Professor Rinaldi, Lei è autore del libro Pagani e cristiani. La storia di un conflitto (secoli I-IV) pubblicato per i tipi di Carocci: quali furono le principali vicende dei rapporti tra pagani e cristiani?
Pagani e cristiani. La storia di un conflitto (secoli I-IV) Giancarlo RinaldiIl libro condensa una serie di studi precedenti relativi al rapporto tra i cristiani, la loro fede e la società romana imperiale. Con quest’ultima espressione intendo non solo le strutture di potere, sia centrali che periferiche cioè attive nelle province, ma anche il popolo scarsamente alfabetizzato come gli intellettuali che furono attenti al dilagare della nuova religione. Ne emerge un quadro molto vivace, più di quanto generalmente si pensi. Le varie componenti sociali, culturali, religiose vivevano fianco a fianco, dialogavano, più frequentemente polemizzavano. In particolare fu incisiva la triangolazione fra i cristiani (di varie denominazioni), i giudei e i seguaci dei culti tradizionali, genericamente definiti ‘pagani’. Risulta evidente che l’identità di un gruppo si definiva attraverso la polemica, pertanto le accuse che i pagani formularono verso la fede, il modo di vivere e le Scritture dei cristiani contribuirono volta per volta alla definizione della dottrina e dell’esegesi cristiana.

Come nacquero e si svilupparono le persecuzioni dei cristiani?
Il mondo antico iniziò a prendere in considerazione la religione predicata da Gesù (una gemmazione del giudaismo) soltanto quando questa ai suoi occhi iniziò ad acquisire connotazioni socialmente rilevanti e a configurare un pericolo per la stabilità delle strutture antiche. Sta di fatto che la prima persecuzione esplicitamente anticristiana, promulgata con un editto imperiale valido per tutto il territorio dell’impero fu quella voluta da Valeriano nel 257. Si risolse in un fallimento così che pochi anni dopo, nel 260, il figlio Gallieno, che gli succedette, l’abrogò concedendo alle comunità il diritto di possedere beni in proprio. Un provvedimento importante, questo, che anticipò la politica che sarebbe stata di Costantino grosso modo mezzo secolo dopo. La prima notizia di ostilità a carico dei cristiani ‘abbiamo in riferimento all’incendio di Roma del 64: secondo lo storico Tacito fu Nerone a fare di costoro il capro espiatorio per il tremendo incendio di Roma di quell’anno. Talvolta persecuzioni avvenivano per iniziativa dei governatori di provincia che si avvalevano di un ampio margine di discrezionalità: così Plinio il Giovane nella Bitinia dell’età di Traiano, così nella provincia d’Asia e a Lione nell’età di Marco Aurelio. All’epoca della dinastia dei Severi (193-235), di origini afro orientali, si ebbe un periodo di tolleranza e la fede in Gesù sembrò confondersi con le tante devozioni orientali che acquisivano cittadinanza e anche successo a Roma. L’imperatore Decio, nel 250, pressato da pestilenze e urgenze militari, ordinò a tutti i cittadini dell’impero di sacrificare agli dèi protettori; non si trattò di un provvedimento anticristiano ma la meticolosità con cui si procedette nel verificare l’adempimento dell’ordine creò grandi difficoltà ai cristiani, determinando diffuse apostasie ma anche atti di eroismo. Dopo la tempesta voluta da Valeriano, a cui ho già accennato, la grande epoca dei martiri si ebbe con la tetrarchia, il governo a quattro inaugurato da Diocleziano tra la fine del III e gli inizi del IV secolo. Fu lo scontro definitivo tra le antiche fedi e quella in Gesù, considerata ancora una novità perniciosa. Come persecutori infierirono specialmente nei territori dell’oriente romano Diocleziano, poi Galerio, poi Massimino Daia. Le politiche filocristiane di Costantino, che conclusero l’epoca della tetrarchia resero l’epopea di quei martiri una stagione eroica e memorabile per la chiesa.
Dalle mie ricerche emerge come l’iniziativa di processare i cristiani sia stata generalmente presa dai governatori locali su pressioni del popolo il quale detestava i seguaci di questa nuova misteriosa e, pertanto, perniciosa superstizione. Va anche notato che questi magistrati non avevano nessuna voglia di spargere sangue e sovente hanno cercato di dissuadere i processati a persistere nella loro professione di fede al fine di salvar loro la vita. Il martire, però, vedeva nella sua morte cruenta una “imitazione di Cristo” e con la sua determinazione diede ai suoi confratelli l’occasione di scrivere le passiones che tata fortuna avrebbero poi avuto nel medioevo.
La figura del martire colpiva l’immaginazione dei pagani che solitamente la giudicavano alla stregua di un criminale oppure di un fanatico esaltato. Anche la venerazione dei fratelli in fede per questi loro eroi defunti suscitò diffuse critiche. Questa alta considerazione per chi aveva tanto sofferto per la testimonianza fu prodroma del culto dei santi presso la chiesa cattolico romana.

Come si articolò il tentativo di restaurazione della religione romana di Giuliano?
Giuliano era lontanamente parente di Costantino. Ma cercò di imprimere alla storia un corso diversissimo da quello posto in essere dal suo predecessore. Si illuse di mettere indietro le lancette della storia. Durante il suo breve regno (361-363) volle privare la chiesa dei privilegi ricevuti da Costantino e dai suoi figli che ne erano stati i successori. Volle anche riorganizzare il culto pagano favorendone in tutti i modi l’esercizio anche con la formazione di un apposito clero. Egli, tuttavia, non fu un persecutore e se talvolta durante il suo regno fu versato sangue cristiano non fu certamente per sua iniziativa ma per quelle forme di fanatismo che, alimentate da zelo religioso, sfociano fatalmente nel crimine. Poco più che trentenne, ascetico, imbevuto di filosofia platonica, Guliano tentò di arginare il dilagare della religione del nazareno con le armi dell’intellettualità. Durante il suo soggiorno ad Antiochia, mentre preparava la spedizione militare contro i persiani che gli sarebbe stata fatale, curò la stesura di un’opera in tre volumi Contro i Galilei. Il titolo era significativo: quella dei seguaci di Gesù non era una fede universale, ma la devozione sorta in un oscuro angolo dell’impero: la Galilea, appunto. Il trattato è pervenuto in frammenti grazie a Cirillo d’Alessandria che, dopo circa mezzo secolo, intraprese a confutarlo. I frammenti superstiti attestano l’acume del polemista anticristiano, la sua conoscenza diretta di molte pagine della Bibbia, il suo grande amore per la cultura classica greco latina, minacciata e colpita a morte dalla visione del mondo cristiana la quale, ai suoi occhi, non era altro che una deformazione dell’ebraismo. La figura di Giuliano fu poi amata oppure odiata nei secoli seguenti: un romantico sognatore nostalgico dell’epoca d’oro della grecità oppure un mostruoso apostata? Noi, che osserviamo le cose oramai da lontano, preferiamo ravvisare in lui un grande sfortunato imperatore che non si rassegnò al declino dei suoi dèi, il cui culto aveva accompagnato gli anni prosperi dell’impero, e non depose le armi della controversia di fronte al dilagare di una visione del mondo, quella giudaico cristiana, che gli sembrava confliggere con la paideia classica.

In che modo il cristianesimo si impose come religione di Stato?
La storiografia cristiana antica, che dipende da due storici apologeti quali Eusebio di Cesarea e Lattanzio, che scrissero rispettivamente in greco e in latino, individua in Costantino l’autore di una svolta epocale che mutò il volto religioso dell’impero. Costantino fu certamente un innovatore anche sul versante religioso, tuttavia non possiamo parlare di una ‘conversione’, questa è una categoria esperienziale tutta interiore che sfugge alle analisi dello storico. Parleremo piuttosto di una svolta filocristiana che ebbe a maturarsi quando costui si determinò a sconfiggere il suo ultimo avversario, Licinio, che governava in quelle province dell’Oriente romano dove il numero dei cristiani era decisamente superiore a quello delle terre d’Occidente e dove in più zone i seguaci di Gesù erano addirittura la maggioranza. La chiesa era ben strutturata, con una sua solida struttura sia economica sia organizzativa: sinodi, vescovi, presbiteri, diaconi, comunità, etc. Il favore dei cristiani poteva rivelarsi determinante. Costantino, in ogni caso, diede libertà alla chiesa, talvolta la favorì, ma non scalzò né in nessun modo discriminò il culto pagano che caratterizzava ancòra il volto dell’impero nell’età che fu sua. Spetta ai suoi figli, in particolare a Costanzo II, la promulgazione di editti e di norme sempre più favorevoli alla fede cristiana, in particolare nella sua forma ariana. Quella di Giuliano, come s’è già detto, fu una breve parentesi filopagana che non determinò cambiamenti nel corso della storia. Questa, infatti, riprese e, specialmente con Graziano, il giovane imperatore guidato dal vescovo Ambrogio di Milano, vide la fine del sostegno al culto pagano e l’inizio di una intesa stretta con l’episcopato cattolico, insomma una sorta di alleanza tra trono e altare. Questa ebbe modi di perfezionarsi all’epoca di Teodosio I il quale con il suo Editto di Tessalonica rese la fede cristiana, così come professata dai vescovi di Roma e di Alessandria, religione dell’impero. Il paganesimo, insieme alle forme ereticali di cristianesimo, si avviò ad essere una minoranza perseguitata. Noi possiamo seguire nei particolari a volte anche minuti questo processo grazie al Codex Theodosianus il quale, nel suo libro sedicesimo ci trasmette tutta la legislazione religiosa del secolo quarto. Quel secolo che iniziò con una chiesa perseguitata e terminò con la stessa nelle vesti di persecutrice!

Si ebbero persecuzioni di pagani da parte cristiana?
Sì, come si diceva, la chiesa che nel 303 era perseguitata, appena nel 380 si dispose a diventare persecutrice. Le persecuzioni più accanite furono riservate agli eretici i quali dapprima furono dichiarati insani di mente, poi fu loro sottratta la capacità di testare, ereditare e agire in giudizio. Con i giudei la legislazione teodosiana fu più blanda in considerazione dei riconoscimenti che costoro tradizionalmente godevano nel diritto romano. Quanto ai pagani la tattica fu più raffinata: dapprima si ebbero divieti di praticare l’aruspicina privata, considerata pericolosa perché sfuggiva al controllo dello stato. Poi si passò a equiparare i sacrifici alle pratiche di magia. A monte di questa equazione c’era una diffusa convinzione tra i teologi cristiani secondo la quale dietro gli dèi antichi si sarebbe celato il volto del demonio, ne derivava che i sacrifici erano atti di pericolosissima magia. Ora siccome questa era da tempo immemorabile severamente repressa, anche con il comminare la pena di morte, fu ben facile accusare i pagani di essere operatori di magia e dedurre da questa accusa, da questa equazione sbrigativa, la messa al bando del loro culto e, di lì a poco, la loro soppressione fisica. La storia insegna che quando la chiesa non ha potuto eliminare le tracce di paganesimo le ha trasformate. E’ interessante la storia delle eversiones, cioè delle distruzioni dei templi antichi, considerati dimore di immondi dèmoni. Solitamente le folle fanatizzate, specialmente nelle regioni dell’Oriente, prendevano d’assalto quei vetusti edifici e li distruggevano. Poi ci si limitò a trasformarli adeguandoli a chiesa cristiana e ponendovi sopra il segno della croce quale esorcismo apotropaico. La vicenda dei templi antichi distrutti dalla furia iconoclasta dei cristiani o trasformati in chiese costituisce oggi uno dei capitoli più interessanti e originali dell’archeologia della Tarda Antichità.

Style switcher RESET
Body styles
Color scheme
Background pattern