Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, Massimo PreiteProf. Massimo Preite, Lei è autore del libro Paesaggi industriali e patrimonio Unesco, edito da Effigi, che raccoglie i Suoi scritti più significativi sui temi del patrimonio industriale: cosa si intende innanzitutto per «paesaggio industriale»?
Fra le nuove categorie del paesaggio contemporaneo il paesaggio industriale occupa un posto di rilievo, in quanto ci obbliga a ripensare e a ridefinire la nozione tradizionale di “paesaggio”. Di norma esso è stato associato al “bel paesaggio”, alla veduta di un bel panorama dall’alto, ai quadri del paesaggio rurale. Paesaggi che sono frutto di processi lunghi, di cambiamenti incrementali, della persistente azione antropica sull’ambiente. Il paesaggio industriale, invece, è un paesaggio di rottura che rompe col filo della tradizione, instaura un ordine nuovo che che impone l’asservimento della natura alle logiche della tecnica e dello calcolo economico. Nonostante l’impatto, talora dirompente, sull’ecosistema, nonostante la sua associazione inevitabile alla fatica umana, ai disagi dei luoghi di lavoro e ai rischi connessi al mondo della fabbrica, il paesaggio industriale manifesta una sua dimensione estetica per il quale un numero sempre maggiore di persone prova apprezzamento. La categoria del paesaggio, oltre a questo, è un formidabile strumento di comprensione e di metodo progettuale. Sono gli argomenti centrali del mio libro: la dimensione che meglio ci permette di comprendere e abbracciare la densa rete di relazioni fra industria e ambiente è il paesaggio, la cornice entro cui il patrimonio industriale trova la sua più compiuta valorizzazione è quella del paesaggio, come dimostrano alcune recenti iscrizioni alla Lista Unesco (Bassin minier Nord Pas de Calais in Francia, Roros in Norvegia, ecc.); il recupero di grandi ex bacini industriali come la Ruhr e la Lusazia si attua mediante progetti di paesaggio.

Quali sono le peculiarità del paesaggio industriale?
Il paesaggio industriale è molteplice, diverse attività produttive danno luogo a paesaggi distinti: i pattern del paesaggio minerario sono individuabili in una combinazione di elementi che include castelli di estrazione, pozzi minerari, sale argano, sale compressori, impianti di primo trattamento del minerali, laverie, door, locali per la vestizione/svestizione dei minatori, il paesaggio metallurgico è costellato di altiforni, cowpers, stockhouse, centrali per la produzione di energia, laminatoi, ecc.; l’industria tessile che è nata a margine dei corsi fluviali ha generato paesaggi industriali vallivi; l’industria manifatturiera ha plasmato interi quartieri e ha generato uno specifico paesaggio industriale urbano.
L’elenco potrebbe continuare. L’importante non è tanto quello di fare un inventario esaustivo delle diverse tipologie di paesaggio, quanto il riuscire a cogliere quanto ognuno di questi paesaggi sia frutto di un mutamento incessante il cui ritmo è stato dettato dallo sviluppo tecnologico, dalle innovazioni di prodotto, dal capriccio dei mercati. La valorizzazione di un paesaggio industriale non deve dimenticare che quello che si presenta ai nostri occhi non è altro che l’ultimo fotogramma di quel film invisibile che mostrare la storia di uno stabilimento.

Quali mutamenti ha subito, nel corso degli ultimi anni, il patrimonio industriale?
Alcuni capitoli del libro, dedicati alla rigenerazione urbana in Italia e in Europa, testimoniano il ruolo strategico che il patrimonio industriale ha assunto nel rilancio e nel rinnovo delle nostre città. Quartieri industriali degradati, divenuti luogo di degrado e di marginalizzazione sociale in seguito alla cessazione dell’attività produttiva, sono divenuti l’epicentro per una rinascita delle città: da Elbeuf, a Ivrea, da Sesto san Giovanni a Tampere, da Manchester a Norkooping, da Liverpool a Lille, sono queste le esperienze su cui il libro si è dilungato per segnalare la grande mutazione intervenuto verso la fine degli anni ‘80 del secolo scorso: la mutazione dei siti industriali dismessi come testimonianza negativa da cancellare a risorsa patrimoniale complessa, dotata di valenze patrimonial-culturali e capace di conferire elevato valore aggiunto agli interventi di trasformazione urbana.

L’altro grande mutamento intervenuto è la centralità assunta dal recupero del patrimonio industriale all’interno dei processi partecipativi per quanto riguarda la patrimonializzazione. Oggi si parla molto del patrimonio in termini di costruzione sociale, di partecipazione allargata all’individuazione dei suoi valori e alle forme di valorizzazione: il patrimonio industriale costituisce uno dei terreni di sperimentazione più fertile in questo senso.

Quale tutela riceve il paesaggio industriale nel nostro ordinamento?
A differenza di altri paesi europei, non esiste alcuna tutela specifica per il patrimonio industriale nel nostro ordinamento. Gli accenni nel nostro Codice dei beni culturali fanno riferimento soltanto ai siti minerari di interesse storico. Alcune regioni italiane hanno però approvato strumenti normativi volti a proteggere il proprio patrimonio produttivo. È chiaro tuttavia che ricalcare sul patrimonio industriale una normativa vincolistica quale quella per la protezione dei monumenti, può avere una sua necessità in alcuni casi, ma non costituisce certo la via maestra nella generalità dei casi. Nei paesi anglosassoni si fa molto uso della locuzione “adaptive reuse”; Louis Bergeron (una delle figure più autorevoli in Europa nello studio del patrimonio industriale) sosteneva che “le patrimoine industriel doit gagner sa vie”. Bisogna prendere atto che il patrimonio industriale si conserva a patto di assegnargli un ruolo da svolgere nella società del nostro tempo. Non ci sono le condizioni economiche per la sua conservazione a prescindere dal suo riuso. Il compito diventa pertanto quello di garantirne la sopravvivenza attraverso un accorto equilibrio fra conservazione e trasformazione, fra attribuzione di nuove funzioni da svolgere e assegnazione di nuovi compiti che non stravolgano l’identità del manufatto industriale da conservare.

In che modo è possibile valorizzare il paesaggio industriale?
In passato si è sempre pensato alla valorizzazione museale del patrimonio industriale come alla forma più appropriata di valorizzazione. L’esperienza insegna che questa è l’eccezione. E insegna anche che la valorizzazione è una strada continuamente da riesplorare. In qualche caso l’individuazione di una nuova destinazione avviene rapidamente, molto spesso è necessario un estenuante esercizio di trial and error, è necessario procedere a tentoni, testando anche utilizzazioni effimere. Pratiche similari vengono denominate temporary reuse, riusi temporanei, a termine, in attesa di individuare una destinazione più o meno definitiva. Nonostante queste difficoltà, il riuso non deve scoraggiare: le strutture industriali, debitamente interrogate da progettisti esperti, rivelano una straordinaria propensione all’adattamento, un’incomparabile flessibilità nell’accogliere funzioni anche radicalmente diverse da quelle d’origine. Non si deve infine dimenticare il fecondo rapporto che si instaura fra spazi industriali e attività creative, come performance, spettacoli, mostre, ecc. Gli spazi disadorni dell’industria sono i più confacenti alle esperienze della sperimentazione artistica, dell’entertainment, dell’interazione sociale.

Che nesso esiste tra paesaggio industriale e patrimonio Unesco?
Essendo il tema centrale del libro, rimando alla sua lettura. Mi limito a dire che le candidature del paesaggio industriale si sono accresciute sensibilmente negli ultimi anni. Ma ciò che importa di più non è tanto la sua crescente rilevanza quantitativa, quanto lo stimolo che da queste candidature è derivato per una rimeditazione dei contenuti teorici della categoria dei paesaggi culturali evolutivi all’interno dell’Unesco.

Quali sono le sfide principali per chi si occupa di patrimonio industriale?
Tante, la principale è quella di riuscire a salvare, salvare, salvare il patrimonio industriale.