Parigi 1919. La Conferenza di pace, Giovanni BernardiniProf. Giovanni Bernardini, Lei è autore del libro Parigi 1919. La Conferenza di pace edito dal Mulino: come si giunse alla Conferenza di Parigi?
L’idea di chiudere i conti aperti da una guerra per mezzo di una conferenza internazionale non è certo un’invenzione del 1919. Il precedente più autorevole, spesso chiamato in causa già all’epoca come termine di confronto, era il Congresso di Vienna, tenuto un secolo prima per ripristinare l’ordine europeo sconvolto dalla Rivoluzione Francese e dalle guerre napoleoniche. Cento anni dopo, a imporre la necessità di un nuovo incontro diplomatico in grande stile erano innanzitutto la lunga durata e la portata devastante della Prima Guerra Mondiale. La novità della Conferenza di Parigi risiedeva semmai nell’alto profilo dei protagonisti, nel loro numero enorme e insolito e nella loro varietà. Per quanto riguarda la prima questione, non era certo scontato un coinvolgimento in prima persona e per tutta la durata della Conferenza dei capi di governo e dei ministri degli esteri dei principali paesi vincitori. Se questo avvenne, lo si dovette innanzitutto alla decisione epocale del Presidente statunitense Woodrow Wilson di imbarcarsi per il primo viaggio in Europa di un inquilino della Casa Bianca e di porre al centro della discussione di Parigi il proprio programma, noto come i “quattordici punti”. Sia la rilevanza del personaggio, sia la portata rivoluzionaria dei temi che proponeva – autodeterminazione dei popoli, libertà di navigazione e di commercio, fine della diplomazia segreta, creazione della Società delle Nazioni tra gli altri – finirono per obbligare i capi di governo degli altri paesi, o almeno dei principali, a presenziare personalmente alle trattative. Tutti furono accompagnati da imponenti delegazioni composte di diplomatici e “tecnici” di ogni specializzazione (geografi, demografi, storici, economisti…): una novità che ebbe grande influenza sui risultati della Conferenza, come ho cercato di spiegare in dettaglio nel libro.

Chi furono i partecipanti alle trattative?
Si tratta di una questione di grande importanza spesso sottovalutata dalla storiografia. Per questo nel libro ho dedicato la massima attenzione a ricostruire gli aspetti organizzativi e procedurali, spiegando perché essi furono determinanti nel decidere le sorti della Conferenza. Innanzitutto, qualcuno fu escluso dalle trattative: i rappresentanti dei paesi sconfitti. La decisione di non ammetterli a Parigi se non per la firma finale dei trattati lasciò tracce profonde nella memoria collettiva, poiché fu considerata un’umiliazione nei loro confronti. Anche in questo caso però non si trattava di una novità rispetto al passato: lo scandalo nasceva piuttosto dalla delusione delle grandi aspettative generate dalle dichiarazioni dello stesso Presidente Wilson, che aveva promesso una “pace senza vinti né vincitori”. Al contrario, gli stessi vincitori ebbero gioco facile (e tutto l’interesse) nell’imporre una pace decisa e concordata tra di loro.

Inoltre, è anche necessario ridimensionare il mito della Conferenza di Parigi come la più grande assise diplomatica della storia fino ad allora. È vero che vi prese parte un numero di delegazioni (circa una trentina) superiori a qualunque precedente, così come più varia che mai era la loro composizione: dal Nicaragua alla Liberia, dal Siam ad Haiti. Tuttavia, oggi sappiamo come gran parte delle decisioni più rilevanti non furono prese dall’Assemblea plenaria ma dal ristretto numero dei cinque principali vincitori del conflitto: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia e Giappone. I loro rappresentanti diedero vita a un organo non ufficiale che si riunì pressoché quotidianamente ogni giorno e che spesso delegò lo studio di questioni particolari (confini, riparazioni economiche, statuto della Società delle Nazioni) a commissioni di esperti: nondimeno le determinazioni finali sulle misure da prendere furono appannaggio di quel ristretto circolo.

Chi fu il convitato di pietra della Conferenza?
Nel volume ho definito la Russia, all’epoca ancora sconvolta dalla guerra civile tra il regime bolscevico in cerca di consolidamento e le forze “bianche” controrivoluzionarie, come “il convitato di pietra della Conferenza”. Ho trovato il riferimento letterario particolarmente calzante: nessuna fazione russa fu ufficialmente invitata alle trattative, eppure la situazione di quell’area fu uno spettro che aleggiò su molte delle discussioni alla Conferenza. All’ordine del giorno non c’era soltanto la necessità di trovare una sistemazione stabile, solida e accettabile per i territori dell’ex Impero dello Zar, ma più ancora la necessità di contrastare la diffusione e l’emulazione del bolscevismo nel resto dell’Europa martoriata dalla guerra appena conclusa. Nel volume ho ricostruito nel dettaglio sia i due maldestri e contrastati tentativi, entrambi promossi dagli Stati Uniti, di entrare in contatto con i bolscevichi e comprendere se essi fossero recuperabili a dei rapporti “civili” e pacifici col resto del mondo; sia la promozione di un’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tutt’oggi funzionante, che si occupasse di discutere i problemi delle classi lavoratrici e di trovare soluzioni condivise per migliorare le loro condizioni, disinnescando così i rischi rivoluzionari.

Quali furono i principali nodi della Conferenza?
La prima fonte dei problemi della Conferenza fu proprio l’impossibile vastità del suo ordine del giorno. In teoria, essa avrebbe dovuto occuparsi di risistemare l’Europa orfana di ben quattro imperi multinazionali, crollati durante la guerra, di fissare confini, definire i criteri delle nazionalità e affidare loro l’autodeterminazione, stabilire le riparazioni da pagare per tutti i paesi sconfitti, creare nuove regole e nuovi organismi internazionali per impedire un nuovo ricorso alla guerra, regolare la questione delle colonie tolte a chi aveva perso il conflitto, trovare una soluzione per il dilemma russo, concordare un rilancio in tempi brevi dell’economia internazionale e molto altro ancora. Tutto questo doveva avvenire in mezzo a contrasti crescenti tra i vincitori, i quali disponevano di mezzi ridotti dopo che la guerra li aveva dissanguati, e mentre le urgenze del presente rendevano sempre più difficile la progettazione di un futuro a lungo termine. L’esplosione delle contraddizioni inscritte in un simile elenco era solo una questione di tempo. Se però si vuole identificare un elemento particolare che più di altri illustra le tensioni irrisolvibili della Conferenza, la scelta non può che cadere sul tema della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione. Da un lato, il progetto wilsoniano appoggiato in principio dagli altri vincitori prefigurava chiaramente il modello dello stato nazionale come fondamento del mondo postbellico. Dall’altro, si rivelò presto illusoria l’idea di applicare un simile modello ad ampie parti dell’Europa i cui abitanti non si era mai posti il problema della propria appartenenza a una nazionalità o etnia. Chi non beneficiò della nascita di uno stato “dominato” dalla propria etnia, maturò la percezione di un torto storico con conseguenze gravi negli anni a venire. Infine, mentre la Conferenza poneva la sovranità nazionale al centro del nuovo edificio postbellico, tentava di porre delle limitazioni alla sua assolutezza attraverso degli esperimenti di tutela internazionale delle minoranze, e soprattutto per mezzo della Società delle Nazioni, che avrebbe dovuto regolare i rapporti tra tutti gli stati ugualmente rappresentati ed evitare il nuovo ricorso alla guerra. La tensione tra sovranità nazionale e governo sovranazionale, a pensarci bene un tema attualissimo, fu la nota principale della Conferenza di Parigi: la sua rottura in direzione della prima dimensione avrebbe condizionato drammaticamente i due decenni a venire, come è noto.

Quali speranze e delusioni essa generò?
Le speranze furono smisurate quanto le inevitabili delusioni. Di nuovo, era stata soprattutto la retorica wilsoniana a creare attorno alla Conferenza di Parigi speranze semplicemente impossibili da soddisfare, perché in contraddizione tra di loro e con le rivendicazioni dei paesi vincitori. L’idea che la Conferenza e poi la sua prosecuzione attraverso la Società delle Nazioni avrebbero posto fine a tutte le guerre e mutato radicalmente le relazioni internazionali era semplicemente ingenua e irrealizzabile: nondimeno furono in molti, nelle delegazioni alle trattative come nell’opinione pubblica, a percepire qualunque risultato diverso e inferiore come un fallimento senza appello. Più ancora, l’indeterminatezza del linguaggio wilsoniano (cosa definiva una “nazione”? Cosa significava “autodeterminazione”?) lasciava libertà a chiunque di appropriarsene e modularlo sulle proprie aspettative. Chi non ottenne soddisfazione, e furono in molti, contribuì a condannare in seguito la Conferenza come il luogo in cui si era consumato un tradimento. L’esempio più chiaro è probabilmente quello delle élite di molte aree del cosiddetto “Terzo Mondo”, che leggevano nel messaggio dell’autodeterminazione una speranza per la liberazione dei loro popoli dal giogo coloniale: un proposito che lo stesso Wilson non aveva mai inteso comunicare, data anche la sua interpretazione gerarchica delle “razze” che ho cercato di ricostruire.

In che modo il processo di pace influenzò gli sviluppi globali dei decenni a venire?
Ammetto che il mio libro assume toni volutamente polemici su questo punto, ovvero sulle responsabilità di quanto fu deciso a Parigi nel 1919 per gli sviluppi successivi. Brevemente, ritengo che sia oggi necessario rivedere profondamente le interpretazioni più classiche e sedimentate presso l’opinione pubblica. Il Trattato di Versailles con la Germania fu certamente duro ma meno di quanto comunemente si ritenga: senza entrare in dettagli, alla Germania non fu addossata alcuna “colpa” per la guerra, come invece avrebbe insistito la propaganda nazista, ma “responsabilità” innegabili per l’occupazione di due paesi neutrali (Belgio e Lussemburgo) e per la guerra sottomarina indiscriminata sull’Atlantico, che costò la vita a molti civili e colpì imbarcazioni di paesi non belligeranti; allo stesso modo, le riparazioni chieste alla Germania erano sì ingenti ma meno di quanto la cifra ufficiale lasciasse intendere; infine, l’intero trattato conteneva in sé alcune aperture alla possibilità di un trattamento migliore nel futuro qualora la nuova Repubblica di Weimar avesse mostrato uno spirito di collaborazione. Più in generale, ha poco senso scaricare sulla Conferenza di Parigi le responsabilità per tutti i mali dei decenni successivi: essa era innanzitutto figlia della più sanguinosa guerra sperimentata dall’umanità fino ad allora e fu soprattutto condizionata da questo aspetto. Se dunque si vuole ampliare lo sguardo al lungo periodo, a mio parere l’influenza negativa più rilevante della Conferenza di Parigi fu la sua mancata creazione di un coordinamento economico tra i principali paesi del mondo e di meccanismi atti a evitare un nuovo esasperato nazionalismo economico: questo divenne evidente dieci anni più tardi, con la crisi economica del 1929-1932 che ebbe un ruolo determinante nel promuovere l’affermazione del nazionalsocialismo, molto più di quanto non avesse fatto il Trattato di Versailles.

A distanza di un secolo dalla Conferenza di pace, quali degli equilibri stabiliti a Parigi permangono?
Poco rimane oggi degli equilibri stabiliti a Parigi, a dispetto di tutte le interpretazioni che sostengono il contrario. Il secolo che ne è seguito è stato un vero rullo compressore che ha cancellato quasi tutto ciò che fu deciso all’epoca, inaugurando stagioni politiche che si sono succedute senza soluzione di continuità. Ciò che ancora oggi rimane, o dovrebbe rimanere, sono le lezioni che emergono da uno studio attento della Conferenza. La prima è che qualunque processo di pace non si conclude con la firma di un trattato, e che la sua realizzazione necessita di tempi lunghi e di controllo politico internazionale delle sue conseguenze. La Conferenza di Parigi chiuse i battenti nel gennaio del 1920 ma quanto era stato deciso o meno avrebbe generato conflitti talvolta armati almeno fino alla metà del decennio, con strascichi ancora più lunghi. La seconda riguarda la rischiosità di affermare principi universali e non negoziabili prima di averne valutato l’applicabilità, perché la loro forzata conciliazione con le esigenze e le condizioni reali porta a delusioni e frustrazioni estremamente pericolose. Questo in parte è avvenuto anche nel caso italiano, in cui l’intransigenza e la mancanza di buon senso delle richieste ha generato il falso mito della “Vittoria Mutilata”, così influente nella nascita del fascismo. Infine, che nessun trattato vale più della carta su cui è scritto fintantoché non c’è la volontà politica di attuarne le prescrizioni, di concerto tra i vincitori e possibilmente con gli sconfitti. Fu soprattutto il rapido venire meno di questa volontà, a cominciare dal brusco ritiro degli Stati Uniti dagli affari politici europei, a condannare al fallimento l’eredità della Conferenza di Parigi.

Giovanni Bernardini è Marie-Skłowska-Curie Fellow presso lo European University Institute di Firenze

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