Papi, curia e città in età moderna. In memoria di Antonio Menniti Ippolito, Marco De Nicolò, Matteo SanfilippoProff. Marco De Nicolò e Matteo Sanfilippo, Voi avete curato il volume in memoria di Antonio Menniti Ippolito Papi, curia e città in età moderna, edito da Viella: qual è stata secondo voi l’importanza di questo autore nello studio della storia moderna e in particolare dello sviluppo di Roma e delle città italiane nei secoli passati?
Menniti Ippolito non è uno studioso che si possa rinchiudere nel solo ambito della modernistica. Si è infatti interessato anche alla storia medievale e a quella contemporanea, alla storia dell’India dall’antichità a oggi, e si è fatto promotore di iniziative culturali e politiche legate alla vicenda a noi contemporanea. Infine si è ricorrentemente interrogato sulla presenza di immigrati nella città di Roma, legando il passato più lontano al presente.

Il suo lascito più originale è dunque l’aver legato quanto accade oggi a quello che è accaduto nel passato, secondo uno schema caro alle due generazioni di storici che lo hanno preceduto, ma di fatto abbandonato dalla sua. Gli studiosi con meno di settanta anni hanno infatti ritenuto e ritengono che la casualità degli avvenimenti storici inibisce ogni forma di grande narrazione, nonché ogni tentativo di illustrare (e spiegare o commentare) lunghi periodi cronologici. Invece, al di là della produzione monografica quasi tutta incentrata sul Cinque-Seicento, il Menniti organizzatore di ricerche e pubblicazioni privilegia il lavoro sul lungo periodo, perché ritiene che la fine delle grandi narrazioni non implichi la fine delle narrazioni (e qui merita ricordare la sua attenzione alla narrativa non solo italiana e al cinema). Questa idea si traduce nelle tante operazioni culturali e commerciali condotte per l’Istituto dell’Enciclopedia italiana, dalla Storia di Venezia alla Enciclopedia dei papi, senza dimenticare il Nuovo Atlante Storico e il Dizionario Storico, nonché i vari volumi singoli e la rivista digitale da lui inventati e diretti. Contemporaneamente sempre l’esperienza treccaniana rivela la sua capacità e la sua volontà di spaziare dal medioevo (Enclopedia Federiciana) al contemporaneo (il Supplemento della Storia di Milano dedicato all’Otto-Novecento, i due tomi Treccani 1925-2005. 80 anni di cultura italiana).

In queste grandi opere colletive si intravede il suo interesse per la storia della città: Venezia, che è stata anche una delle prime ad essere da lui studiate assieme a Vicenza, nella quale si trova una parte delle sue radici familiari, e Milano, cui ha dedicato pure alcune voci nel Dizionario Biografico degli Italiani. Alla fine tuttavia la città che ha studiato maggiormente è stata Roma, perché vi abitava (è ovvio) e perché ne utilizzava indefessamente archivi e biblioteche, a partire dall’Archivio Segreto Vaticano e dalla Biblioteca Apostolica Vaticana. Dopo aver sfruttato il patrimonio di queste istituzioni per comprendere Venezia e il Veneto, progressivamente si è reso conto di quanto questi archivi dicano non soltanto sulle altre città, ma soprattutto su quella in cui sono stati costituiti. Alla fine si è dunque concentrato soprattutto su Roma e l’ha affrontata sempre tenendo presenti i legami tra l’oggi e il passato. L’ha studiata dunque dal punto di vista della leadership costantemente rinnovata tra medioevo ed età moderna a causa dei meccanismi istituzionali della monarchia pontificia (elettiva e non ereditaria), dal punto di vista dei gruppi di potere nella curia papale e nell’amministrazione cittadina, dal punto di vista del ruolo nella città di larghi e importanti gruppi di immigrati (si pensi a quanti contornano ogni nuovo papa e ogni nuovo cardinale, ma anche all’afflusso di comunità religiose e mercantili di oltralpe), dal punto di vista della gestione e della fondazione dei palazzi del potere o comunque dei palazzi nei quali risiedevano e risiedono i potenti.

Anche qui possiamo avvertire il suo essere legato a generazioni di studiosi più antiche, particolarmente attente alla storia urbana. Il suo corso di dottorato all’Università di Venezia era diretto da Marino Berengo, il cui ultimo libro è dedicato a L’Europa delle città. Il volto della società urbana tra Medioevo ed Età moderna (Einaudi 1999) e che è entrato all’università nel 1962 come docente di Storia medievale e moderna (cioè in pratica della storia dei due millenni dopo la nascita di Cristo). Inoltre l’aver deciso che gli archivi di un posto ci parlano soprattutto di quel posto, pur se trattano di avvenimenti accaduti altrove, concorda con quanto sostenuto dal gruppo di storici italiani (per esempio, Alberto Tenenti, Ruggiero Romano e Ugo Tucci) formatisi o addirittura trasferitisi nella Parigi delle Annales e di Fernand Braudel. Con questi storici Menniti ha collaborato, ma ha anche condiviso importanti legami di amicizia, perché tra loro e lui faceva da ponte lo zio materno, Girolamo (Gilmo) Arnaldi, che gli ha garantito un fondamentale imprinting storiografico, così come gli ha fatto conoscere il suo primo maestro, il veneziano, ma trasferitosi a Roma, Francesco (Franco) Gaeta, altro studioso che ha spaziato dal medioevo al Novecento e che ha frequentato con assiduità biblioteca e archivio del Vaticano.

Quali sono stati i confini della ricerca e dell’insegnamento di Menniti Ippolito e i temi a lui più cari?
Da quanto precede risulta evidente che per Menniti, come per i suoi maestri e i suoi riferimenti culturali, non esistevano, né potevano esistere, confini della ricerca e dell’insegnamento. Per lui e per loro, tra i doveri civico-politici di uno studioso vi era infatti quello di capire il proprio mondo e le sue origini e quindi di trasmettere tale conoscenza a studenti e lettori, senza filtri e senza inutili steccati. Di conseguenza Menniti poteva parlare ai suoi studenti e soprattutto scrivere della documentazione relativa ai primi successori di Pietro sul trono pontificio e del sistema delle caste in India, degli scambi culturali nell’Europa post-seconda guerra mondiale e del peso del cinema nel formare la cultura novecentesca, del nepotismo pontificio e della nascita del cimitero acattolico a roma. Basicamente con i suoi libri, i suoi articoli, le sue iniziative culturali, il suo insegnamento cercano di volta in volta la risposta a interrogativi più generali sortigli quasi per caso dalla frequentazione quotidiana di biblioteche e archivi (qui trovava le storie che contrappuntano la sua narrativa della vicenda romana e italiana), ma anche dalla lettura dei giornali e dalla visione dei telegiornali (e più recentemente dalla frequentazione dei nuovi media digitali), nonché dei numerosissimi viaggi: i suoi legami con l’India, anche personalissimi se si pensa alla figlia adottata e tanto amata, non precludevano l’esplorazione di altri orizzonti, il Regno Unito, la Spagna, gli Stati Uniti, l’Australia. Da ogni viaggio traeva poi spunti per affrontare il presente e il passato.

Tutto un filone delle sue ricerche sulla curia pontificia nasce da una domanda che si è posto nell’ultimo decennio del secolo scorso: quale è e quale è stato lo “stipendio” di ogni papa? Per spiegare questo punto, altrimenti sembrerebbe soltanto astruso, ricordiamoci che a fine 2016 abbiamo saputo ufficialmente che il presidente della Repubblica italiana guadagna 239.000 euro l’anno, ripartiti in tredici mensilità da 18.300, e che nell’insieme il Quirinale è costato in quell’anno 224 milioni di euro. Ma quanto è costata la curia pontificia nel corso dei secoli e quanto hanno ricevuto i singoli pontefici? Il discorso è ancora oggi senza risposte, come ha ribadito Mimmo Muolo, vaticanista del quotidiano dei vescovi italiani Avvenire, nel volume I soldi della Chiesa. Ricchezze favolose e povertà evangelica (Edizioni Paoline 2019). Secondo Muolo il papa è l’unico monarca assoluto sopravvissuto alla fine dell’antico regime: dunque, usando una formula tradizionale in quei tempi, tutto è suo, ma nulla gli appartiene. E Menniti ha cercato di capire cosa abbiano voluto concretamente dire “tutto” e “nulla” nel Cinque-Seicento, perché su quel periodo possediamo una documentazione e una letteratura, anche coeva, particolarmente ricca.

Quali differenze è possibile tracciare tra nepotismo medievale e nepotismo moderno?
Proprio per quanto detto più sopra, Menniti ha saggiato la dimensione del nepotismo, verificando quanto questa pratica contava nell’ascesa di un singolo (e di conseguenza di tutta la sua famiglia) al seggio pontificio. Qui Menniti rintraccia le origini medievali del fenomeno (che Sandro Carocci ripercorre nel volume da noi curato), ma è anche pronto a segnalarne la progressiva diversificazione legata agli sviluppi dell’istituzione pontificia nell’età moderna.

Dal tardo Quattrocento i parenti del papa sono ad un tempo membri di una casa regnante (ma a causa dell’elettività del sovrano proni a un improvviso e inesorabile declassamento alla morte del proprio papa) e funzionari di riferimento dei vertici ecclesiastici. L’inizio di una pratica nepotista viene confermata, secondo Menniti, dall’attribuzione, da parte di Innocenzo VIII, della custodia di Castel Sant’Angelo al nipote Lorenzo Mari Cibo. La decisione, del 1487, è in parte congiunturale, perché serve al pontefice per sfuggire alla tutela dei della Rovere, ma poi diviene strutturale e la pratica viene continuamente rafforzata dai papi successivi. In particolare cresce di rilievo dopo il Concilio di Trento e il cardinal “nepote” diviene il «perno indispensabile» attorno al quale ruotano i funzionari di Curia. Infine il ruolo dei parenti del pontefice cresce con l’avvento delle Congregazioni, i “ministeri” pontifici, secondo un meccanismo comparabile a quello che porta all’affermazione dei primi ministri nella Francia e nella Spagna del primo Seicento.

Per tutto il Seicento, secondo Menniti, il “nipote” è stato il regista delle attività curiali, ma a un certo punto le ripercussioni finanziarie della sua preminenza e la minore rispondenza del suo ruolo all’evoluzione istituzionale portano alla abolizione della pratica. Dunque la specificità del nepotismo studiato da Menniti non è soltanto quella di sostenere membri della propria famiglia, ma il rapporto tra tale pratica e lo sviluppo dello Stato di antico regime.

Quale immagine di Roma si riscontra nei cronisti, negli storici e nei diplomatici veneti della prima età moderna?
Come sottolinea Stefano Andretta nel volume da noi curato, una prima immagine nasce in un’epoca in cui la Repubblica veneziana si attribuisce univocamente una primazia politica di fatto, che non esclude una possibile intesa tra le politiche romana e veneziana. Appare allora chiaro che il confronto tra le due realtà si sviluppa nella cornice di ambienti elitari, che non hanno ancora chiaro l’importanza della presenza straniera in Italia. In seguito la limitazione dell’orizzonte politico ed economico veneziano e di quello romano, costringe entrambe le città a ridisegnare la propria fisionomia politica in una dimensione sempre più precaria e marginale. Questo provoca nella documentazione storiografica e diplomatica un’importante mutazione dei centri di interessi e di riferimento. Insomma gli informatori veneziani prendono atto della modificazione del ruolo politico del papato e proprio. Ai loro occhi Roma e Venezia finiscono così per rappresentare gli effetti del declino italiano e il fallimento di un’idea di governo ingessata in inadeguate abitudini da Stati regionali. Si critica dunque Roma per cercare di capire come e se sia possibile sfuggire a tale congiuntura, che di fatto attanaglia pure Venezia.

Quali vicende hanno segnato la storia del Quirinale come reggia papale e sabauda?
Maria Angela San Mauro ripercorre nel suo capitolo i principali avvenimenti che contrassegnano la storia del Quirinale come reggia prima dei papi e poi dei monarchi italiani. Da residenza soltanto estiva, desiderata da Gregorio XIII, il palazzo è già ala fine del Cinquecento un’alternativa al Vaticano. Il nuovo sistema delle Congregazioni, ricordato più sopra, fa sì che queste spesso si riuniscano presso il cardinale che le presiede e tutte le residenze cardinalizia sono sulla riva del Tevere opposta al Vaticano. La nuova sede del Quirinale favorisce allora il rapporto con queste nuove sedi di potere e progressivamente diventa la dimora sempre più stabile dei papi e del loro governo. Nel primo quarto del Seicento il palazzo è di conseguenza ampliato e al contempo messo in sicurezza, reso più facilmente difendibile.

Una volta terminati i lavori non si procede, però, ad abbandonare completamente il Vaticano. I due palazzi si affiancano, perché i pontefici vogliono tenere distinte la propria residenza (e le sue funzioni di governo nel rapporto con le strutture curiali) e la sede del papa guida universale della cattolicità. In sostanza, chiosa San Mauro, il Quirinale è da allora la «Residenza del papa-re», mentre il Vaticano è la sede, comunque importante, del papa-vescovo. Tale complementarietà salta nelle rivoluzioni ottocentesche. Già Napoleone Bonaparte immagina il Quirinale quale divenire sede imperiale nella “seconda capitale” dei suoi domini. Però, non concretizza tale sogno e non risiede sul Colle. Invece Vittorio Emanuele II riesce a fare del palazzo la reggia dell’Italia unita. Come tale il Quirinale è ora in opposizione al Vaticano e soprattutto sposta gli equilibri urbani della città “piemontese”, dirigendo lo sviluppo della città verso nuove aree, sino ad allora semirurali.