“Parlare d’Africa. 50 parole chiave” di Karin Pallaver e Luca Jourdan

Prof.ri Karin Pallaver e Luca Jourdan, Voi siete autori del libro Parlare d’Africa. 50 parole chiave edito da Carocci: per quali ragioni nel nostro Paese si parla poco e male di Africa?
Parlare d’Africa. 50 parole chiave, Karin Pallaver, Luca JourdanLe ragioni sono molteplici. Da un lato è evidente una lacuna culturale nella formazione scolastica italiana, che tratta l’Africa, quando lo fa, solo in maniera marginale. Pensiamo al colonialismo italiano: nei manuali di storia delle scuole superiori viene molto spesso trattato in maniera parziale e incompleta, senza dare il giusto spazio e rilievo al ruolo che l’Italia ha avuto nella colonizzazione dell’Africa, incluse le violenze efferate e i crimini di guerra come il massacro di Debre Libanos in Etiopia o la creazione dei campi di concentramento in Libia. Oppure pensiamo ai testi delle scuole primarie, dove spesso troviamo “specchietti di approfondimento” sulle popolazioni africane inseriti tra le pagine dei capitoli che trattano della preistoria; è chiaro che in questo modo al bambino che si approccia allo studio della storia viene trasmesso il messaggio “in Africa si vive come nella preistoria”. Si tratta chiaramente di rappresentazioni che sono il frutto di retaggi coloniali e che sono oggi spesso alimentate anche dai mass media, che hanno bisogno di rendere le notizie appetibili facendo vedere al pubblico quello che in Africa non va. In questo modo, vengono applicate al continente lenti interpretative come l’afropessimismo, che contribuiscono a dare una percezione unicamente negativa dell’Africa. Si tratta di discorsi che, oltre a produrre visioni parziali e spesso scorrette, hanno delle importanti implicazioni nelle relazioni tra l’Africa e il resto del mondo. Sono infatti strumentali nel mantenere l’Africa all’interno di rapporti di potere che negano al continente una sua capacità di agire e di decidere per se stesso. Insomma, quando si parla di Africa lo si fa spesso in modo approssimativo e parziale, sulla base di pregiudizi e stereotipi che portano a una rappresentazione distorta del continente. Uno su tutti, il descrivere l’Africa come un paese, e non come un continente, che va ovviamente ad oscurare le sue specificità nazionali, regionali e culturali.

Quali categorie interpretative e concetti chiave introduce il volume, per muoversi nella complessità del continente africano?
Abbiamo pensato il volume in forma di glossario, inserendo termini di uso corrente e concetti chiave che in poche pagine possano permettere di farsi un’idea di quelli che sono i principali processi storici che hanno interessato il continente ­– come ad esempio colonialismo, decolonizzazione e panafricanismo – e quali siano le loro conseguenze sull’Africa di oggi, inserendo allo stesso tempo alcune voci che aiutino ad orientarsi nei principali temi che caratterizzano l’attualità del continente. Il suo scopo è quello di proporre alcuni strumenti per parlare dell’Africa con un lessico adeguato, storicamente e culturalmente informato e per decostruire stereotipi e pregiudizi. Ogni voce è volutamente breve, per permettere al lettore di acquisire le informazioni chiave in modo conciso e chiaro. Ciò comporta inevitabilmente delle generalizzazioni, alle quali abbiamo tentato di ovviare sia trattando degli esempi specifici che possono essere utili alla contestualizzazione dei macro-temi trattati, sia inserendo alla fine di ogni voce alcuni riferimenti bibliografici per approfondire. Nel libro sono stati inclusi anche alcuni termini in lingue africane, che sono di uso comune, ma il cui campo semantico è di difficile traduzione in italiano. Nella scelta di questi termini, abbiamo privilegiato quelli impiegati a livello continentale, come ad esempio ubuntu, o quantomeno regionale, come ujamaa e utani.

Quali termini riassumono maggiormente la realtà sociale, politica ed economica del continente africano oggi?
È difficile trovare termini che riassumano la realtà dell’Africa contemporanea. Si tratta di un continente vasto ed eterogeneo sotto i più diversi profili. Tuttavia con un po’ di estro retorico possiamo proporre alcune parole in grado di catturare alcuni aspetti cruciali di una realtà così differenziata. La prima è ‘dinamicità’: l’Africa è in continua trasformazione, al pari del resto del mondo d’altronde, ma la velocità di queste trasformazioni appare talvolta sorprendente. Non si vuole qui dare al termine dinamicità un’accezione meramente positiva: paesi dalla crescita economica sorprendente sono recentemente sprofondati nella guerra (vd. Etiopia), altri emergono con passi da gigante da un passato truce (vd. Ruanda). Anche qui, però, non mancano eccezioni: nel Congo, per esempio, la guerra si protrae con dinamiche pressoché uguali da oltre vent’anni e la formula ‘stabilità dell’instabilità’ sembra rendere bene la situazione del paese.

Un altro termine è ‘giovane’. Un continente giovane è inevitabilmente anche dinamico, talvolta esplosivo. Sebbene molti paesi africani conoscano oggi una transizione demografica, sebbene in forme peculiari, il tasso di fecondità è in generale ancora molto elevato, un dato questo in controtendenza rispetto ad altre aree del mondo. Una popolazione giovane può rappresentare senza dubbio una risorsa, ma a condizione di avere sistemi scolastici efficienti ed economie in grado di generare posti di lavoro. Su entrambi questi fronti lo sforzo da fare è immenso: gli investimenti nella scuola pubblica sono ancora del tutto insufficienti e va altresì migliorata la qualità dell’istruzione. Dal punto di vista economico, non sempre la crescita dell’economia corrisponde a una relativa produzione di posti di lavoro e pertanto questo genera un surplus di manodopera. Disoccupazione, giovani lumpen e migrazione sono la conseguenza di questo processo.

Infine proponiamo il termine ‘estroversione’ che può essere reso con la formula ‘dipendenza attiva’. In sostanza, come ha argomentato il politologo francese Jean-François Bayart, si tratta di rivedere la storia della relazione fra l’Africa e il resto del mondo alla luce del fatto che gli africani hanno avuto un ruolo attivo nella mise en dependence del continente. La precarietà degli stati africani e il conseguente bisogno di ricorrere a risorse esterne fanno sì che l’Africa sia un continente aperto, per l’appunto estroverso, nei confronti del resto del mondo. Al contempo le élite africane hanno trasformato la dipendenza dall’esterno in una rendita politica ed economica. Si tratta di una caratteristica di lunga durata che verosimilmente potrebbe replicarsi anche nei confronti della Cina, l’attore più dinamico e influente oggigiorno nel continente.

Il termine Cinafrica esprime la sempre maggiore influenza cinese in Africa: come si esplica la strategia geopolitica cinese nel continente africano?
La Cina è oggigiorno il principale partner commerciale dell’Africa con un volume di affari di circa 204 miliardi nel 2018. A questo si aggiunge un consistente flusso migratorio di cinesi verso il continente. Le risorse minerarie sono l’interesse principale della Cina e in molti paesi Pechino costruisce infrastrutture e concede prestiti ai governi in cambio di materie prime. I materiali per l’industria hi-tech e delle batterie sono particolarmente ambiti in quanto alimentano settori industriali strategici dove la Cina cerca di primeggiare a livello globale. Non mancano situazioni di sfruttamento: è sufficiente pensare all’estrazione del cobalto nelle miniere del Congo dove si contravviene a ogni diritto dei lavoratori. L’Africa inoltre è al centro della Belt and Road Initiative, la cosiddetta ‘nuova via della seta’ che dovrebbe concretizzarsi in investimenti per circa 60 miliardi di dollari da parte di Pechino nel continente.

Di recente alcuni analisti hanno sottolineato che Pechino stia in parte moderando il proprio interesse nei confronti dei paesi africani eccessivamente indebitati (con la stessa Cina spesso) e privi di materie prime. È difficile ovviamente fare previsioni sul futuro, resta il fatto che l’Africa è una fonte indispensabile di materie prime per la Cina, la fabbrica del mondo, e al contempo rappresenta un mercato enorme per lo sbocco delle sue merci, oltre che un luogo dove delocalizzare le produzioni low tech.

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Il processo di Decolonizzazione in Africa può dirsi concluso?
La decolonizzazione è stata un processo molto lungo che si è sviluppato a partire dalle prime indipendenze alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso per concludersi con la fine del regime dell’apartheid in Sudafrica e le prime elezioni libere nel 1994. Rimangono, tuttavia, alcuni casi di decolonizzazione incompiuta, primo tra tutti quello del Sahara Occidentale, ex-colonia spagnola che è stata annessa dal Marocco nel 1975. Il Fronte Polisario, l’organizzazione politica che rappresenta la i saharawi, la popolazione del Sahara Occidentale, ha condotto una lunga guerra contro l’occupazione marocchina, conclusasi con un accordo di pace nel 1991, al quale sarebbe dovuto seguire un referendum sull’indipendenza, che non si è tuttavia ancora svolto. Sebbene non riconosciuta dal Marocco, la Repubblica Democratica Araba dei Saharawi è membro dell’Unione Africana dal 1982 ed è riconosciuta ufficialmente a livello internazionale da molti paesi.

Un punto che vale la pena di sottolineare è che nonostante il completamento del processo di decolonizzazione politica, rimangono evidenti le eredità che il colonialismo ha lasciato all’Africa indipendente, a partire dalle frontiere, fino ad arrivare alle istituzioni politiche ed economiche, e che nel libro introduciamo nella voce “neocolonialismo”, termine che indica l’influenza che i paesi occidentali, ex colonizzatori ma non solo, esercitano sugli stati africani oggi al fine di mantenere e promuovere i propri interessi economici e politici.

In che modo la dottrina del Panafricanismo ha influito e influisce sulle vicende degli stati africani?
Nato tra gli africani della diaspora negli Stati Uniti e nei Caraibi, il panafricanismo è un movimento che si fonda sulla constatazione che le persone di discendenza africana hanno una storia comune caratterizzata da schiavitù, sfruttamento e dal razzismo dei bianchi. Per gli intellettuali del movimento, la sofferenza che questa storia ha causato sia nelle Americhe sia in Africa ha creato un’unità transculturale che fa sì che africani e afro-americani siano parte di un unico popolo la cui identità valica i confini nazionali e continentali per diventare propriamente transnazionale e pertanto panafricana. Il movimento panafricanista ebbe un ruolo fondamentale nel processo di decolonizzazione dell’Africa, in quanto permise di coordinare e promuovere a livello continentale la lotta dei movimenti nazionalisti che lottavano contro il colonialismo europeo. Gli ideali di cooperazione alla base del panafricanismo portarono dopo la prima ondata di indipendenze alla fondazione nel 1963 dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il cui obiettivo primario era proprio quello di promuovere gli ideali di fratellanza e solidarietà tra i popoli africani, al fine della creazione di un’Africa unita, libera e finalmente in grado di controllare il proprio destino. Questo ideale si traduceva, nella pratica, nel sostegno logistico, militare e politico che i paesi membri mettevano a disposizione per supportare i movimenti di liberazione dei paesi che erano ancora sotto il giogo coloniale, come le colonie portoghesi, o sottoposti a governi guidati da una minoranza bianca, come la Rhodesia del Sud e il Sudafrica. La trasformazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana in Unione Africana nel 2002 è stata determinata dalla necessità di adattare gli scopi dell’organizzazione a una nuova fase storica, in cui la fine dell’apartheid in Sudafrica aveva segnato il completamento del processo di decolonizzazione. Lo scopo dell’Unione Africana è divenuto quello di puntare su nuove forme di cooperazione e di integrazione tra i paesi membri, soprattutto per favorire la crescita e lo sviluppo sociale ed economico del continente, attingendo dagli ideali di cooperazione e solidarietà alla base del panafricanismo.

Quale futuro, a Vostro avviso, per l’Africa?
Siamo in genere restii a fare previsioni poiché le variabili in gioco sono troppe e, come ha mostrato l’epidemia di Covid-19, alcune sono imprevedibili. È possibile però che il continente assuma in futuro un ruolo sempre maggiore a livello globale. Popolazione giovane, presenza di materie prime, mercati ancora parzialmente vergini ecc.: le potenzialità del continente sono enormi, ma ancora in parte da sviluppare. Che sia l’Africa il continente del futuro? In molti lo pensano ed è forse una previsione fondata e non solo un wishful thinking. Tuttavia, l’unica certezza è che il futuro dell’Africa riguarda noi tutti e le trasformazioni del continente, qualunque esse siano, si riverbereranno inevitabilmente anche su di noi.

Luca Jourdan è Professore ordinario presso l’Università di Bologna, dove insegna Antropologia Culturale e Antropologia Politica. Ha lavorato principalmente in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, occupandosi del legame giovani/guerra, dei rapporti tra potere centrale e tradizionale, di rifugiati.

Karin Pallaver è Professoressa Associata presso l’Università di Bologna, dove insegna Storia dell’Africa. La sua attività di ricerca si concentra sul Kenya e sulla Tanzania, con particolare attenzione all’impatto economico e sociale del colonialismo europeo sulle società africane.

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