“Ossi di seppia” di Eugenio Montale

Ossi di seppia, Eugenio Montale«Probabilmente non esiste libro in versi del Novecento che più degli Ossi di seppia si sia imposto alla memoria e all’immaginazione dei lettori italiani, venendo a coincidere con l’idea stessa di poesia lirica o almeno offrendo un’idea di poesia altrettanto potente e archetipica che quella proposta dai Canti di Leopardi, dalle non troppo lontane Myricae di Pascoli o dall’Alcione di D’Annunzio. Dei Canti e dell’Alcione, in effetti, gli Ossi (pubblicati per la prima volta nel 1925 e contenenti testi composti a partire dal 1920, a eccezione di «Meriggiare pallido e assorto», che risale al 1916) si possono dire in larga parte una sintesi. Da Leopardi Montale deriva un’idea di libro autobiografico, memoriale, basato sull’idealizzazione dell’infanzia e sulla scoperta del non-senso della vita adulta, cioè sull’illusione e sul crollo dell’illusione e sulla necessaria voglia di illudersi (con cui il libro si conclude). Da D’Annunzio ha tolto il paesaggio meridiano e l’alternativa panica; se la vita non ha senso, possa almeno io diventare parte della natura, smarrire la mia inutile identità negli elementi:

Oh allora sballottati
come l’osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,
dal sole divorata…

(«Riviere», poesia conclusiva)

Gli Ossi presentano una visione del mondo negativa e angosciosa e non forniscono un perché. Sulla realtà storica contemporanea – la cattività sospesa di chi ha subíto una guerra mondiale e ne presagisce un’altra – tacciono del tutto, o quasi (si veda «Valmorbia, discorrevano il tuo fondo», che allude – assai cripticamente – alla Grande guerra). Forniscono, invece, un paesaggio, che del professato nichilismo dovrebbe essere una prova: la Liguria scabra e mediterranea di Monterosso. Leopardi spiega storicamente la sua negazione: il suo io si sa decrepito, nato da un declino, e non smette un attimo di analizzarsi nella prospettiva della decadenza, non solo in rapporto a Recanati. Montale assume senz’altro la negazione, senza critica o autocritica; non la indaga: dice di farlo, ma non lo fa realmente. La tratta come un dogma; e la tratta con il massimo della sicurezza. Il rovello è all’opera fuori della scrittura, dove ce ne viene data solo notizia:

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale…

(«Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale»)

E qual è quel male? Per scoprirlo dobbiamo leggere un’altra lirica, precedente, che lo definisce:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Spesso il male di vivere ho incontrato»)

Ma è una definizione? No: è una serie di immagini; ed è tutto quello che ci possiamo aspettare dal libro. Montale ci costringe a cercare nella sua poesia una ragione, a tornare circolarmente sui suoi segnali, ma questi restano segnali, non portano ad altro. Ecco il suo sortilegio; ecco la sua bellezza e la sua bravura: la poesia degli Ossi è la sola risposta alla domanda che il poeta inevitabilmente, suo malgrado, pone. Una non-risposta: un invito a perderci e riperderci nel labirinto delle sue lavoratissime parole.

Certo un minimo di dialettica non manca. La troviamo nei momenti in cui il poeta ammette che la felicità (la «salvezza») possa toccare, se non a lui, ad altri. Ecco allora che l’io espelle una bolla di speranza, che diventa un «tu», un personaggio di nome Esterina o Arsenio o anche anonimo, generico, al quale rivolgersi e consegnare un messaggio o una missione: «forse solo chi vuole s’infinita, | e questo tu potrai, chissà, non io» («Casa sul mare»). In realtà, questo libro si mantiene pervicacemente narcisistico dall’inizio alla fine: la bolla è un grumo di saliva della stessa bocca che dice «io»; non riesce a diventare angelo. E il solipsismo, se è una posizione di intransigente arbitrarietà, è anche una fonte di coerenza. La voce del poeta non dirà verità valide in assoluto ma si lascia ascoltare come un assoluto: nessuno oserà contestarla o disobbedirle. Questa voce parla come un oracolo («Non chiederci la parola…»); ha qualcosa di sacro e di gnomico, come se parlasse in una lingua morta, cioè ormai immodificabile.

Montale, pur essendo agli inizi (gli Ossi, infatti, è il suo primo libro), sa inventare una dizione inconfondibile, autorevolissima, musicale, che non poca influenza eserciterà sulla poesia dei decenni successivi. Con gli Ossi è nata una maniera; o uno stile, se si preferisce; o, meglio ancora, una tecnica, nel senso più alto del termine. La metrica è un compromesso abilissimo fra tradizione e innovazione: misure ortodosse (endecasillabi e settenari) si alternano o mischiano a versi più brevi o composti, creando un aspetto di libertà anticonformistica eppure costringendo il fiato entro capacità prestabilite. Il vocabolario è vigorosissimo, aspro, figurativo, dantesco più che petrarchesco. A Montale piacciono i gruppi consonantici, come già mostrano i frammenti che ho citato, e le allitterazioni. […] Gli piacciono le rime interne, le rime sdrucciole, le rime imperfette. […]

Gli piace la seconda persona singolare (molte poesie cominciano con un’apostrofe: «Godi…», «Ascoltami…», «Ora sia il tuo passo…», «Non rifugiarti nell’ombra…», «Portami il girasole…» ecc.). La personificazione degli astratti: «Mia vita, a te non chiedo…», «Felicità raggiunta, si cammina | per te su fil di lama», «visione, una distanza ci divide» ecc. Gli arcaismi: «dimane», «alighe», «etra», «tosto» ecc. I verbi cosiddetti parasintetici: «attedia», «addoppia», «impigra», «ingrigia», «infinita» ecc. Al tono di incontestabilità contribuisce in notevole misura l’utilizzo estensivo, «irrazionale», degli articoli determinativi, che attirano i dati dell’esperienza occasionale nella dimensione delle sostanze eterne, platoniche:

La folata che alzò l’amaro aroma
del mare alle spirali delle valli,
e t’investí, ti scompigliò la chioma,
groviglio breve contro il cielo pallido…

(«Vento e bandiere»)

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

(«Portami il girasole…»)

Ah il giuoco dei cannibali nel canneto,
i mustacchi di palma, la raccolta
deliziosa dei bossoli sparati!
Volava la bella età come i barchetti sul filo
del mare a vele colme.

(«Fine dell’infanzia»)

Ossi di seppia
  • Montale, Eugenio (Autore)

Gli Ossi hanno della magia; e come tutti gli incantesimi presentano un aspetto statico, formulare, che confida nella ripetizione e nella variazione dell’identico. Molte poesie sono riscritture e parafrasi di altre. «Vasca», per esempio, riprende «Cigola la carrucola nel pozzo», che compare una quarantina di pagine prima. All’interno di una stessa poesia è dato trovare un’idea ripetuta più volte in modi diversi, senza che lo svolgimento del testo corrisponda a un vero sviluppo del pensiero (per esempio, «Ciò che di me sapeste», tutta costruita sulla ripetizione del contrasto tra corpo e anima, o la penultima strofa di «Fine dell’infanzia»). Un’immagine di partenza ne suscita una analoga e un’altra analoga alla seconda e così via, a catena. Ne nasce un effetto di necessità, di logica inoppugnabile, mentre non c’è discorso, solo l’applicazione diligente di un principio retorico; e il gusto della variazione metaforica.

Il forte di Montale, comunque, non è la dimostrazione (come per Leopardi); neanche la descrizione (come per D’Annunzio); ma l’immagine folgorante (come per certo Pascoli): la riduzione del ragionamento (omessa ogni premessa) a simbolo concreto, a residuo visivo ultimo.»

tratto da Per una biblioteca indispensabile di Nicola Gardini, Einaudi editore

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