Pasolini per l'italiano, l'italiano per Pasolini, Paolo D'AchilleProf. Paolo D’Achille, Lei è autore del libro Pasolini per l’italiano, l’italiano per Pasolini pubblicato dalle Edizioni dell’Orso: di quale importanza era per Pier Paolo Pasolini la questione linguistica?
Il problema linguistico è stato centrale in tutta l’opera di Pasolini, che per questo aspetto ha due soli precedenti nella storia della letteratura italiana, Dante e Manzoni. Dobbiamo distinguere gli interventi dedicati esplicitamente a questo problema (come il saggio le Nuove questioni linguistiche, ma anche tanti altri interventi di critica militante) e la produzione (letteraria, ma anche cinematografica), in cui l’attenzione alla lingua e la riflessione sull’italiano, anche quando non vengono dichiarate, sono implicitamente presenti e si colgono chiaramente. Pasolini sentiva moltissimo il problema dell’assenza, in Italia, di una lingua nazionale socialmente condivisa; avvertiva che la lingua letteraria (e la stessa letteratura) stava perdendo la funzione di modello di riferimento che aveva avuto per secoli (se pure limitatamente alle persone colte); si poneva il poneva il problema della sopravvivenza dei dialetti (e della cultura contadina di cui erano portatori) di fronte alle spinte unificanti (anzi, per usare la sua terminologia, omologanti) della civiltà dei consumi. Tra l’altro, alcune pagine pasoliniane individuavano nella lingua e anche nella società italiana del suo tempo tendenze che solo un intellettuale della sua cultura e della sua sensibilità poteva cogliere: oggi noi consideriamo quelle pagine quasi profetiche, ma all’epoca – anche per il loro tono spesso volutamente provocatorio – non vennero assolutamente comprese e furono anzi spesso oggetto di attacchi, sia da destra sia da sinistra.

Quale querelle suscitò la pubblicazione delle Nuove questioni linguistiche nel 1964 e di Volgar’eloquio nel 1975?
I due testi ebbero una risonanza assai diversa. L’intervento del 1964 riaprì, in un certo senso, la secolare questione della lingua, che sembrava ormai chiusa da decenni, in seguito al liberalismo linguistico crociano. L’annuncio di Pasolini della nascita di un nuovo italiano, legato alle innovazioni tecnologiche e irradiato dalle industrie del Nord, profondamente diverso da quello della tradizione letteraria e destinato a portare il paese a quell’unificazione linguistica ancora assente, suscitò un profluvio di reazioni: dalle pagine di giornali e riviste moltissimi scrittori, linguisti, critici letterari, intellettuali, replicarono, ora contestando alcuni presupposti pasoliniani, ora mettendo in luce certe innegabili approssimazioni terminologiche e concettuali. Lo stesso Pasolini partecipò al dibattito con ulteriori interventi, in cui cercò di spiegare meglio le proprie posizioni, ma ben poche furono le voci che si levarono a suo sostegno. Lo dimostra il volume curato da Oronzo Parlangeli nel 1969 (ristampato nel 1976 e purtroppo da tempo fuori commercio), che raccoglie tutti gli interventi apparsi in quel torno di tempo.

Molto diverso è il caso di Volgar’eloquio. Si tratta infatti di un intervento orale seguito da un dibattito, che Pasolini tenne a Lecce poche settimane prima della morte e che venne pubblicato pochi mesi dopo, sulla base della sbobinatura (una nuova edizione più corretta è stata approntata solo nel 2015). Il testo non ebbe la stessa risonanza. Tuttavia, un po’ per l’emozione causata dalla tragica fine del poeta, un po’ per la presa di posizione molto netta di Pasolini contro quello che egli chiama qui il genocidio dei dialetti, i giudizi su quest’opera sono stati positivi. In effetti, può essere considerata (per quello che riguarda la lingua italiana) una sorta di testamento spirituale.

Quali erano le tesi linguistiche di Pasolini?
Pasolini nelle Nuove questioni linguistiche partiva dal problema della difficile scelta di un italiano per la letteratura e valutava negativamente quell’italiano medio che molti scrittori del suo tempo (alcuni anche suoi amici) avevano adottato. Ma la riflessione sulla storia della lingua letteraria, costituita sulla base del modello fiorentino (con qualche recente innesto romano) e in simbiosi con il latino, porta lo scrittore a riflettere sulla nascita di un nuovo italiano, diverso da quello della tradizione: Pasolini sosteneva che il processo di industrializzazione di Torino e di Milano stava determinando non solo un profondo mutamento nello stile di vita degli italiani, ma anche la nascita di una nuova varietà linguistica, che aveva i suoi modelli nella tecnologia e non più nella letteratura. Era dunque appena nata una nuova lingua nazionale, in cui il fine comunicativo sarebbe stato nettamente prevalente su quello espressivo. Poco più di dieci anni dopo, in Volgar’eloquio, lo scrittore sottolineava il peso della televisione nella diffusione del nuovo italiano (maggiore di quello dell’insegnamento scolastico, che non era riuscito a imporre una lingua comune) e il fatto che la sopravvivenza dei dialetti era messa in pericolo dall’avanzare di questa nuova varietà.

Quali intuizioni ebbe lo scrittore friulano su quello che in seguito sarebbe stato lo sviluppo della lingua italiana?
Molte, indubbiamente. Anche se non si è arrivati, sul piano linguistico, a quella omologazione da lui preconizzata, perché le varietà regionali (che hanno spesso preso il posto dei tradizionali dialetti) hanno mostrato una vitalità per certi aspetti insospettata, alcune tendenze della lingua che Pasolini indicava nel 1964 si sono intensificate: la riduzione della polimorfia (per cui ormai tutti diciamo oliva e non anche uliva, giovane e non anche giovine, perso più che perduto, ecc.); la preferenza nello scritto per strutture sintattiche brevi, paratattiche e a volte perfino prive del verbo, invece della complessa architettura sintattica della prosa tradizionale, con le sue frasi subordinate; soprattutto l’avanzata di un modello di italiano “aziendale” anche in scritture tradizionali come quelle burocratiche. Ma, soprattutto, Pasolini fu uno dei primi ad avvertire la “crisi” del modello letterario: non a caso mentre prima di lui si parlava di “italiano letterario” nel senso di “italiano standard”, oggi quell’espressione, in questo senso, non si usa più.

Qual è stato l’apporto di Pasolini al lessico dell’italiano contemporaneo?
Forse inferiore a quanto avrebbe potuto essere: Pasolini, come ho detto, non è stato molto amato, soprattutto in ambienti “istituzionali” e d’altra parte non è un autore “semplice”. Certamente, alcune parole ed espressioni romanesche da lui usate per primo nei due romanzi degli anni Cinquanta ambientati nelle borgate romane hanno avuto una circolazione nazionale grazie anche a questi testi (penso a battona, coatto, manfrina, pipinara, sgamare, all’esclamazione ammazza!), ma non si tratta di “invenzioni” pasoliniane, come vantone. Dobbiamo certamente ai suoi scritti giornalistici la grande diffusione di Palazzo nel senso di ‘centro del potere politico’ e anche la crescita d’uso di prefissoidi come paleo– e pseudo-. Pasolini ha inoltre rilanciato, caricandole e modificandole parzialmente sul piano semantico, parole che prima di lui in italiano avevano avuto una circolazione molto limitata e che ora invece, almeno nella saggistica e nel giornalismo, sono assai diffuse, come omologazione (con omologare, omologante ecc.) e affabulazione (con affabulare, affabulatorio e affabulatore), titolo di una sua tragedia. A proposito di titoli, anche altri suoi titoli, di opere letterarie o cinematografiche, o sono stati riutilizzati (La meglio gioventù, Petrolio) o sono addirittura entrati nella lingua comune (teorema, ragazzi di vita).

Paolo D’Achille insegna Linguistica Italiana e Storia della lingua italiana all’Università Roma Tre. Dal 2013 è Socio ordinario dell’Accademia della Crusca e dal 2015 direttore de «La Crusca per voi» e responsabile del servizio di Consulenza linguistica sull’italiano contemporaneo. Tra le sue pubblicazioni: Breve grammatica storica dell’italiano (Roma, Carocci, 20193) e L’italiano contemporaneo (Bologna, il Mulino, 20103; è in stampa una nuova edizione).