Orbán. Un despota in Europa, Stefano BottoniProf. Stefano Bottoni, Lei è autore del libro Orbán. Un despota in Europa edito da Salerno: chi è e quali politiche incarna il primo ministro ungherese Viktor Orbán?
Viktor Orbán è il figlio della provincia ungherese divenuto padrone del paese. Siamo spesso tentati di liquidare in questi termini il fenomeno Orbán ma rischiamo così di perdere di vista la dimensione intellettuale e la prospettiva storica della sfida politica posta da Orbán al mainstream liberale europeo. Orbán è un politico originale, unico nel panorama internazionale attuale in quanto unisce intelligenza, pragmatismo e cinismo. Ha una cultura generale fuori dal comune (soprattutto se la paragoniamo a quella dei nostri politici odierni). Conosce la storia, è al corrente dei dibattiti politologici e filosofici, dei quali si serve instancabilmente per alimentare l’ideologia del proprio sistema di governo. Orbán non è un banale funzionario di partito, un giornalista o un intellettuale prestato alla politica, o un oligarca postsovietico che converte la sua fortuna economica in capitale politico. Orbán è un politico a tutto tondo, “sovrano” in quanto creatore, nel 1988, del proprio movimento politico e poi, dal 2010, dal sistema di governo e di potere da questi definito “della cooperazione nazionale”: un regime corporativo fortemente personalistico e corrotto e al tempo stesso radicato nella storia e nelle tradizioni sociali e culturali ungheresi. Orbán è un sovversivo in doppiopetto e, con oltre trent’anni di politica alle spalle, l’uomo di Stato più longevo del continente europeo.

In che modo Orbán ha trasformato il suo paese nel primo laboratorio illiberale dell’Unione Europea?
Possiamo individuare tre vettori principali di questa trasformazione. Il primo è di natura giuridica e istituzionale. A partire dalla vittoria schiacciante conquistata nel 2010, quando il suo partito ottenne oltre il 50 per cento dei voti popolari e i due terzi dei seggi parlamentari, il primo ministro ha imposto a tappe forzate l’approvazione nell’aprile 2011 di una nuova Costituzione, entrata in vigore il 1. gennaio 2012. Benchè sul piano formale il nuovo testo non si discosti apparentemente molto da quello precedente, nella sostanza il nuovo impianto istituzionale segna, secondo eminenti costituzionalisti ungheresi e stranieri, uno svuotamento dello Stato di diritto. Orbán e il suo partito, la cui vecchia guardia è formata per lo più da giuristi, si sono appropriati dello strumento giuridico per brandirlo come una clava contro i loro avversari. Alla rule of law si è sostituita la rule by law. La conquista delle istituzioni indipendenti (dalla Banca Nazionale all’Autorità per le Comunicazioni, dalla Corte dei Conti all’influente Corte Costituzionale) riceve quindi attraverso i nuovi meccanismi costituzionali una parvenza di legalità. Il secondo vettore è di natura economica. Orbán non ha mai nascosto la propria insoddisfazione per il capitalismo postcomunista ungherese, dominato dalla compenetrazione fra il capitale multinazionale e quella “tecnocrazia rossa” che era sopravvissuta al crollo del socialismo reale convertendosi al libero mercato. Giunto al potere quasi assoluto nel 2010, ha cercato da subito di rovesciare equilibri consolidati attraverso la promozione di una grande borghesia locale direttamente collegata e anzi dipendente dal potere politico in quanto rigorosamente leale ad esso. Il capitalismo ibrido realizzato nell’ultimo decennio da Orbán non rinnega il capitale straniero, dal quale l’economia ungherese dipende tuttora, ma ne limita il raggio d’azione in alcuni settori strategici, dalle comunicazioni alla finanza. Dopo i conflitti con gli organismi economici internazionali e l’Unione Europa degli anni 2010-13, Orbán sembra aver trovato in campo economico la quadratura del cerchio. Il governo di Budapest attua una disciplina fiscale con la quale si conquista un margine di manovra nella costruzione, su basi clientelari, di un sistema che distribuisce generosi sussidi e garantisce una tassazione irrisoria agli investitori stranieri. Paradossalmente, un governo spesso dipinto come in lotta continua con Bruxelles mantiene con i palazzi del potere europeo un rapporto simbiotico. O addirittura parassitario, in quanto l’Ungheria di Orbán è tra i maggiori beneficiari del bilancio comunitario. Il terzo elemento è di natura culturale e ideologica. Orbán persegue un complesso tentativo di riorientare la politica estera del paese dall’asse Bruxelles-Washington, ovvero le coordinate tipiche dei paesi dell’Europa centro-orientale postcomunista, verso un triangolo “Berlino-Mosca-Ankara”, che Orbán definisce le capitali di potenze e imperi continentali con cui l’Ungheria si è confrontata nei secoli e che connotano la sua identità storico-culturale.

Cosa ha permesso a un politico di formazione progressista di diventare il simbolo delle destre sovraniste?
Sin dalla fine degli anni Ottanta, quando Orbán e i suoi primi compagni di avventura erano sostenuti dai progressisti europei e dallo stesso George Soros, divenuto in seguito uno dei principali bersagli polemici del primo ministro ungherese, il liberalismo di Orbán aveva tratti peculiari rispetto a quello ungherese e soprattutto statunitense ed europeo-occidentale. Era infatti molto vicino al liberalismo whig dell’Inghilterra tardo-vittoriana, o a quello delle forze di governo dell’Ungheria nel periodo dualista della Monarchia asburgica. Orbán e il suo partito, Fidesz (traducibile come Federazione dei Giovani Democratici) dedicarono sempre una speciale attenzione alla questione nazionale. Non solo alle minoranze ungheresi nei paesi confinanti, un tema sensibile nel discorso pubblico sin dalla fine della Prima guerra mondiale e dal trattato di pace del Trianon. Ma anche alle alleanze regionali, al processo di democratizzazione in Slovacchia, Serbia, Croazia e Ucraina dalla fine degli anni Novanta. La sottovalutazione della questione nazionale e del tema del patriottismo da parte della sinistra liberale, culminato nel 2004 con il fallito referendum sulla concessione della doppia cittadinanza agli ungheresi d’oltreconfine, ha trasformato Fidesz nel “partito della nazione”, in un movimento panungherese che si arroga la rappresentanza esclusiva degli interessi nazionali in assenza di una controparte e di un discorso alternativo. Ha poi giocato la delusione, in vasti settori dell’elettorato ungherese, nei confronti dell’Occidente e delle sue élites: distratte quanto cinicamente utilitariste nella gestione di una regione problematica quanto cruciale come l’Europa di mezzo.

Da cosa deriva il suo pur ampio consenso popolare?
Innanzitutto da un lavoro politico trentennale, che ha permesso a un piccolo movimento giovanile di frangia di diventare, dalla seconda metà degli anni Novanta, un partito popolare interclassista e oggi la più vasta e organizzata minoranza in un paese profondamente diviso. Orbán incarna perfettamente le diverse anime di un partito camaleontico. Il primo ministro sa dosare come pochi il proprio registro retorico e può piacere ai giovani come agli anziani, ai più ricchi come ai più poveri, ai laureati come ai semianalfabeti. Da oltre vent’anni il suo partito riceve ad ogni tornata elettorale – politica, amministrativa o europea – un consenso che varia dal 40 al 55 per cento: un dato impressionante anche al netto delle macchinazioni e dei trucchi che hanno indotto negli ultimi anni l’OCSE a definire le elezioni ungheresi “libere ma non corrette”. E non dimentichiamo che questo consenso è ancora diffuso sul territorio nazionale, anche se in quest’ultimo anno si avvertono segni di indebolimento nel tessuto urbano e fra la classe media più istruita. Alle elezioni amministrative del 13 ottobre il sindaco uscente di Budapest, espresso dal partito di governo, ha perso con un risultato del 44 per cento. Poco, se confrontiamo il dato con il 49 per cento della tornata precedente. Molto, tuttavia, se lo collochiamo in prospettiva comparata europea. La sinistra, dal canto suo, non ha guadagnato voti rispetto alle politiche del 2018: semplicemente, la convergenza fra tutti i movimenti di opposizione su un unico candidato ha determinato l’unione delle forze, nella capitale come nei capoluoghi di provincia, trasformando il voto amministrativo in un referendum sul governo e su Orbán stesso.

Quali vicende hanno segnato la parabola politica di Viktor Orbán?
Fondamentalmente le sconfitte. Sconfitte che un uomo politico di straordinaria ambizione non ha mai saputo accettare. La prima, nel 1994, vide il giovane leader di un partito liberale accreditato fino a un anno prima del 30 per cento dei voti crollare alle elezioni a un misero 7 per cento, mentre i socialisti postcomunisti tornavano trionfalmente al potere. Orbán comprese di non avere alcun margine di manovra nel perimetro liberale e iniziò a riposizionare il partito a destra, con la trasformazione di Fidesz in una formazione “borghese” – ispirata in quella fase alla prima Forza Italia di Silvio Berlusconi – e poi con l’ingresso, nel 2000, nel Partito Popolare Europeo. La seconda, nel 2002, mandò Orbán all’opposizione dopo quattro anni di relativamente buon governo. Orbán capì allora che gli strati profondi della società ungherese non avevano assimilato la democrazia occidentale e il capitalismo neoliberale che erano alla base del sogno “borghese” del suo primo governo. Chiedevano non meno ma più Stato. Chiedevano una versione ammodernata e attualizzata dell’integrazione sociale e della stabilità materiale garantita dal socialismo di János Kádár. Anche a spese di importanti fette della libertà personale, a partire da quella politica. Decise dunque, a mente fredda e con enorme intuito strategico, di trasformare il suo partito nel vettore della controrivoluzione culturale che dopo il 2010 si sarebbe espressa nella costruzione di uno Stato “antiliberale”.

Qual è il progetto politico di Viktor Orbán?
È difficile descriverlo in poche parole. I critici a priori rispondono, non senza ragione: “mantenere il potere”. In effetti nell’ultimo decennio Orbán ha costruito una macchina di potere e consenso sociale quasi perfetta, strumentale al mantenimento e anzi al continuo allargamento del potere a spese di un’opposizione sempre più debole, emarginata e a corto di risorse. Seguendo questa linea di ragionamento, basterebbe strappare il potere legislativo a Viktor Orbán per restituire l’Ungheria allo status quo ante 2010, ovvero alla democrazia “liberale”. Credo personalmente che questa sia una pericolosa illusione. Lo spirito pubblico di oggi è irrimediabilmente mutato rispetto a quello di due decenni fa, quando la fede nell’integrazione culturale in un mitico “Occidente” correva attraverso gli schieramenti. Oggi la gran parte degli ungheresi vogliono il loro paese nell’Unione Europea e nella NATO ma a condizioni assai diverse rispetto al passato. Attraverso il sistema scolastico, i media, la toponomastica e la retorica nazionale, Orbán ha plasmato a sua immagine e somiglianza intere generazioni di cittadini. Molti fra i giovani intellettuali e professionisti si sono trasferiti all’estero, mentre la popolazione residente invecchia come l’elettorato del partito dominante. Se l’opposizione vuole rendere contendibili le prossime elezioni politiche del 2022, dovrà innanzitutto elaborare un’idea di paese che tenga conto non solo della legittima volontà di cambiamento ormai espressa dall’elettorato urbano, ma anche della necessità di venire a patti con l’altra Ungheria: quella profonda, rurale, o più semplicemente valorialmente conservatrice, che ha trovato in Orbán e nel suo sistema un portavoce accettabile e teme il cambio di regime.

Stefano Bottoni (Bologna, 1977) ha conseguito nel 2005 il dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Discipline Storiche dell’Università di Bologna. Dal 2009 al 2019 ha lavorato presso il Research Center for the Humanities dell’Accademia Ungherese delle Scienze. Insegna attualmente presso l’Università di Firenze. Le sue indagini si sono principalmente rivolte all’analisi del nesso tra questione nazionale, modernizzazione e pratiche totalitarie nell’Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale, con particolare attenzione alla Romania e all’Ungheria.