Prof. Fabrizio Desideri, Lei è autore del libro Origine dell’estetico. Dalle emozioni al giudizio edito da Carocci: cosa c’è all’origine di fatti e atteggiamenti estetici tipici della nostra specie?
Origine dell’estetico. Dalle emozioni al giudizio, Fabrizio DesideriAll’origine di fatti e atteggiamenti estetici, tipici della nostra specie vi è quella che chiamo una felice contingenza ovvero un “caso felice”. Cosa intendo con questa espressione che, mi fa piacere ricordare, è già usata da Immanuel Kant nella sua Critica della facoltà di giudizio? Intendo qualcosa di semplice che tuttavia non dovrebbe mai smettere di suscitare in noi meraviglia. Il fatto, cioè, di essere colpiti da determinati aspetti e proprietà di oggetti, volti, paesaggi, suoni, voci in una maniera tale che per noi è un piacere l’atto stesso di guardarli, di prestarvi ascolto, di percepirli con i nostri sensi. Diciamo che sono quei momenti in cui indugiamo nel percepire qualcosa soltanto per il piacere di percepirla. Ad esempio, quando ci fermiamo a contemplare un tramonto o il gioco delle onde sulla riva del mare. In questi casi, qualcosa nell’arredo del mondo o un qualche aspetto del nostro interagire con i nostri consimili ha la capacità non solo di destare la nostra attenzione e di modulare e intensificare le nostre percezioni, ma anche di innescare un buon rapporto, un rapporto gratificante, con il mondo e nella nostra stessa mente. Credo, in breve, che l’attitudine estetica sorga e si stabilizzi nella nostra specie a partire da esperienze percettive assai precoci. Non dobbiamo infatti dimenticare che il termine “estetico” deriva dal greco aisthesis che significa percezione sensoriale. L’origine di tutto ciò che connotiamo come estetico sta, dunque, certamente nella percezione. Ogni esperienza estetica, da quella più elementare e legata alla quotidianità a quella più elevata e complessa (come la visione del Giudizio Universale nella Cappella Sistina), comincia con il percepire. Dal punto di vista ontogenetico (dello sviluppo dell’individuo), fin dai primissimi mesi di vita, almeno a partire da quelle che lo psicologo cognitivo Michael Tomasello ha chiamato “scene di attenzione condivisa” che si danno intorno al nono mese, quando il bambino, ancora prima di parlare, condivide con l’adulto l’attenzione per un oggetto (un giocattolo, ad esempio). O, addirittura, ancora prima del nono mese, in quelle interazioni madre-bambino che gli psicologi hanno chiamato baby-talk e che sono accompagnate dai cosiddetti atteggiamenti proto-estetici. Dal punto di vista filogenetico, ovvero dal punto di vista della nascita della nostra specie, a partire da esperienze estetiche primordiali quali quelle legate all’esplorazione del paesaggio con i primi passi di Homo sapiens nella savana pleistocenica o quelle legate all’ascolto dei suoni provenienti dalla natura e dal mondo animale (ad esempio il canto degli uccelli). In entrambi i casi, in virtù di un’interazione gratificante e vantaggiosa con l’ambiente e con gli altri, si formano, si stabilizzano e si trasmettono atteggiamenti estetici che poi si differenziano a seconda dei contesti, delle culture, dell’educazione e delle scelte individuali. Quanto è stupefacente e caratteristico della nostra specie, però, non è solo quella diversità culturale e delle preferenze (dei gusti) in cui gli atteggiamenti estetici si differenziano, ma il fatto che quella estetica è un’attitudine che attraversa le culture (trans-culturale) e dunque può dirsi universale proprio per la sua plasticità e flessibilità. Per certi versi è più spiccatamente universale dell’arte, almeno per come la intendiamo noi occidentali.

Quale ruolo vi giocano le emozioni?
Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nell’origine di atteggiamenti estetici e nella fenomenologia stessa di quelle esperienze che chiamiamo con lo stesso nome (estetiche). Non dobbiamo commettere, però, l’errore di ridurre la dimensione estetica a quella emozionale. Con questa riduzione, l’esperienza estetica si risolverebbe in un fatto puramente psicologico, in uno stato interno alla nostra mente. La mia tesi è, invece, che esperienze e fatti estetici esprimono una relazione tra interno ed esterno, tra la mente e il mondo (o certi aspetti di esso) e manifestano quella che chiamo un’armonizzazione a doppio livello: da un lato, tra la nostra vita psichica e mentale e la realtà; dall’altro, tra facoltà e funzioni diverse della nostra stessa mente e, dunque, tra circuiti neuronali legati alle funzioni cognitive superiori e strati più antichi dell’organizzazione cerebrale tipici della mente emozionale. Le ricerche sperimentali di tipo neuroscientifico più interessanti per quanto riguarda i presupposti neuronali della nostra esperienza estetica sottolineano del resto come questa sorga mettendo in connessioni regioni e dinamiche diverse della nostra vita cerebrale. Per quanto riguarda la ricerca esposta nel mio libro, ho ipotizzato al riguardo una sorta di meccanismo estetico mentale che coinvolge disposizioni originate da sistemi emozionali primari che condividiamo anche almeno con tutti i mammiferi e cioè: 1. l’assimilazione mimetica del reale (l’espansione del circolo di ciò che è familiare); 2. il piacere dell’esplorazione (il seeking: la curiosità per il nuovo e la scoperta di affinità); 3. il piacere di esercitare preferenze (l’abilità a scegliere come un grado significativo di libertà e un vantaggio nella condotta della vita); 4. l’impulso al gioco (la pratica intraspecifica e cooperativa dell’apprendimento mediante l’esercizio e la simulazione corroborata dal piacere). Dalla connessione a diversi livelli e proporzioni tra queste disposizioni, che nel loro esercizio sono autonome e precedenti al linguaggio, si forma quel meccanismo estetico all’origine di atteggiamenti ed esperienze di questo tenore.

In che rapporto sta la dimensione estetica dell’esperienza con quella cognitiva?
Riconnettendomi a quanto detto prima circa il ruolo dell’emozioni, rispondo dicendo che la stessa dimensione estetica dell’esperienza è sempre espressione di una sintesi tra il tenore emotivo e quello cognitivo della dinamica percettiva. L’esperienza estetica include sempre degli aspetti di discriminazione cognitiva, seppur con gradi e livelli diversi di complessità. In breve: la qualità estetica dell’esperienza è sempre una connessione attiva tra emozione e cognizione. Il termine “estetico” esprime, pertanto, una sintesi tra la dimensione emotiva e quella cognitiva irriducibile ad uno di questi elementi o aspetti. In termini ancora più radicali mi spingerei a dire che il formarsi di una mente estetica, a partire dal meccanismo che ho detto, costituisce la matrice stessa della cognitività umana e per certi versi prepara il terreno (ne offre un preludio) all’origine stessa del linguaggio. Sulla base di questa ipotesi, che sviluppo in tutto libro sulla base di ricerche pluridecennali, sostengo che il tratto più distintivo dell’estetico (di atteggiamenti, esperienze, fatti e giudizi forniti di questa qualità) è la sua virtù anticipatrice. Sul terreno dell’esperienza estetica si anticipano relazioni e atteggiamenti di ordine cognitivo ed etico, destinati poi a configurarsi nella loro autonomia. A tale proposito potrei anche precisare che questa virtù anticipatrice dell’estetico, capace di presentarsi come un grembo fecondo per lo sviluppo della nostra identità umana, è strettamente connessa con la sua capacità d’integrare fattori diversi e, ancor prima, di cooptare facoltà e atteggiamenti sviluppatesi per altre ragioni di ordine evolutivo, come è il caso in particolare del gusto come apprezzamento e discriminazione sensoriale del cibo. Nell’assumere quella valenza estetica che gli riconosciamo almeno a partire dal ‘700 il gusto si configura una capacità di apprezzamento e di valutazione di aspetti e proprietà del mondo non più legati alla sfera appetitiva, così da configurarsi come una risposta culturalmente connotata e orientata alla comunicatività e alla socievolezza. Aspetti, questi ultimi, destinati a giocare un ruolo non soltanto sociale, ma anche direttamente politico. Del resto è stato lo stesso Kant a rilevare la funzione etico-sociale e politica della formazione di un senso estetico comune, di un senso estetico che presuppone una comunità umana più ampia e universalmente orientata di assetti identitari di ordine culturale, etnico o puramente localistico.

In che modo la percezione delle immagini condiziona il nostro giudizio estetico?
I nostri giudizi estetici non sono mai puri nel senso di privi di condizionamenti derivanti da contesti, tradizioni ecc. In questo senso, la percezione delle immagini prepara e talvolta educa a giudicare esteticamente. Di qui l’importanza di un’educazione estetica, di un’educazione all’immagine fin dalla primissima infanzia. Soltanto un rapporto di familiarità con la dimensione delle immagini e soprattutto con quelle capace di stimolare la nostra immaginazione può favorire la capacità di esprimere in maniera autonoma giudizi estetici. Questi, del resto, non sarebbero possibili senza un ruolo attivo della nostra immaginazione. Da questo punto di vista la stessa attitudine estetica presuppone la capacità di discernere la natura peculiare e per certi versi paradossale delle immagini, a partire da quelle immagini che si formano naturalmente sulle superfici delle acque e degli specchi. Affinché possano avere effetti di natura emozionale e attivare o ridestare sentimenti, le immagini, infatti, devono anzitutto poter essere riconosciute e conosciute come tali. Il rapporto con esse implica già un intreccio fra lo strato emotivo e lo strato tipicamente cognitivo del percepire. L’esperienza delle immagini esterne interagisce così con il formarsi di immagini mentali. Anche per questo, i nostri giudizi estetici a partire da informazioni di ordine sensoriale e cognitivo riconoscono, e insieme producono, una nuova immagine dell’oggetto cui si riferiscono. I giudizi estetici, così, scoprono nuovi livelli di realtà e costituiscono la premessa per quell’attività di figurazione che chiamiamo arte.