“Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman

Pensieri lenti e veloci, Daniel KahnemanPensieri lenti e veloci
di Daniel Kahneman
traduzione di Laura Serra
Mondadori

«In questo libro ho descritto il funzionamento della mente come un’interazione precaria tra due personaggi fittizi: il sistema 1, che agisce automaticamente, e il sistema 2, che compie uno sforzo. Ormai hai imparato a conoscere bene la personalità dei due sistemi e sei in grado di prevedere come reagiscono nelle varie situazioni. Naturalmente ricorderai anche che non esistono realmente né nel cervello né da nessun’altra parte. «Il sistema 1 fa X» è un altro modo di dire «X avviene automaticamente», e «il sistema 2 è mobilitato perché faccia Y» è un modo conciso di dire «la vigilanza aumenta, le pupille si dilatano, l’attenzione è concentrata e viene eseguita l’attività Y». Spero troverai il linguaggio dei due sistemi utile come lo trovo io, e che tu abbia imparato intuitivamente a capire come funzionano senza lasciarti confondere dal problema se esistano realmente oppure no. Dopo avere dato questo necessario avvertimento, continuerò a usare fino alla fine questo linguaggio.

L’attento sistema 2 è quello che pensiamo di essere. Il sistema 2 articola i giudizi e compie le scelte, ma spesso appoggia o razionalizza idee e sentimenti che sono stati generati dal sistema 1. Magari non sappiamo che siamo ottimisti riguardo a un progetto perché qualcosa, nel suo direttore, ci ricorda la nostra cara sorella, o che qualcuno ci riesce antipatico perché somiglia vagamente al nostro dentista, ma se ci chiedono di spiegare il nostro atteggiamento, cercheremo nella memoria motivi presentabili e ne troveremo sicuramente qualcuno. Inoltre, crederemo alla storia che abbiamo inventato. Ma il sistema 2 non è lì solo per giustificare il sistema 1: ci impedisce anche di esprimere apertamente molti pensieri sciocchi e di dare sfogo a impulsi inappropriati. La sua capacità di concentrare l’attenzione migliora la performance in numerose attività (si pensi ai rischi di guidare la macchina in strade anguste mentre la mente vaga) ed è indispensabile in alcuni compiti, tra cui il confronto, la scelta e il ragionamento coerente. Tuttavia esso non è un modello di razionalità: le sue capacità sono limitate e altrettanto lo è la conoscenza cui ha accesso. Non pensiamo sempre correttamente quando ragioniamo, e gli errori non sono sempre dovuti a intuizioni invadenti e scorrette. Spesso commettiamo errori perché noi (il sistema 2) non sappiamo qual è la cosa giusta da fare.

Ho dedicato più spazio alla descrizione del sistema 1 e usato molte pagine per descrivere gli errori di giudizio e di scelta intuitivi che gli attribuisco, ma il numero relativo di pagine è un indice inadeguato dell’equilibrio tra le meraviglie e le pecche del pensiero intuitivo. È vero che il sistema 1 è all’origine di molte delle cose sbagliate che facciamo, ma è all’origine anche della maggior parte delle cose giuste che facciamo, che sono alla fine la maggioranza. I nostri pensieri e le nostre azioni sono guidati in genere dal sistema 1 e sono perlopiù azzeccati. Una delle meraviglie è il modello ricco e dettagliato del nostro mondo che è conservato nella memoria associativa: distingue in una frazione di secondo gli eventi sorprendenti da quelli normali, genera all’istante un’idea di quello che ci si aspettava al posto della sorpresa e cerca automaticamente un’interpretazione causale delle sorprese e degli eventi quando questi si verificano.

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Pensieri lenti e veloci
  • Kahneman, Daniel (Autore)

Inoltre, la memoria conserva il vasto repertorio di abilità che abbiamo acquisito in una vita di pratica, e questo automaticamente produce soluzioni adeguate alle sfide che via via si presentano, dalla necessità di aggirare un grande masso sul sentiero al bisogno di prevenire lo scoppio d’ira di un cliente. Per acquisire un’abilità occorrono un ambiente regolare, un’adeguata opportunità di fare pratica, e un feedback rapido e inequivocabile riguardo alla correttezza di pensieri e azioni. Quando queste condizioni sono soddisfatte, alla fine si sviluppa la competenza, e i giudizi e le scelte intuitivi che vengono in mente con prontezza sono perlopiù accurati. Tutto questo è opera del sistema 1, il che significa che accade in maniera rapida e automatica. Un marcatore della performance competente è la capacità di affrontare vasti quantitativi di informazioni con velocità ed efficienza.

Quando ci si imbatte in un problema per il quale è disponibile una risposta, la risposta è evocata. Che cosa succede in assenza di competenza? A volte, come nel problema «17 × 24 = ?», che richiede una risposta specifica, appare subito evidente che si deve fare ricorso al sistema 2. Ma è raro che il sistema 1 si lasci confondere e stupire. Non è vincolato da limiti di capacità ed è prodigo nei suoi calcoli. Quando si impegna a cercare la risposta a un quesito, genera simultaneamente le risposte a quesiti correlati e a volte sostituisce una risposta che gli viene più facilmente in mente a quella che avrebbe dovuto elaborare. In questa concezione dell’euristica, la risposta euristica non è detto sia più semplice o più sobria dell’interrogativo originario: è solo più accessibile, calcolata con maggiore facilità e rapidità. Le risposte euristiche non sono casuali e sono spesso approssimativamente corrette; ma a volte sono del tutto sbagliate.

Il sistema 1 registra la fluidità cognitiva con cui elabora le informazioni, ma non genera un segnale di allarme quando diventa inaffidabile. Le risposte intuitive vengono in mente in fretta e con sicurezza, siano esse originate dalla competenza o dall’euristica. Per il sistema 2, non c’è un modo semplice di distinguere tra una risposta competente e una risposta euristica: la sua unica soluzione è rallentare e tentare di elaborare autonomamente una risposta, cosa che è restio a fare perché indolente. Esso segue con noncuranza molti dei suggerimenti del sistema 1 senza quasi controllarli, come nel problema della mazza e della palla. È così che il sistema 1 si guadagna la nomea di fonte di errori e bias. Le sue caratteristiche operative, che includono tra l’altro il WYSIATI, il matching di intensità e la coerenza associativa, generano bias prevedibili e illusioni cognitive come l’ancoraggio, le predizioni non regressive, l’eccessiva sicurezza e via dicendo.

Che cosa si può fare per combattere i bias? Come possiamo migliorare i giudizi e le decisioni, sia nostri sia delle istituzioni che serviamo e ci servono? La risposta, in breve, è che si può fare molto poco senza un grande investimento di energie. Come so per esperienza, il sistema 1 non è facilmente educabile. A parte alcuni effetti che attribuisco perlopiù all’età, il mio pensiero intuitivo è altrettanto incline all’eccessiva sicurezza, alle previsioni estreme e alla fallacia della pianificazione di com’era prima che compissi uno studio su questi temi. Sono migliorato solo nella capacità di riconoscere situazioni in cui sono probabili errori («Questo numero sarà un’ancora…», «La decisione cambierebbe se il problema fosse riformulato…»). E ho fatto molti più progressi nel riconoscere gli errori degli altri che i miei.

Il sistema per prevenire gli errori tipici del sistema 1 è in teoria semplice: riconoscere indizi del fatto che ci si trova in un campo minato cognitivo, rallentare e chiedere rinforzi al sistema 2. Ecco come procederai la prossima volta che ti troverai davanti all’illusione di Müller-Lyer: quando vedrai segmenti cui sono attaccate frecce chiuse verso l’interno e aperte verso l’esterno, riconoscerai la situazione come una di quelle in cui non devi fidarti della tua impressione circa la lunghezza. Purtroppo, tendiamo a non seguire questa procedura ragionevole proprio quando sarebbe assolutamente necessario farlo. A tutti noi piacerebbe avere un campanello d’allarme che suonasse a distesa quando stessimo per commettere un errore grave, ma un simile campanello non esiste e le illusioni cognitive sono in genere più difficili da riconoscere delle illusioni percettive. La voce della ragione è forse molto più debole di quella, forte e chiara, di un’intuizione errata, e mettere in discussione le nostre intuizioni è spiacevole quando siamo in preda alla tensione di una grande decisione. Un supplemento di dubbi è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno quando siamo in difficoltà. Il risultato è che è molto più facile riconoscere un campo minato quando si osserva qualcun altro avventurarvisi che quando siamo sul punto di avventurarvici noi. Gli osservatori sono meno cognitivamente indaffarati e più aperti alle informazioni degli attori. Questo è il motivo per cui ho scritto questo libro, che è rivolto più ai critici e ai pettegoli che ai responsabili delle decisioni.»

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