assurdità, sostenendo che a differenza della scienza, che fonda la sua credibilità su inconfutabili asserti espressi in forma matematica, sulla conoscenza e sulla ragione, la religione fonda il suo potere su presupposti irrazionali e falsi quali sono i dogmi, l’ignoranza e la fede.

Esaurite le considerazioni introspettive sul mondo metafisico, su Dio, sull’esistenza dell’anima, sui soprusi della Chiesa, l’autore ritorna, nei capitoli successivi, per così dire “con i piedi per terra” indirizzando una sarcastica critica velenosa verso la becera società, della quale validi esponenti sono i proprietari di cani, definiti “merdaioli “o “imbrattatori di merda” a seconda che raccolgano o meno le feci dei loro cani, che con il loro incivile comportamento annullano duemila anni di incivilimento da quando cioè i romani costruirono le prime fogne per liberare gli uomini dai loro escrementi.

Caiazzo definisce l’Italia una “Nazione senza palle” per non riuscire a contrastare l’invasione dell’islam che da tempo ha iniziato la conquista dell’Europa con l’invasione pacifica già in atto da molti anni, favorita dallo straordinario incremento demografico dei musulmani e dal continuo flusso di emigranti che ogni giorno sbarcano incontrastati sulle nostre coste ed etichetta gli italiani come “Il popolo più cretino del mondo” per aver smantellato le centrali nucleari che con incredibile e raro acume politico e industriale avevano realizzato in anticipo su altre nazioni cedendo alle pressioni degli imbecilli, ipocriti, vigliacchi “ambientalisti del cazzo” che paventavano pericoli di inquinamento radioattivo senza tener conto che a pochi chilometri dalle nostre frontiere, in Francia, in Austria, ecc., esistono da tempo centrali nucleari perfettamente

funzionanti che addirittura alimentano la nostra rete elettrica. Ancora l’autore stigmatizza l’imbecillità, l’incapacità e la disonestà dei governi che si sono succeduti alla guida del paese, che si manifesta tra l’altro, nel divieto della costruzione dei termovalorizzatori che, bruciando i rifiuti, producono energia elettrica adducendo ipocritamente la giustificazione che i termovalorizzatori inquinano, mentre evidentemente i roghi con i quali i delinquenti bruciano i rifiuti non producono gas tossici.

Verso la fine del saggio l’autore dichiara candidamente di non aver capito nulla della vita, della morte, di Dio, ecc. riconoscendo la sua completa ignoranza e l’incapacità di poter giungere a conclusioni univoche e definitive.

Caiazzo si rende conto dell’incoerenza che pervade l’intero scritto, nel quale sono mescolati a volte alla rinfusa considerazioni esistenziali, recriminazioni, speranze, aspirazioni e banali ricostruzioni storiche e filosofiche dalle quali ha sperato invano di poter cogliere qualche certezza. Tuttavia è proprio questa mescolanza di idee disparate e incoerenti la caratteristica peculiare di questo libro, che esprime la confusione mentale di cui l’autore è preda, della quale non si può liberare ma che tuttavia rende attraente questo libro.

Un saggio che offre numerosi spunti di riflessione e che merita senz’altro attenzione, qui dove la coscienza riflettente espone delle verità in sé più che mai personali ma non per questo scevre da un’universalità più che mai evidente.

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