“Palazzeschi” di Gino Tellini

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Prof. Gino Tellini, Lei è autore del libro Palazzeschi edito da Salerno: quale importanza riveste, per la poesia e la letteratura del Novecento, l’opera di Aldo Palazzeschi?
Palazzeschi, Gino TelliniSono vari gli aspetti che distinguono l’opera di Palazzeschi. Ne indico tre, quelli che a me paiono i più significativi. Il primo riguarda il fatto che Palazzeschi è uno scrittore comico. La nostra è una letteratura aristocratica e intellettuale, di matrice petrarchesca, elitaria e raffinata, orientata in prevalenza su toni sublimi, tragici, di alta tensione drammatica: da Tasso al teatro tragico del Seicento, da Alfieri a Foscolo a Leopardi, da Carducci e Pascoli a D’Annunzio, da Ungaretti agli ermetici, fino a Zanzotto (autore di sonetti come Petrarca). È una letteratura dove si ride poco o nulla, nella quale sono rarissimi gli autori inclini al comico, al divertimento, alla giocondità. Uno di essi, e forse il più significativo, è proprio Aldo Palazzeschi e questo basta a distinguerlo, a determinare la sua importanza negli annali delle nostre lettere, non soltanto nel Novecento. Palazzeschi è il poeta della «canzonetta» che s’intitola E lasciatemi divertire!, come è l’autore del manifesto Il controdolore, che invita a ridere anche delle cose che di norma provocano sofferenza e disperazione. Si avvale dell’ironia e dell’autoironia, per guardare in controluce le cose del mondo, gli altri e se stesso. Da giovane, nella rubrica Spazzatura sulla rivista «Lacerba», ha scritto queste parole, alle quali poi si è mantenuto sempre fedele: «gli uomini che prendono sul serio gli altri mi fanno compassione, quelli che prendono sul serio sé stessi mi fanno sganasciare dalle risa». Ma attenzione. Quando Palazzeschi dice «lasciatemi divertire» non intende evadere e sognare, chiudere gli occhi dinanzi alla realtà. Intende «divertire» in senso etimologico (dal latino divĕrtere), cioè “volgere altrove”, “deviare”, indirizzare l’attenzione verso aspetti diversi della realtà (e diverso, come divertente, risale sempre alla medesima origine latina), come bisogno di riscattare cose e parole dal torpore o dalla passività dell’abitudine e dell’assuefazione. Intende andare contro il conformismo, il condizionamento, la passività di fronte alle mode del momento.

Il secondo aspetto, collegato al primo, riguarda il fatto che Palazzeschi non è un cultore dell’io, ovvero uno scrittore che punta sul primato del pronome di prima persona. Si rammenti che uno dei padri della nostra letteratura (Petrarca) ha costruito un capolavoro assoluto fondato sulla perlustrazione nelle pieghe del proprio io. E sulla sua scia il soggettivismo è risultato nel corso dei secoli e risulta oggi componente dominante nella cultura contemporanea. Soggettivismo, individualismo, competizione. Si sa peraltro che Leopardi nello Zibaldone afferma che lo smodato amore di sé è fonte di tutti i nostri dolori e si sa che Gadda definisce l’io «il più fanfaronesco dei pronomi di persona, il pronome collo-ritto», anzi «il più lurido di tutti i pronomi», proprio perché può portare a dimenticare gli altri, a sopraffare gli altri, a stabilire con il resto del mondo un rovinoso rapporto conflittuale. Nelle prime raccolte poetiche di Palazzeschi l’io è scomparso di scena, è azzerato, non esiste, e quando poi l’io sale in primo piano viene parodizzato e deriso come io-saltimbanco. Si rammenti la poesia Chi sono? (Poemi, 1909): «Son dunque… che cosa? / Io metto una lente / dinanzi al mio core, / per farlo vedere alla gente. / Chi sono? / Il saltimbanco dell’anima mia».

Il terzo aspetto peculiare di Palazzeschi discende dai primi due di cui ho parlato (comicità e antisoggettivismo). Il gusto del comico e la rinuncia al primato dell’io fanno sì che lo scrittore adotti un punto di vista non selettivo, bensì aperto alla molteplicità del reale, a una guardatura pluriprospettica che riesce a cogliere i risvolti più vari e diversi delle cose. Ecco che il “diverso” diventa centrale nella poetica palazzeschiana: l’inclinazione al “diverso” (che trae origine dall’omosessualità dell’autore) diventa in lui valorizzazione della “diversità” nei suoi imprevedibili e multiformi aspetti: si pensi alla diversità di Perelà, l’uomo di fumo caratterizzato da sorprendente leggerezza, o alla diversità di Maria (la mangiatrice di uomini protagonista dell’Interrogatorio della Contessa Maria), oppure di Stefanino, il personaggio dell’omonimo romanzo, che ha i genitali al posto della testa. La “diversità”, sempre emarginata, derisa, segregata, umiliata, è da Palazzeschi riscattata e valorizzata come il sale della vita, come il bello della vita, come la componente che rende godibile la vita.

Quali tappe hanno segnato la vicenda umana e intellettuale del poeta fiorentino?
Il volume Palazzeschi, appena uscito per la Salerno Editrice, mira a ricostruire il quadro complessivo dell’intera attività dello scrittore, che è stato poeta (sette raccolte di versi), romanziere (dieci romanzi), novelliere (circa cento novelle), memorialista (con libri straordinari come Stampe dell’800 e Il piacere della memoria), cronista di tema civile (Due imperi… mancati sulla Grande Guerra, e Tre imperi… mancati sulla seconda Guerra), nonché saggista (i manifesti futuristi Il controdolore, Varietà, Equilibrio) e irresistibile aforista (la memorabile raccolta Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi). Di solito si tende a considerare un settore di questa complessa e varia produzione. C’è chi predilige il poeta (con testi memorabili come L’Incendiario), chi predilige il novelliere (si pensi a Il palio dei buffi o Bestie del 900), chi predilige il romanziere (alcuni preferiscono Il Codice di Perelà, altri Sorelle Materassi, altri il narratore sperimentale della vecchiaia, con romanzi come Il Doge). Se ne parla come se esistessero cinque o sei o sette Palazzeschi. Invece Palazzeschi è uno solo.

Io ho cercato di ricomporre questa fisionomia complessa e multiforme e sfuggente e imprendibile. Davvero imprendibile Palazzeschi. Autore facile e difficile. Quando sembra di averne catturato ogni segreto, ecco che sfugge e vola via, aereo e multiforme come il suo Perelà, l’uomo di fumo, lasciando dietro di sé l’eco di una risata: Ahahahahahahah! Divertita, irridente, sarcastica, liberatoria? Lo spettacolo stupefacente del mondo lo incanta e lui possiede il dono raro di saperne godere la messinscena più variegata e multicolore. Al tempo stesso ne scruta con sofferenza le ombre e le pene. Ma aspira a un punto alto d’osservazione che gli consenta di trascrivere in scherzo anche una sostanza dolente. Nel teatro della vita, Aldo sa d’interpretare la parte dell’attore e dello spettatore, con la luminosa forza interiore di un distaccato autocontrollo che gli permette di andare sorridendo incontro alla morte: «Sento già il buttafuori / con la sua voce di comando: / “Aldo in scena / tocca a lei”. / Eccomi! / risponderò sollecito / e sempre sorridendo. / Col gesto del grande attore / divellerò / le tenui mie radici / come dalla terra un fiore» (Dove sono?, in Cuor mio, 1968).

Le tappe della vicenda artistica di Palazzeschi sono molte: ha conosciuto il Crepuscolarismo e il Futurismo, poi la stagione del ritorno all’ordine nel primo dopoguerra, quindi la fase del Neorealismo e poi l’esperienza della Neoavanguardia negli anni Sessanta, ma è sempre rimasto se stesso. Ha aderito allo spirito dei tempi, nel corso dell’intero Novecento, ma non ha mai tradito il proprio temperamento di fiorentino irridente che ama (come Dante) fare parte per se stesso.. Ha attraversato epoche e climi culturali diversi: dalla quieta e frugale Firenze fin de siècle alla ribelle Firenze lacerbiana, dall’avventurosa Parigi delle avanguardie alla Grande Guerra, dal fascismo alla ricostruzione postbellica, al Sessantotto. Un compagno di strada, ma sempre a modo proprio, che sul più bello se ne va per i fatti suoi. Da irriverente malpensante, ha sempre difeso una connaturata capacità di erosivo sgretolamento dei motivi e dei temi che gli potevano essere offerti dalla cultura dominante.

Quale ricezione ha avuto l’opera di Palazzeschi?
Gli inizi sono stati duri. Il debutto, dal 1905 al 1909, con tre libri di poesia (I cavalli bianchi, Lanterna, Poemi) e il primo romanzo (:riflessi, titolo curioso, con la minuscola preceduta da due punti), avviene in silenziosa solitudine. La svolta si vede nel 1909 con l’elogio di Marinetti e l’immediata annessione al Futurismo. Ma l’accordo con il movimento futurista dura poco (Aldo rifiuta l’interventismo e il paroliberismo): si protrae fino al 1914, quando interviene la rottura. La vera affermazione di Palazzeschi, al di là dell’esile cerchia dei letterati di professione, si ha nel 1934 con il romanzo Sorelle Materassi, la prima opera che riscuote un successo popolare (la riduzione cinematografica esce nel 1945 e lo sceneggiato televisivo nel 1972, con Sarah Ferrati, Rina Morelli e Nora Ricci, nonché Ave Ninchi, Giuseppe Pambieri e un giovanissimo Roberto Benigni). Negli anni Settanta, si rilegge il padre di Perelà come antesignano della Neoavanguardia. Agli inizi del nuovo Millennio, le iniziative internazionali del Centro di Studi «Aldo Palazzeschi» dell’Università di Firenze promuovono la conoscenza dello scrittore anche fuori d’Italia (specie in Germania, in Francia, negli Usa e in Canadà). Da allora Palazzeschi è autore ben noto, letto e studiato, presente nei manuali scolastici, però la sua autentica valorizzazione presso il grande pubblico, nel segno di una perenne attualità, deve ancora avvenire.

Gino Tellini, professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Firenze, ha fondato presso la stessa Università il Dottorato internazionale di ricerca in Italianistica e il Centro di Studi «Aldo Palazzeschi». Insegna dal 1994 alla Italian School del Middlebury College (Usa, Vermont e California). Ha tenuto corsi per vari anni all’Università di Bonn. Si è dedicato a ricerche sulla civiltà letteraria dal Trecento al Novecento (Rifare il verso. La parodia nella letteratura italiana, 2008; Letteratura italiana. Un metodo di studio, 2014; Storia del romanzo italiano, 2017; Metodi e protagonisti della critica letteraria, 2019).

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